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Doppiaggio

L’insostenibile inutilità del doppiaggio

Il doppiaggio è il fulcro di elogi e critiche per la sua utilità e validità, ma negli ultimi anni il dibattito sembra essersi polarizzato da una parte.

Durante la seconda metà degli anni ’20 del ‘900, il cinema subisce la prima grande e vera trasformazione della sua allora brevissima vita… il sonoro. Viene introdotto il sonoro all’interno delle pellicola, a partire dalla prima proiezione de Il cantante di jazz, nel 1927. Il cinema non è più un mezzo esclusivamente visivo, ora prende forme più vere. Ma c’è un problema: come distribuire all’estero i film di un determinato paese? Bel problema.

Allora si inizia a girare alcuni film in diverse lingue, ma non va bene. Si inseriscono i sottotitoli, ma non va bene. Poi, l’intuizione: prendere attori delle diverse nazioni e far sovrapporre il movimento delle labbra degli attori della pellicola con le parole pronunciate da quelli in sala. In due parole, il doppiaggio, che diventa la pratica numero uno per esportare film all’estero ma che, col passare del tempo, ha subito un costante declino, fino ad arrivare ai giorni nostri. Inutile e sbagliato.

Doppiaggio

Seppur noi pensiamo che quella del doppiaggio sia una pratica unicamente nostrana, non è affatto vero. Il doppiaggio è un’arte che da subito si è espansa nei principali paesi produttori di cinema – Francia, Spagna, Stati Uniti e Regno Unito – e ne ha fortemente condizionato i processi di post-produzione, divenendo in alcuni casi l’unica soluzione al problema della lingua.

Anche a vantaggio di possibili profitti economici, molti paesi come gli USA di fine anni ’40 – come parte minuscola del Piano Marshall – supportarono ed aiutarono ad incrementare la pratica nei paesi destinati alla distribuzione, prendendo anche il controllo di ciò nei casi che riguardavano film prodotti da major e case importanti.

La casta

In Italia, il doppiaggio ebbe il suo iniziale boom negli anni ’30, durante il regime fascista, anche attraverso la promulgazione di una legge statale che proibiva la circolazione di film in lingua non italiana. Tra gli anni ’40 e ’50, causa colonizzazione culturale-sociale-economica dai paesi inglesi – USA e UK – l’Italia fu completamente soggiogata a dover sviluppare un’importante industria in quello specifico settore. E così fu. Giuseppe Rinaldi, Pino Locchi, Emilio Cigoli, Maria Pia Di Meo, Clara Bindi, Lydia Simoneschi, Renato Turi, Ferruccio Amendola. Per dirne solo alcuni.

Già dal 1932, le prime scuole e centri di doppiaggio iniziavano a sorgere e proliferarsi per l’Italia, soprattutto a Roma. Tra la fine degli anni ’60 ed i ’70, la classe e l’eleganza che contraddiceva le voci italiane precedenti venne parzialmente sostituita da una crudezza e semplicità diversa ma in linea con il nuovo cinema. I due decenni successivi hanno visto la fioritura delle ultime generazioni di voci come Stefano De Sando, Christian Iansante, Sandro Acerbo, Emanuele Rossi, Laura Boccanera. Ma con l’ingresso nel nuovo millennio, nulla.

Doppiaggio

Tradizione secolare

La casta è il nome che penso si addica di più al gruppo di artisti doppiatori dell’industria italiana. E se pensate che il cinema italiano sia una pratica esclusiva e non accessibile a tutti, non conoscete bene il doppiaggio. Già dalla fine dello scorso, se non anche tempo addietro, l’arte del doppiaggio si è estesa a famiglie: Ward, Izzo, Boccanera, De Angelis, Amendola, De Ambrosis, Rossi, Chevalier, Coltorti, Amendola. Figli, nipoti e fratelli d’arte.

Quindi sì, quella del doppiaggio italiano – almeno a livelli più “importanti” – è una casta a conduzione familiare, con qualche ovvia eccezione. Una loggia basata su una tradizione, passata da generazione e generazione, tramandata. Di conseguenza, sta subendo proprio ora un processo di secolarizzazione. O anzi, se la cose non fosse già in atto, dovrebbe esserlo.

Il linguaggio del futuro

Le deleteria piattaforme streaming hanno, comunque, contribuito ad alimentare la voglia di guardare film e serie in lingua originale, abbandonando il doppiaggio. Marco Tullio Giordana disse che doppiare un film non è come tradurre un romanzo, ma più come tradurre una poesia. Qualsiasi intenzione ed intesità sia presente nell’originale, va persa, o comunque, viene modificata.

Il doppiaggio contribuisce suo malgrado a far perdere qualcosa. Si è perso lungo la strada e, anche le famiglie secolari della tradizione, non è riuscito a ritrovarlo. Perfino nei film d’animazione, dopo gli anni ’10 del 2000, anche a causa degli improbabili talent. Non ci sono talenti. Tutto sembra essersi fermato, mentre il mondo del linguaggio e degli slang è ormai un melting pot di culture e novità. Allora la domanda da porsi dovrebbe essere: è così difficile superare una sottile barriera di sottotitoli per arrivare alla straordinaria purezza della settima arte?