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Suicide Club, la recensione: il Giappone dei fuori posto
A distanza di 25 anni dalla sua uscita arriva in Italia Suicide Club, il thriller psicologico che ha fatto conoscere il visionario Sion Sono al grande pubblico.
Era il lontano 2001 quando Sion Sono portava sul grande schermo Suicide Club. Un periodo storico di grandi cambiamenti, con la rivoluzione digitale alle porte ed il web che rappresentava ancora una frontiera inesplorata. In una maniera quasi profetica, il regista giapponese riuscì ad intercettare pericoli e tematiche che sarebbero apparse solo anni più tardi, unendole ad uno sguardo critico nei confronti della società giapponese. Il risultato? Un horror-thriller di stampo investigativo in grado di regalare alcune delle scene più crude che l’industria cinematografica abbia mai partorito.
Dopo 25 anni arriva in sala grazie a Cat People, che lo porta per la prima volta in Italia assieme ad un altro capolavoro di Sono, The Whispering Star. Questa la nostra recensione.
Suicide Club, la trama
Tokyo, stazione della metropolitana di Shinjuku, alcune settimane prima dell’estate. La morte di 54 ragazze che si lanciano sui binari del treno è solo l’inizio di una serie di misteriosi suicidi che sembrano avere dei collegamenti. L’investigatore Toshiharu Kuroda (Ryo Ishibashi) è chiamato a far luce sul caso, in una corsa contro il tempo prima che il numero di vittime aumenti a dismisura. Cosa, o chi, sta portando decine di giovani a togliersi la vita? C’entra qualcosa il web?
Mentre Kuroda è sempre più coinvolto nella vicenda, l’ascesa di un gruppo musicale J-pop composto da ragazze non ancora adolescenti fa da sfondo ad una scia di sangue che potrebbe mettere in luce degli aspetti della società giapponese che la popolazione stessa ignora volutamente.
Cambio di prospettiva
Il 2001, come detto, è un anno di cambiamenti. Fra questi, c’è sicuramente la diffusione della cultura giapponese, che arriva al pubblico internazionale attraverso numerosi manga e anime di successo. Nello stesso anno, infatti, arriva nei cinema La città incantata di Miyazaki, destinato a vincere l’Oscar come miglior film d’animazione nel 2003. Sono forse questi gli anni in cui l’immaginario giapponese inizia a delinearsi in maniera nitida: le uniformi scolastiche, le metropolitane affollate, le vie brulicanti di uomini in giacca e cravatta, le idol.
Sono ricrea quell’immaginario quasi caricaturale, che fa però da contraltare ad una visione cruda e spietata di come realmente appare la società giapponese agli occhi del regista. Ecco quindi che personaggi macchiettistici si affiancano a persone squisitamente ordinarie, con le loro vite ed i loro drammi. Il paradossale conflitto tra il forzato ottimismo e la rigidità che caratterizzano la società nipponica viene qui messo in primo piano, evidenziando come il sistema sociale schiacci chiunque non riesca ad aderirvi in maniera impeccabile.
Come cantato dalle Dessert, il gruppo J-pop composto da dodicenni, “se non riesci a trovare il tuo posto da nessuna parte, […] allora potresti non aver altra scelta che morire.”
Un passato scomodo, un divenire misterioso
Il regista giapponese utilizza le nuove tecnologie dell’epoca come rappresentazione di un salto generazionale incolmabile. Da un lato abbiamo gli adulti, che faticano a tenere il passo con lo sviluppo di internet e della rete, responsabili di aver creato una società composta da cellule di un organismo in cui l’individualità viene annientata; dall’altro, i bambini. Figure “vergini”, che non hanno ancora vissuto il trauma dell’incasellamento forzato e che professano la libertà di vivere come si desidera.
A farne le spese sono però gli adolescenti. Incastrati in una società che li schiaccia, con la necessità di liberarsi dal giogo dei più grandi, si rifugiano in un mondo digitale agli albori che li rende però consapevoli di non potersi liberare del proprio fardello se non in un unico modo: togliersi la vita. Ecco quindi che il “connettersi con sé stessi”, concetto richiamato più volte nel film, significa recuperare quell’individualità perduta a causa del sistema in cui i giovani sono costretti ad esistere.
La regia di Sono
Suicide Club presenta innumerevoli contrasti. Fra questi, sicuramente degno di essere menzionato è quello che ne connota il tono grottesco. Splatter, videoclip, surreale, sequenze investigative ed horror si mescolano in maniera stupefacente per ricreare un’atmosfera carica di inquietudine. La tensione scaturisce dall’alternarsi di situazioni e contesti in maniera improvvisa, mentre la macchina da presa catapulta lo spettatore all’interno del mondo filmico, rendendolo partecipe di una storia da cui non è possibile sviare lo sguardo. Una partecipazione che fa percepire ancor di più il senso di crudezza e violenza improvvisa di cui il film è intriso.
Suicide Club, in sintesi
Soto mette in mostra gli angoli oscuri di un Giappone apparentemente perfetto attraverso il tema dei suicidi, una problematica realmente presente nel Paese del Sol Levante dei primi anni Duemila. La sua analisi della società passa attraverso il gore più sfrenato e momenti di lucida follia, per restituire un grido di rivalsa nei confronti di un mondo oppressivo e soffocante: il suicidio come gesto di piena liberazione da quel sistema che poi dovrà affrontarne le conseguenze. Un ribaltamento del significato solitamente associato al gesto di togliersi la vita, visto storicamente in Giappone come un modo per espiare le proprie colpe nei confronti della società.
La speranza che tutto questo possa cambiare viene affidata a chi ancora non è stato contaminato da regole stringenti e oneri massacranti: i bambini. A loro il regista affida la più impegnativa delle sfide, “vivete come vorreste!”
🎬 Valutazione
Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
4
★★★★★
