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Il fiume Suzhou, il mistero sotto le onde
L’eterno mistero dell’amore si perde sotto le onde del fiume Suzhou sotto la cornice di una Cina stravolta dal nuovo millennio.
Amore e mistero, due fenomeni indossuliblmente legati si fanno storia unica nel terzo lungometraccio di Ye Lou, Suzhou River, uscito in italiano anche col titolo La donna del fiume anche se non ha niente a che fare col film di Mario Soldati. Sotto una splendida e melanconica Cina in mutamento col passaggio al nuovo millennio, Ye Lou racconta una storia d’amore unica segnata dal destino e dal fiume Suzhou, metafora dell’inondata occidentale e capitalista che stava investendo il paese.
Il film è anche uno dei manifesti della nuova generazione di registi cinesi emersa tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, la “sesta generazione”, nel segno del cinema indipendente ed autosufficiente con una forte sperimentazione, ispirati in particolare dalla Nouvelle vague. Suzhou River esce tra l’altro proprio nell’anno di In the mood for love, capolavoro di un altro regista che ha saputo raccontare bene quello stesso mutamento vissuto dall’Asia orientale.

La trama
Il film segue due storie d’amore interconnesse. Il protagonista, di cui non sappiamo il nome, è narratore in prima persona anche dal punto di vista registico ed è dunque anche l’operatore di macchina. Lui è fotografo e conosce MeiMei, interpretata da una sorprendente Xun Zhou, durante un lavoro ad un night club. I due hanno una relazione seppur a volte travagliata dall’instabilità d’impegno di MeiMei.
La storia si ricollega a quella di Mardar, interpretato da Hongsheng Jia, un corriere che sta cercando da anni Moudan, una ragazza con cui ebbe un infatuazione anche se allo stesso tempo era anche coinvolta in un piano criminale per derubare suo padre. Dopo essersi buttata nel fiume, Mudan scompare e Mardar viene accusato del suo omicidio. Tutto si complicherà quando Mardar, fuori dal carcere, incontrerà casualmente MeiMei che è incredibilmente simile a Moudan.

Ai margini del fiume
Il punto che accomuna i registi della sesta generazione è il racconto di una Cina in mutamento, un mutamento urbano, economico e sociale. L’attenzione di Ye Lou è di conseguenza attratta proprio da chi sta ai margini di quella società, di quella modernizzazzione vissuta dalla Cina. Proprio come il neorealismo, questi registi raccontano le storie dei sottoborghi, che passano inosservate, sotto la superficie. Il fiume Suzhou diventa così una metafora perfetta per spiegare la città e i suoi mille misteri.
Un fiume che ha visto tutto ai suoi margini, che sa tutto della città e del quartiere. Proprio qui infatti il regista sorprende e non fa una critica sociale diretta, la critica esiste già solo mostrandoci i sobborghi scadenti di Shangai dove la gente vive a fatica in una corrente di vita e sopravvivenza. Ye Lou preferisce concentrarsi a raccontare semplicemente una storia d’amore avvincente e segnata dal destino, dall’eterno, dal fluire del fiume.

Non convenzionale
Il film può permettersi di esagerare e sperimentare in quanto film indipendente e lo fa in maniera perfetta, intelligentemente ed azzardado quando c’è da azzardare, perfettamente in linea con la storia del cinema indipendente. Un uso della fotografia caratterizzante ed una regia fatta di macchina a mano e tagli veloci che rendono il filme una palpitazione continua, mai stabile.
Molte riprese risultano strane perché semplicemente non convenzionali, come la scelta di far tenere la camera da presa in mano al narratore che non ci viene mai rivelato o la scelta del doppio ruolo di MeiMei e Mudan. Una prospettiva insolita ed acerba ma che regala una vera esperienza cinematografica tra mistero e realismo.
