418Views
Natale in casa Cupiello, Salemme porta su Rai1 il capolavoro eduardiano
È andata in onda ieri sera su Rai1 la trasposizione del classico Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo. Vincenzo Salemme ci mette il cuore e convince.
“Questo Natale si è presentato come comanda Iddio” dice Luca Cupiello all’inizio dell’opera. E per tanti “Natale” vuol dire tra le altre cose rivedere proprio quel capolavoro che è Natale in casa Cupiello. Quasi un rito per intere famiglie, che conoscono a memoria le battute, le citano, e rivivono con lo stesso entusiasmo ogni anno le emozioni di un testo che ha quasi cent’anni.
Eduardo De Filippo, infatti, scrisse Natale in casa Cupiello nel lontano 1931 e debuttò il giorno di Natale al Teatro Kursaal di Napoli. Negli anni, poi, quando il teatro, in un’operazione di immenso valore culturale, è approdato in tv l’opera di Eduardo è stata trasmessa in diverse versioni. La più nota, e quella a cui il pubblico è più legato è quella del 1977.
Nel cast c’erano lo stesso Eduardo nel ruolo di Luca Cupiello, un’immensa Pupella Maggio nel ruolo di Concetta e poi Luca De Filippo, Gino Maringola, Lina Sastri, Luigi Uzzo, e Marzio Onorato. Quando il pubblico ha negli occhi una versione di tale livello, che è ormai diventata più che un classico, rimettere in scena il testo diventa un’operazione rischiosissima. Eppure, vitale e necessaria.
Ieri, in prima serata e in diretta dall’ Auditorium Rai di Napoli, ci ha provato Vincenzo Salemme.
Natale in casa Cupiello: una versione personale ma rispettosa
Una giusta premessa è che Vincenzo Salemme è uno che con Eduardo De Filippo ci ha lavorato davvero. La stima e l’emozione di mettere in scena il testo sacro di un maestro erano evidenti, e ciò probabilmente ha premiato l’attore bacolese.
Salemme sceglie di portare avanti l’unica operazione possibile per un’opera così nota e amata. Inserisce nell’impianto del testo il suo stile, il suo umorismo, la sua cifra personale. Chi conosce la sua filmografia ritrova Salemme in questa versione di Natale in casa Cupiello e questo, tuttavia, non è un male. Ogni trasposizione teatrale di un testo, infatti, è sempre una sua reinterpretazione. Il teatro è fatto di persone, e quindi di soggettività che portano inevitabilmente qualcosa di diverso, di nuovo.
La versione del ’77 è intoccabile, perfetta nel cuore di chi la ama, e Salemme sceglie di non tentare la via dell’imitazione che sarebbe stata senz’altro fallimentare. Si affida a un buon cast, affiatato e intelligente, composto da Antonella Cioli, Antonio Guerriero, Franco Pinelli, Fernanda Pinto, Vincenzo Borrino e Sergio D’Auria. Ne risulta un’opera divertente, che spinge forse di più sul pedale della comicità, ma che non tradisce il romanticismo della versione “originale”.

Il terzo atto, infatti, è quello in cui Salemme rimane più aderente al testo. Si tratta della parte più intensa e bella di Natale in casa Cupiello in cui emergono la tragedia, l’amore della famiglia, ma soprattutto l’immensa modernità di De Filippo. La pasta e fagioli che con l’amore di una moglie diventa una potente medicina, un figlio che nella perdita riscopre la bellezza di ciò che diceva di odiare, e infine quell’unione autentica nell’amore, ma illegittima secondo la morale sociale, che Luca (forse inconsapevolmente, forse no) benedice.
Salemme si attiene a tutto questo e, commosso egli stesso, riesce a commuovere in un finale che rende giustizia all’opera.
La ricezione
I dati quantitativi di questa mattina certificano quasi tre milioni e mezzo di telespettatori e uno share del 20%. Per quanto riguarda la ricezione qualitativa della trasposizione, il pubblico, com’è giusto che sia, si è diviso. C’è chi ha apprezzato il tentativo di non emulare e si è in ogni caso divertito, e chi proprio non è riuscito a non fare paragoni con l’iconica versione del ’77.
Partendo dal presupposto che leggere discussioni social su questi temi è sempre un buon segno, perché vuol dire che l’arte è ancora una cosa seria, a cui teniamo e per cui lottiamo, è utile forse fare una riflessione.
Il teatro è, per la sua natura, una materia viva e in molti casi immortale. Ancora oggi vengono riproposti testi scritti oltre duemila anni fa, che mantengono incredibilmente la loro forza valoriale. Rimettere in scena un testo, infatti, vuol dire tornare a farlo vibrare, rileggerlo, reinterpretarlo e spesso scoprire nuove sfumature e nuovi spunti. Ogni volta che un testo viene rimesso in scena, allora, dovremmo fare lo sforzo di dimenticare ciò che abbiamo visto fino a quel momento (anche quando è difficile), per aprirci a un nuovo discorso che può, anche quando non ce l’aspettiamo, arricchire quello che già sapevamo.
