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Gattaca: lo Streben minimalista di Andrew "Truman Show" Niccol

Gattaca: lo Streben minimalista di Andrew “Truman Show” Niccol

Nella società geneticamente classista di Gattaca, chi nasce “imperfetto” è costretto a liberarsi e vincere con l’unica forza che sfugge alle misurazioni: la volontà.

Diretto da un esordiente Andrew Niccol nel 1997, musicato da Michael Nyman e interpretato da Ethan Hawke (Vincent Anton Freeman), Jude Law (Jerome Eugene Morrow) e Uma Thurman (Irene Cassini), Gattaca è un’opera di fantascienza capace di raccontare il presente senza vuote esibizioni tecnologiche, ma attraverso l’integrità dell’essere umano.

Ethan Hawke torna sotto i riflettori con la recente candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista per il ruolo di Lorenz Hart nel film Blue Moon di Richard Linklater. In Gattaca, Hawke costruiva con straordinaria misura un protagonista fragile ma incrollabile, affidando alla sottrazione espressiva e alla intensità dello sguardo una tensione emotiva capace di sorreggere silenziosamente l’intera architettura narrativa del film.

Il protagonista Vincent Anton Freeman è stato concepito senza l’ausilio dell’ingegneria genetica, il suo DNA predice una vita breve e malattie cardiache, e questa previsione diventa lo stigma sociale che lo classifica come “non valido”.

“Si diceva che un figlio concepito nell’amore avesse più probabilità di essere felice, oggi non lo dicono più”.

Ma Vincent non accetta il ruolo assegnatogli. Il suo sogno è diventare astronauta e raggiungere le stelle. Per riuscirci assume l’identità genetica di Jerome Morrow, un uomo perfetto dal punto di vista biologico ma divenuto paraplegico a causa di un incidente. Inizia così la sua vita di “pirata genetico”, costruita sulla precisione, sulla disciplina e sull’inganno.

Il minimalismo visivo di Gattaca: il DNA di una società retro-futurista

In un’epoca in cui la fantascienza cinematografica tendeva a enfatizzare effetti speciali e tecnologie innovative, nel mondo di Gattaca (il cui nome deriva dalle basi azotate del DNA Guanina, Adenina, Timina, e Citosina) tutto viene ridotto all’essenziale. Niente schermi e gadget, ma spazi monumentali in cui fluttuano scale a chiocciola, ricordando la doppia elica del DNA.

Per rappresentare questo universo, Niccol ha scelto edifici dall’architettura modernista: la sede dell’ente spaziale è il Marin County Civic Center progettato da Frank Lloyd Wright, mentre l’esterno della casa di Vincent è il complesso CLA Building dell’architetto Antoine Predock, già teatro de L’uomo che fuggi dal futuro.

Le automobili hanno linee vintage ma sono dotate di motori elettrici, mentre i costumi si ispirano alla moda degli anni ’60, spesso considerati il decennio più “futuristico” del Novecento. La fotografia lunare di Sławomir Idziak accentua ulteriormente questa atmosfera rarefatta, avvolgendo il film in tonalità algide e misurate.

Il risultato è un futuro sobrio, elegante e quasi senza tempo. Gli ambienti sono geometrici, puliti, quasi ascetici. Corridoi lucidi, superfici perfette, spazi dominati da linee nette e simmetrie rigorose, un’estetica controllata che genera una tensione sotterranea in cui anche la più piccola imperfezione, come un ciglio fuori posto, diventa cruciale.

Vincent: “Direttore, questo inciderà sulla missione?”

Direttore: “Oh no, tutto procederà come previsto. Il tempo per il lancio scade alla fine della settimana e… per quanto tragico sia stato questo avvenimento, non ha certo impedito al pianeta di girare, ti sembra?”

Resilienza e Streben: l’anelito di Vincent contro il determinismo di Gattaca

Al centro del film si trova la storia di resilienza radicale di Vincent. La società lo considera biologicamente fragile, eppure proprio questa fragilità diventa il punto di partenza della sua determinazione.

Vincent incarna il concetto filosofico di streben, l’anelito incessante dell’essere umano a superare i propri limiti e a tendere verso qualcosa di più alto di sé. Il suo sogno di andare nello spazio non è solo una carriera: è la manifestazione di una tensione esistenziale verso l’infinito.

Il film traduce questa idea in una delle sue scene più memorabili, la gara di nuoto nel mare “primordiale” con il fratello Anton (nonchè con se stesso, dato che il secondo nome di Vincent è Anton).

Anton: “Come hai potuto Vincent? Dobbiamo tornare indietro.”

Vincent: “Vuoi sapere come ho fatto? Ecco come ho fatto Anton, non risparmiando mai le forze per tornare indietro.”

Questa frase è il manifesto del film. Lo streben non è prudente né calcolato. È un movimento totale in avanti, una dedizione assoluta al proprio desiderio. Vincent è la prova vivente che la volontà umana non è misurabile, e può superare anche i limiti apparentemente inscritti nel DNA.

L’ombra di Eugene e di Anton: i secondi nomi come oggetti parziali ritornanti

Il personaggio di Jerome Eugene Morrow, interpretato da Jude Law, è una delle figure più tragiche e rivelatrici del film. Geneticamente perfetto, programmato per eccellere, Eugene è l’uomo “ben nato”, come suggerisce l’etimologia del suo nome (eu-genés).

Eppure la sua esistenza è quella di un individuo spezzato dal peso delle aspettative: Eugene diventa una presenza marginale, un quasi-uomo, ridotto a fornire il proprio vero nome e patrimonio genetico come orrorifici oggetti parziali: non più una persona, ma un insieme di frammenti biologici – sangue, urina, cellule epiteliali, capelli – che permettono a Jerome (ridotto a Hieronymos, “nome sacro”) di esistere socialmente.

Anton (interpretato da Loren Dean), il secondo figlio geneticamente superiore, progettato per crescere rigogliosamente ed arrivare primo (Antheos), è incapace di comprendere a fondo la volontà di Vincent tanto da sabotarlo: e nell’essere anche il secondo nome di Vincent e nome del loro padre biologico comune, rappresenta l’ombra auto-sabotante delle cieche aspettative della società di Gattaca.

Eppure nella sublimazione finale di Jerome in Vincent, la vera catarsi è simboleggiata dalla medaglia e dal ciuffo di capelli: ovunque, portiamo con noi nient’altro che memoria.

Eugene: “Ci ho guadagnato di più io. Io non ti ho prestato che il mio corpo, tu mi hai prestato i tuoi sogni”.

 

Gattaca

Il classismo genetico in Gattaca: una critica all’Übermensch

La dimensione paradossale del percorso di Vincent è che nonostante stia indubbiamente superando i suoi limiti, abbia comunque interiorizzato il classismo genetico del suo tempo, cosa che lo rende “miope” (come nella scena in cui per Irene attraversa la strada senza lenti a contatto) nei confronti della debolezza e della inaspettata forza dell’altrui umanità: il limite è non conoscere i propri limiti.

Vincent: “Dodici dita o uno, dipende da come suoni.”
Irene: “Ce ne vogliono 12 per quel pezzo.”

Durante l’appuntamento con Irene (Uma Thurman), che proprio grazie al suo difetto cardiaco congenito riesce a vedere nel cuore di Vincent, l’impossibile adattamento per 12 dita dell’improvviso op.90 n.3 di Franz Schubert rappresenta una perversione artificiale del desiderio, che rischia di corrompere il senso di adeguatezza di chi non conosce a fondo se stesso e i propri limiti, e perfino estinguere l’amore sul nascere.

In Gattaca, l’amore autentico inizia proprio dove la previsione fallisce: nel rischio, nell’imperfezione condivisa, nella libertà di scegliere qualcuno non per ciò che si è programmati a essere, ma per ciò che si può diventare insieme.

L’incontro finale con la figura paterna sostitutiva rappresentata dal medico dei controlli genetici, è il vero passaggio di maturazione nonché legittimazione umana per Vincent: il Dr. Lamar (Xander Berkeley), pur avendo sempre intuito che la sua vera identità genetica fosse diversa, decide di non smascherarlo, perché la compassione è una forza ancora più smisurata della volontà: “Perderai il tuo volo, Vincent”.

Il lirismo narrativo di Michael Nyman: la musica dei de-siderantes

Come la voce narrante di Vincent accompagna lo spettatore con riflessioni intime e malinconiche, trasformando la distopia in una meditazione poetica sull’esistenza, così la musica di Michael Nyman in Gattaca costruisce il suo lirismo attraverso strutture minimaliste e ripetitive.

Pianoforte e archi si intrecciano in progressioni che sembrano accumulare energia a ogni iterazione, come un respiro che si espande lentamente verso l’alto. Brani come The Departure accompagnano i momenti decisivi del film con una potenza quasi spirituale, nella traduzione sonora del desiderio.

Nell’etimologia suggestiva di de-sidera – mancanza di stelle – il desiderio nasce dalla perdita di un riferimento celeste, da una nostalgia dell’infinito. Non a caso chiamavano “desiderantes” i soldati romani che vegliavano sotto il cielo notturno, attendendo il ritorno dei commilitoni dispersi.

In questa prospettiva, la musica di Nyman diventa la colonna sonora di chi guarda le stelle non solo come destinazione, ma come richiamo interiore, l’anelito di un’umanità che continua a cercare il proprio posto nell’infinito.

“Per uno che non doveva far parte di questo mondo, devo confessare che all’improvviso mi costa lasciarlo. Però dicono che ogni atomo del nostro corpo una volta apparteneva a una stella. Forse non sto partendo, forse sto tornando a casa”.

Gattaca

🎬 Valutazione

Regia
★★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
4.5
★★★★⯨