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La regola d’oro dell’AI? Se si nota hai fallito.
Obsidian Studio e Kling AI portano l’intelligenza artificiale generativa al centro del cinema, ma con una regola chiara: senza mano umana resta solo rumore.
L’intelligenza artificiale nel cinema ha già superato la fase del giocattolo. Non siamo più al video strano, alla demo virale, al mostriciattolo generato male che va virale e fa ridere le rete per due giorni. Siamo entrati nella fase più pericolosa: quella in cui l’AI Generativa riesce a superare la nostra capacità di accorgercene.
Wes Walker, co-fondatore di Obsidian Studio con Louis Gheysens, l’ha detta nel modo più brutale possibile: “Se è riconoscibile come AI, hai fallito”. Una frase perfetta perché taglia via metà della retorica attuale. Il problema non è più usare o non usare l’AI. Il problema è usarla senza sembrare uno che sta usando l’AI.
Obsidian Studio, nata nel 2025, lavora tra live action, CGI e intelligenza artificiale generativa. Ha uffici in cinque città, tra cui New York, Parigi e Bruxelles, e ha già firmato campagne per Longchamp e per Beyond Noise con Baron & Baron. La sua bandiera è “Humans over Hype”, che non vuol dire “facciamo tutto con un prompt”.
Obsidian Studio: l’AI non sostituisce il cinema, lo mette alla prova
La posizione di Walker e Gheysens è chiara: l’AI non vale niente se non viene guidata da chi sa già fare cinema, immagine, composizione, ritmo, atmosfera. Prima vengono artisti, storyboard, registi, direttori della fotografia, production designer. Poi arriva la macchina.
Nel loro metodo restano centrali pratiche antiche come lo storyboard, anche con artisti come Marc Vena, legato a Logan, e Tani Kunitake, legato a Black Panther. Prima si capisce “l’intelligenza della scena”, poi si decide cosa l’AI può aggiungere. Non il contrario.
Ed è qui che Hollywood dovrebbe ascoltare, invece di correre come al solito verso il reparto contabilità. Perché l’AI non è una bacchetta magica, ma un potente amplificatore. Se dietro c’è un’idea, può spingerla. Se dietro c’è il vuoto, lo rende più lucido, più costoso, più imbarazzante.
Kling AI, Cannes e Hollywood: la corsa è già cominciata
Il 18 maggio, a Cannes, Kling AI porterà il tema sul tavolo con il panel From Creative Possibility to Production Reality: Kling AI in Cinematic Workflow. Ci saranno Jon Erwin di Wonder Project, legato alla serie AI-driven House of David di Amazon Prime, Li Wei, associate director di Big Fish and Begonia e Yang Eekjun, dietro il film AI feature-length Raphael con Mateo AI Studio/MBC C&I.
Kling AI promette modelli nativi 4K, live action più AI, animazione generata e film interamente AI-generated. La serie Kling Video 3.0, lanciata globalmente il mese scorso, viene presentata come pronta per pubblicità di fascia alta, broadcast televisivo e perfino cinema theatrical.
Intanto i grandi si muovono: Netflix è legata ad una operazione da 600 milioni di dollari su InterPositive, la società di Ben Affleck; Amazon, sta costruendo reparti interni dedicati all’AI per cinema e televisione. In Cina, secondo lo State Council Information Office, più di 6.000 aziende lavorano già in un settore stimato oltre 172 miliardi di dollari a livello domestico.
Insomma, l’AI è già dentro la stanza.
La vera differenza la farà chi la userà come una scorciatoia e chi, come Obsidian Studio, la tratterà come un reparto in più della produzione, uno strumento ancora bisognoso di mani, occhio, gusto e disciplina.
Perché il cinema generato male si riconosce subito. E quando si riconosce, appunto, hai già fallito.
