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Thunderbolts*: il ritorno umano del vecchio e semplice MCU

Thunderbolts*: il ritorno umano del vecchio e semplice MCU

Nostalgia, introspezione e seconde possibilità. Thunderbolts* è il film sui supereroi che non ti aspetti e che vorresti sempre rivedere in sala.

Purtroppo, non si può parlare di questo film senza fare spoiler. Quindi, prima di proseguire, assicurati di aver visto il film. Andando oltre questo avviso, con Thunderbolts* o The New Avengers, i Marvel Studios si allontanano dai meccanismi iperbolici del multiverso. Tutto ciò è stato necessario per tornare a raccontare storie intense e lineari come il primo Avengers del 2012. 

Infatti, è un vero e proprio ritorno alle origini, non solo per ambientazione e tono, ma per scelte narrative. Non si punta più alla spettacolarità fine a sé stessa, ma si riduce tutto all’essenziale. C’è un gruppo di personaggi fallibili, uniti da un desiderio comune di redenzione e questo basta. Il risultato è un film che non cerca di stupire con quantità, ma di colpire con qualità. Un piccolo grande manifesto del nuovo corso Marvel, più intimo e riflessivo.

Thunderbolts*: il ritorno umano del vecchio e semplice MCU

Una squadra scanzonata, ma funzionante e sorprendente allo stesso tempo

Il cuore pulsante di Thunderbolts* è la sua squadra, composta da personaggi che per anni sono stati messi ai margini del franchise. Tutti i protagonisti erano relegati a ruoli di supporto o dimenticati. Non ci sono gli eroi forzuti o i volti da copertina, ma uomini e donne segnati, e talvolta odiati dal pubblico e dall’opinione pubblica. È una formazione volutamente “di scarti”, guidata però da una forza narrativa nuova: la vulnerabilità. 

Yelena Belova, interpretata da una sempre più magnetica Florence Pugh, si conferma come uno dei personaggi meglio riusciti dell’ultimo decennio. Tagliente, disillusa ma profondamente umana, Yelena porta sulle spalle non solo il trauma del passato, ma anche il peso della leadership. Il suo compito è anche quello di dover tenere insieme un gruppo che non ha nulla in comune. Nonostante le difficoltà, trova  comunque un senso, una direzione, e lo spettatore lo trova con lei.

David Harbour, con il suo Red Guardian, è una rivelazione. Dopo Black Widow, il personaggio sembrava condannato a essere una macchietta, ma qui acquista spessore. Red Guardian è il padre sbagliato che però prova, goffamente, a fare la cosa giusta. È il burlone con un cuore grande, che non si prende mai sul serio ma che sa quando è il momento di combattere. Sebastian Stan, nei panni del Soldato d’Inverno, offre invece una performance misurata ma incisiva. Il suo Bucky parla poco, ma osserva tutto. È lo spettatore interno del gruppo, quello che conosce il dolore e capisce quando è il momento di agire. La sua trasformazione silenziosa da arma a uomo, da killer a guida, è uno dei fili rossi più belli del film.

Thunderbolts*: il ritorno umano del vecchio e semplice MCU

La metafora della depressione e il senso di vuoto in Thunderbolts*

Ma se c’è un personaggio che lascia davvero il segno, quello è Sentry. Il Robert “Bob” Reynolds di Lewis Pullman è il punto di rottura rispetto al passato dell’MCU. Si tratta di un personaggio che non cerca l’eroismo, ma una via d’uscita dalla propria oscurità. Bob è un uomo rotto, privo di autostima, sopraffatto da un potere che non riesce a controllare. Le tenebre non fanno altro che alimentare il suo peggior nemico, ovvero sé stesso. 

L’alter ego Void è una presenza silenziosa, minacciosa, angosciante. Non serve che uccida: basta che esista. Le sue apparizioni sono sequenze che tolgono il fiato, realizzate con un uso magistrale degli effetti speciali. Si evita l’eccesso per concentrarsi sull’atmosfera e sulle conseguenze della tragedia. La scelta di rappresentare Void come un’entità che “trascina nel vuoto” è una perfetta trasposizione visiva della depressione.

Non a caso, molte delle scene più toccanti del film si svolgono lontano dai combattimenti. Si piange, si riflette e si ride nei silenzi, negli sguardi, nei momenti in cui Bob cerca disperatamente la sua umanità. Il potere, in questo caso, è una maledizione. Solo il gruppo, quella famiglia disfunzionale che sono i Thunderbolts*, riesce a offrirgli un appiglio. La scena in cui tutti abbracciano Bob mentre Void sta per prenderne il controllo è uno dei momenti simbolicamente più forti di tutto il film. L’amicizia, la presenza e la comprensione sono le vere armi contro il buio e la solitudine.

Luci e ombre per Ghost e U.S. Agent all’interno della storia

Non tutti però riescono ad avere lo stesso spazio. Ghost di Hannah John-Kamen e U.S. Agent di Wyatt Russell, restano purtroppo sullo sfondo. I loro background sono appena accennati e il film non trova mai un vero momento per farli brillare. Ghost, con la sua instabilità quantica e il trauma non risolto, avrebbe meritato molto di più. Invece resta una presenza silenziosa, quasi ornamentale. Discorso simile per John Walker che, dopo l’apparizione in The Falcon and the Winter Soldier, non si accende mai nonostante la sua ambiguità morale interessante. Nel film U.S. Agent è ridotto a una figura svuotata, la cui crisi personale viene trattata troppo superficialmente.

C’è però da dire che anche nella loro marginalità, entrambi riescono a trasmettere una sensazione di verità. Walker, in particolare, rappresenta l’uomo che ha perso sé stesso e che non sa più chi essere. È una figura dolorosamente attuale nel mondo degli ex-eroi. È il volto del fallimento americano, della maschera che si sgretola. E proprio per questo, anche lui trova lentamente una sua dimensione, una sua rivincita, pur senza mai rubare la scena.

Thunderbolts*: il ritorno umano del vecchio e semplice MCU

Thunderbolts* è la promessa di un nuovo inizio con una scena post-credit da brividi

La regia di Jake Schreier è solida, sobria, senza eccessi. Fa un passo indietro per lasciare spazio ai personaggi, e questa scelta si rivela vincente. L’estetica del film, grazie alla fotografia di Steve Yedlin, si muove tra colori spenti e contrasti netti. Il tutto sembra evidenziare uno stato d’animo più che un’ambientazione. Questo ritorno all’umiltà è anche un ritorno all’anima del Marvel Cinematic Universe, troppo spesso soffocato da espedienti narrativi astratti.

I difetti? Non pochi. La principale debolezza resta la mancanza di coerenza con il resto dell’universo condiviso. Dove sono gli altri eroi? Perché nessuno interviene? La questione resta aperta e lascia l’amaro in bocca. Inoltre, alcune dinamiche di squadra sembrano forzate, inserite più per necessità narrativa che per evoluzione naturale. Ma il film si salva, anzi si distingue proprio per il suo cuore. Il senso di rivalsa, di appartenenza, di ritrovata identità attraversa tutta la pellicola. E poi c’è quel misterioso asterisco, ovvero il simbolo che separa nettamente ciò che viene mostrato da ciò che sarà.

Nelle battute finali, Julia Louis-Dreyfus nei panni di Valentina Allegra de Fontaine ufficializza ciò che il pubblico forse aveva già capito. I Thunderbolts sono i nuovi Avengers. Un passaggio di testimone controverso, divisivo, ma anche coraggioso. L’opinione pubblica è spaccata, come mostrano i credits. Ed è qui che arriva il colpo di scena tanto atteso. Nella scena dopo tutti i titoli di coda, una navicella sta affrontando un viaggio interdimensionale ed è appena entrata nell’atmosfera. Chi c’è a bordo? I Fantastici 4. Quindi, il prossimo tassello è pronto e l’hype è tornato a pulsare. Adesso, con Avengers: Doomsday all’orizzonte, il futuro dell’MCU sembra aver ritrovato la sua bussola.

Recensione a quattro stelle su Almanacco Cinema