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Paolo Sorrentino porterà Carlo Ancelotti al cinema
Paolo Sorrentino prepara un documentario su Carlo Ancelotti: archivio, Brasile, Mondiale 2026 e la carriera di uno degli allenatori più vincenti di sempre.
Una notizia quasi troppo costruita per essere vera: il regista napoletano premio Oscar, da sempre attratto dal potere, dai riti, dai corpi stanchi e dalle liturgie italiane, incontrerà l’allenatore italiano che più di tutti ha trasformato la calma in una forma di comando.
Il progetto racconterà Carlo Ancelotti con un ritratto intimo, seguendolo anche dietro le quinte della sua avventura con il Brasile verso il Mondiale 2026, e userà materiali d’archivio legati alle sue precedenti esperienze nei club.
Il documentario su Carlo Ancelotti tra Brasile, archivio e Mondiale 2026
Il film sarà il primo documentario di Paolo Sorrentino in trent’anni di carriera.
Il progetto nasce in collaborazione con Fremantle e The Apartment e coinvolge diversi produttori: Francesco Melzi d’Eril per MDE Films, già legato a film come Suspiria, Bones and All e Call Me by Your Name; Chloe McClay, Celia Babini e Buck Andrews per Tart Productions; Gabriele Moratti per MeMo Films. Eric Beard di Where is Football sarà produttore esecutivo.
Il centro del film sarà Ancelotti oggi, alla guida della nazionale brasiliana, ma il documentario ripercorrerà anche la sua carriera da allenatore attraverso immagini e video d’archivio. Parma, Juventus, Milan, Chelsea, Paris Saint-Germain, Real Madrid, Bayern Monaco e ora il Brasile: nel suo palmarès ci sono 26 trofei e cinque Champions League da allenatore, numeri che bastano a spiegare perché il progetto abbia una dimensione internazionale e non soltanto italiana.
Ancelotti, dal canto suo, ha accolto il film con entusiasmo, definendo un onore poter raccontare la propria storia insieme a Sorrentino e ricordando la sua ammirazione per i suoi film e per il suo modo di intendere la narrazione artistica. Il documentario intercetta anche un momento molto preciso della sua carriera: il Brasile ha confermato la sua estensione contrattuale fino al Mondiale 2030, mentre quello del 2026, che partirà l’11 giugno tra Stati Uniti, Messico e Canada, sarà il primo grande banco di prova mondiale della sua gestione verdeoro.
Sorrentino e Ancelotti: il calcio come disciplina del controllo
La scelta di Sorrentino non arriva dal nulla. Il calcio è già entrato nel suo cinema con È stata la mano di Dio, film semi-autobiografico candidato all’Oscar, in cui l’arrivo di Diego Armando Maradona a Napoli attraversava la formazione sentimentale del protagonista e una tragedia familiare. Qui però non c’è il ragazzo che guarda il mito da lontano, ma un regista maturo che osserva un uomo abituato a governare campioni, pressioni, spogliatoi e finali.
Ancelotti non è soltanto un allenatore vincente, ma una figura di potere anomala e molto sorrentiniana: non urla, non interpreta il comando come isteria pubblica, non ha costruito il proprio personaggio sulla furia, ma sulla gestione dell’ansia, sul rapporto con i giocatori e la diplomazia del silenzio, e quella capacità di sembrare laterale mentre tutti guardano verso di lui.
Ora è alle prese con una pressione diversa da quella dei club: meno partite ravvicinate, più attesa, più responsabilità emotiva, la scelta dei 26 convocati per il Mondiale, le assenze pesanti, l’incertezza attorno a Neymar, il peso di una maglia che in Brasile non è mai solo una maglia.
L’Italia non va al Mondiale, ma lo allena: fuga dei cervelli calcistici
Proprio lì il documentario potrebbe trovare la sua parte migliore.
Non nella celebrazione del vincitore, terreno abbastanza prevedibile, ma nell’osservazione del suo metodo: Ancelotti ha detto che vincere non porta felicità pura, ma sollievo, mentre perdere produce sofferenza fisica e mentale. È una frase che Sorrentino potrebbe filmare benissimo, perché dentro c’è già un personaggio: un uomo che ha vinto quasi tutto e continua a misurare il successo come tregua, non come festa.
Il rischio, naturalmente, è il documentario celebrativo, quello che accompagna il campione verso il grande evento e mette in fila archivio, trofei e frasi solenni. Ma l’incontro tra Sorrentino e Ancelotti promette qualcosa di più interessante: il ritratto di un italiano che arriva in Brasile non per insegnare il calcio, ma per reggere il peso emotivo di un Paese che aspetta di tornare campione del mondo da ventiquattro anni.
Se Sorrentino eviterà l’agiografia, questo film potrebbe raccontare non solo Ancelotti, ma una forma molto rara di comando: quella che non ha bisogno di sembrare comando.
