È disponibile su Prime Video il dramma familiare Il passato, diretto dall’iraniano Asghar Farhadi: un film doloroso e intenso sul peso delle esperienze passate.
Tra le proposte del catalogo di Prime Video da recuperare durante le vacanze c’è sicuramente Il passato di Asghar Farhadi. Non un film estivo, né leggero, ma un’opera autentica capace di legare lo spettatore magneticamente sin dai suoi primi minuti.
Il film è stato presentato alla sessantaseiesima edizione del Festival di Cannes nel 2013, e in quella occasione la protagonista Bérénice Bejo ha conquistato il Prix d’interprétation féminine. L’anno successivo Il passato è entrato anche nella cinquina per il Miglior film straniero ai Golden Globe (a trionfare è stato alla fine Paolo Sorrentino con La grande bellezza).
Dopo il successo del pluripremiato Una separazione del 2011, il regista torna a raccontare un legame che si è spezzato che, però, ne Il passato diventa il pretesto per indagare la natura misteriosa delle relazioni, l’incomunicabilità che le caratterizza, e il carico, spesso insostenibile, del passato nelle nostre vite.
Il passato, la trama
Ahmad (Ali Mosaffa) torna a Parigi dopo quattro anni per firmare le carte del suo divorzio con Marie (Bérénice Bejo). La donna, nonostante la lunga separazione, ha deciso di farlo stare in casa sua durante i giorni della permanenza per permettergli di rivedere le sue figlie, Lucie e Léa, avute dal suo primo matrimonio, ma particolarmente legate all’uomo.
In particolare, Marie vorrebbe che Ahmad parlasse con Lucie, la maggiore delle due, che da mesi vive con la madre una relazione conflittuale e di chiusura di cui la donna non riesce a intercettare le reali motivazioni. In casa Ahmad troverà, però, anche Samir (Tahar Rahim), nuovo compagno di Marie e suo figlio, Fouad. Anche Samir è ancora sposato con la madre di suo figlio che vive ormai da otto mesi in coma, incapace di reagire a qualsiasi stimolo.
L’incontro/scontro di queste personalità porterà a galla un passato cupo, tumultuoso e che pesa su un presente incerto.
Il fascino dell’irrisolto
Ad attrarre sin da subito l’attenzione dello spettatore è la percezione che, dietro ciò che vediamo, il tessuto narrativo ed emotivo sia molto più complesso. Marie va a prendere Ahmad alla stazione. Veniamo a sapere subito che non si vedono da tanto, che si sono separati, ma c’è qualcosa nell’emozione negli occhi di Marie che ci convince del fatto niente sia davvero concluso.

Ai due bastano poche frasi di circostanza per ricadere in una tensione fatta di reciproche accuse, che lascia emergere un passato che scotta ancora. Eppure, Marie ha richiamato Ahmad per porre fine, anche burocraticamente, al loro matrimonio, e vive con un nuovo compagno. La nuova relazione con Samir è fatta di una quotidianità che testimonia un legame profondo, un progetto di vita insieme, ma appare, per motivi che è difficile decifrare, burrascosa.
Infine, c’è Lucie il cui distacco dalla madre assume da subito i connotati di qualcosa di molto più serio di una classica fase conflittuale adolescenziale. Asghar Farhadi, dunque, apparecchia un universo complesso, pervaso da un’inquietudine calda, che fa nascere nello spettatore (e talvolta anche nei suoi protagonisti) una serie di interrogativi. Perché Marie sceglie di far stare Ahmed nella stessa casa in cui vive con Samir? Cosa è accaduto tra madre e figlia? Cosa impedisce a Samir e Marie di vivere serenamente la loro relazione?
Il passato, incomunicabilità e imperscrutabilità
Il passato si apre con una scena particolarmente interessante nell’ottica dell’opera tutta. In aeroporto Marie e Ahmad sono divisi da un vetro. Inizialmente la donna fatica a farsi notare e ad avvicinare Ahmad, poi la loro breve conversazione, imbarazzata ed emozionata, è per noi spettatori inudibile.
Il regista sceglie in varie occasioni di metterci nella stessa condizione. Vediamo i protagonisti parlare ma non possiamo ascoltarli. In questo modo rende chiaro uno dei temi centrali del film: l’imperscrutabilità. Tra noi e l’altro c’è e ci sarà sempre un “vetro” che ci impedisce di vedere davvero chi abbiamo di fronte, di cogliere quella verità che l’altro vorrebbe nasconderci. Non è casuale che ci siano vetri che con la mano provano a essere ripuliti, finestre che con ansia vengono aperte, in un bisogno umano e relazionale di sincerità.
Oltre alle parole che non possiamo udire, ci sono poi quelle che scegliamo convintamente di non ascoltare. In una sceneggiatura fitta di dialoghi Farhadi in vari momenti prova a sottolineare la difficoltà di comunicare: equivoci, richieste ripetute, domande prive di risposta. L’incapacità di conoscere davvero l’altro si accompagna alla difficoltà da parte di tutti i personaggi di farsi ascoltare. Un invito che sentiamo spesso è, infatti, quello a fermarsi. Più volte nel corso del film chi si trova a parlare chiede al suo interlocutore di sedersi. Solo nella stasi, nel fermare il flusso dinamico della quotidianità, c’è la possibilità di affrontare davvero il presente, e provare a fare i conti con il passato.
Il peso del passato
Il passato del titolo fa riferimento in particolar modo a un evento doloroso che riguarda indirettamente tutti i protagonisti del film. Nelle vite di Marie, Ahmad, Samir, Lucie e dei piccoli Fouad e Lea, il passato e le sue conseguenze continuano a macchiare un presente incerto che li vede tutti irrimediabilmente sofferenti.
Convinti di aver staccato i fili con le esperienze passate, si rendono conto che qualcosa cambia quando Ahmad torna a Parigi. L’arrivo dell’uomo dall’Iran introduce un elemento di novità. L’uomo porta ascolto, aiuto, affetto ma anche tensione, e soprattutto rompe il già fragile equilibrio di Marie e della sua famiglia.
Niente è veramente concluso, niente effettivamente risolto. Come la pioggia che cade bagnando i protagonisti che non hanno mai un ombrello per ripararsi, alcune verità dure da accogliere piomberanno violente su di loro. Dimenticare il passato è davvero possibile?

In conclusione
Asghar Farhadi riesce con Il passato a confermarsi un grande narratore dei conflitti familiari, capace di scrivere personaggi credibili e stratificati. Il cast riesce a restituire allo spettatore personalità in bilico. Come la casa che li ospita, in piena restaurazione, sono disfatti, e provano a lasciarsi alle spalle ciò è stato, a dipingere le pareti della loro vita con una nuova sfumatura che possa cancellare il colore che c’era prima.
La sceneggiatura è solida, piena di parole, di riflessioni, di incomprensioni, mai eccessiva, e anzi sempre asciutta e autentica. È affidandosi soltanto alle immagini, però, che Farhadi sceglie di congedarsi. Negli ultimi minuti un piano sequenza, che sottolinea proprio quell’impossibilità di tagliare con il passato su cui il film vuole far luce, ci lascia senza rassicurazioni ma con la sconvolgente intensità di una piccola goccia.
Il passato è un dramma familiare di rara profondità che, pur lontano da qualsiasi possibilità di conforto per lo spettatore, lo avvicina a un’umanità in cui può riconoscersi e di cui può condividere il dolore attraverso una narrazione sincera e priva di congetture.
