Sonia Bergamasco e Beatrice Barison in La vita accanto

La vita accanto, la recensione del film di Marco Tullio Giordana

La vita accanto è ultimo film di Marco Tullio Giordana. Ne sono protagoniste l’apparenza e l’ambiguità in una aggrovigliata famiglia dell’alta borghesia veneta.

Marco Tullio Giordana firma l’adattamento di La vita accanto, romanzo della scrittrice vicentina Mariapia Veladiano, vincitrice del Premio Calvino, e lo fa su proposta dell’amico e collega Marco Bellocchio che anni fa ha scritto la sceneggiatura a quattro mani con Gloria Malatesta e poi l’ha accantonata per seguire altri suoi progetti.

Giordana, il regista dei film storici e sociali, de La meglio gioventù (2003), I cento passi (2000) e del recente documentario Yara (2021), è rimasto affascinato dalla storia che ruota intorno ai sensi di colpa, al ripudio e ai conflitti interiori di una famiglia problematica che nasconde la verità e rifiuta di mostrare, all’esterno del nucleo, la sua fragilità.

La vita accanto, la trama

La vita accanto è ambientata a Vicenza, città palladiana veneta, in cui si sviluppano le vicende della famiglia Macula. Chi sono i componenti di questa famiglia altolocata? Osvaldo (Paolo Pierobon) medico ginecologo sposato con Maria (Valentina Bellè), la figlia Rebecca e Erminia (Sonia Bergamasco) la sorella gemella di Osvaldo.

Vivono in un elegante palazzo del centro storico, affacciato sul fiume Bacchiglione. Erminia è una pianista professionista di successo e con il fratello Osvaldo condivide la passione per la musica.

Maria dopo vari tentativi, finalmente rimane incinta e la gioia è immensa. Nasce Rebecca con una ampia macchia rossa sulla guancia che “deturpa” la bellezza della bambina.

La macchia diventa il simbolo della vergogna, dell’angoscia, dell’isolamento e della perdita. Una difformità fisica che condiziona la vita di tutti i componenti della famiglia, ma che travolge maggiormente Maria, la mamma. La giovane donna cade in una grave depressione, allontana la figlia e si chiude in sé stessa.

La storia si snoda tra gli anni Ottanta e Duemila e vede crescere Rebecca: dalla nascita all’adolescenza. In questo frangente di tempo, la paura dei famigliari, del giudizio altrui, costringe Rebecca a vivere isolata dal mondo. I suoi luoghi sono la casa, la scuola e le vie deserte del centro storico in orario notturno, quando nessuno la può vedere.

La zia Erminia, dall’aspetto algido ingannevole, nutre da subito un forte affetto verso Rebecca e la sua passione per la musica le fa scoprire casualmente il talento della nipote.

Il pianoforte diventa così la via di fuga di Rebecca dall’opprimente senso di inadeguatezza e la sua rivincita personale.

Sonia Bergamasco e Beatrice Barison in La vita accanto

La musica che unisce

Marco Tullio Giordana è un amante della musica classica e con il pianoforte, strumento elegante all’interno di una villa antica, ha creato la giusta cornice per raccontare la passione nelle diverse sfacettature.

Il pianoforte è unione tra Osvaldo e Erminia che lo suonano seduti accanto, è l’unico regalo che Maria fa alla figlia Rebecca, in un  momento di lucidità ed infine è espressione di indipendenza di Rebecca.

La musica è, quindi, l’unico linguaggio usato dai personaggi per comunicare tra di loro e con la sua potenza espressiva tiene insieme i cocci di una famiglia destinata alla rottura.

La vita accanto, il cast

I personaggi del film sono molto complessi, la caratteristica predominante in ognuno di loro è quella di nascondersi.

Maria si nasconde dalla figlia, non è capace di essere madre perché inghiottita in un abisso oscuro. È interpretata da una intensa Valentina Bellè che riesce, con la sua fisicità esile, i vestiti da “lutto”, lo sguardo fisso nel vuoto e la durezza delle espressioni del viso, a suscitare inquietudine nella sua graduale implosione. Magnifica ed istintiva interpretazione della “follia”.

Osvaldo si nasconde dietro alle apparenze di una famiglia per bene. Non ammette che la moglie sia depressa, ma pensa che sia solo temporaneamente “assente” perché malata. La parola depressione post- parto non viene assolutamente contemplata da lui, assurdo se si pensa che esercita la professione di ginecologo. Il personaggio rimane sempre ambiguo, non mostra mai una emozione e su questo Paolo Pierobon è perfetto.

Erminia interpretata dall’attrice e pianista Sonia Bergamasco nasconde la sua vera natura dietro alla facciata della donna composta ed austera, mentre dentro di sé ha un fuoco. Bergamasco con la sua raffinata eleganza, veste perfettamente il personaggio e lo rende interessante perché indecifrabile. Lascia sempre un alone di mistero dietro ad ogni suo gesto e questo la rende affascinante.

Rebecca, la protagonista è interpretata da tre pianiste, attrici al loro esordio. Giordana ha volutamente scelto delle pianiste per evitare la finzione.  L’inquadratura su loro che suonano è unica, va dalla faccia alle mani, per evitare che si possa pensare che la musica che si sente non  sia reale. I brani da suonare sono scelti in accordo con loro.

Rebecca bambina è interpretata da Viola Basso, preadolescente, da Sara Ciocca e, adolescente, da Beatrice Barison professionista e insegnante. Quest’ultima, il regista l’ha scovata girando nei conservatori ed è stata l’unica ad accettare di recitare.

Il personaggio di Rebecca

Da che cosa si nasconde Rebecca? La giovane ragazza, involontariamente tiene le fila di tre vite, ma come vive con la sua macchia in volto? Vive come chi viene giudicato guardando l’apparenza e come chi si deve nascondere per evitare la sofferenza provocata dagli altri. Solo la sua amica del cuore e la madre della stessa, non la giudicano e non la vedono diversa.

Il film si sviluppa in tre fasi della vita di Rebecca, ma quella con l’interpretazione di Beatrice Barison è la più incisiva perché rivelatrice dei segreti oscuri della famiglia.

I segreti sono il cardine

Il regista ha saputo trasporre sulla pellicola l’onnipresenza del segreto e lo ha fatto non solo con il cast di attori capaci di esprimere l’ambivalenza, ma anche con la scelta della location e della fotografia.

Gli ambienti degli interni, con pochi arredi e di colore scuro, esprimono introversione e la fotografia di Roberto Forza consolida l’oscurità che aleggia nelle persone che li vivono.

I colori usati sono prevalentemente neutri. Molte sono le ombre negli ambienti interni e gli esterni sono notturni. La luce proviene principalmente dalla finestra che, sia solare o lunare, ha una valenza narrativa significativa che si svelerà nel finale del film.

In conclusione

La vita accanto ha un bravo cast di attrici e attori, ma putroppo la loro bravura non supporta a sufficienza la lentezza della storia. Al contrario, l’ombra sul rapporto tra Osvaldo e Erminia e la verità di Maria si rivelano, nel finale, troppo in fretta, usando persino la formula dell’apparizione, che banalizza la scoperta della verità. Apprezzabile la scelta di fare ritrovare il diario segreto di Maria (grafia e disegni di Marco Bellocchio) anche  se superficiale nel contesto.

Poi, il colpo di scena finale lascia lo spettatore in uno stato interrogativo perché inverosimile e slegato dal senso della storia. Non possiamo dirvi altro, perché il film va visto, ma ci rimane il dubbio sulla conclusione.

Recensione a tre stelle su Almanacco Cinema