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Blue velvet, sotto la superficie

Cosa succede quando andiamo sotto la superficie ed iniziamo a scendere negli strati dell’umanità? David Lynch ci racconta cosa c’è sotto il velluto blu.

Siamo sempre contenti di entrare nella mente di David Lynch. Considerato anche un prequel della serie tv di culto Twin Peaks, il quarto lungometraggio del maestro si presentava a tutti gli effetti come una sfida ed occasione di rilancio in seguito al flop che fu Dune, sia commerciale che artistico date le restrizioni della produzione e le difficoltà incontrate sul set.

Blue velvet è il racconto che va oltre la superficie, che scava gli strati e va fino in fondo arrivando al punto piu’ basso. Un analisi della società e di cosa succede realmente sotto, cosa accade tra le nubi di fumo durante l’incendio e Lynch lo fa scoprendo il velluto blu, mostrandoci lui stesso la verità di una società marcia, ingiusta e nascosta sotto le favole di un america bella e pulita nel segno della famiglia.

La trama

In un pomeriggio tranquillo, florido e soleggiato, nella cittadina di Lumberton il padre di Jeffrey Beaumont, interpretato da Kyle MacLachlan al secondo lavoro del sodalzio con Lynch, ha un infarto. Le condizioni gravi del padre, tenuto in ospedale, costringeranno l’universitario Jeffrey a tornare nella sua città natale. Proprio di ritorno da una visita in ospedale, Jeffrey trova un orecchio umano in un prato.

Grazie alle informazioni di Sandy, la figlia del commissario della cittadina, interpretata da Laura Dern, il protagonista riuscirà a collegare la scoperta alla cantante Dorothy Vallens, interpretata da una splendida Isabella Rossellini, tenuta in ostaggio dall’insolito criminale Frank Booth, un immenso Dennis Hopperche ha rapito il marito e il figlio per ricevere in cambio dei favori ed alcuni desideri. Jeffrey riuscirà a a fare altre scoperte seguendo la cantate durante le sue esibizioni dov’è solita cantare la canzone “Blue velvet”.

Thriller onirico

Non è mistero di come a Lynch piaccia giocare con lo spettatore, ricreando un atmosfera onirica e offrendoci però una situazione realistica con l’intento di smascherare una società. Con Blue velvet, il regista riscrive il noir dandogli un accentuazione tutta sua dalla scenografia ai protagonisti scritti in un modo unico e che si evolvono rimanendo uguali in un eterno ciclo di stranezza e mistero perché citando lo stesso film, “è veramente un mondo strano in qui viviamo”.

Riscrivendo e giocando un po’ con le regole del giallo classico, Lynch mette al centro del film un uomo comune che è sempliemente piu’ curioso degli altri e ricrea una suspence degna del maestro Alfred Hitckock ma piu’ marcia, cupa, tenebrosa in una storia che non vuole esssere pretenziosa ma che si mostra per ciò che è.

Sotto il velluto blu 

Attraverso il genere thriller e noir, Blue velvet esplora la società e l’umanità facendo una profonda analisi di ciò che si cela nei sottoborghi delle città, fatte di crudeltà e sfruttamento, dove vige la legge del più forte. Scoprire il velluto blu, questo è la metafora con cui David Lynch si impone di mostrare la realtà, sempre facendoci addentrare nel suo mondo, nella sua rappresentazione della classica cittadina americana così come la vita da cittadino americano, totalmente decostruita, e subito riconosciamo con gioia la presenza onirica del maestro che, a distanza di 9 anni si riavvicina molto alla sua opera prima Eraserhead facendoci vivere un altro incubo.

Una città divisa da un dualismo tra la splendezza e l’innocenza della cittadina alla luce del giorno e le luci al neon e le strade squallide al calar della notte. Accompagnati da una splendida colonna sonora di Angelo Badalamenti, Lynch costruisce un atmosfera ed un climax unico che culminano pian piano in un exploit di tensione e marciume, soprattutto dopo l’entrata in scena del ricattatore Frank, malsano, pazzo ed irriverente e ci fa chiedere su quale dimensione del reale stia giocando Lynch che nonostante ci voglia far andare oltre il velluto blu per ricordarci di come possiamo stare comodi anche senza.