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Unicorni: ascoltiamo la bellezza di essere se stessi
Unicorni sfida i cliché e il rischio di essere etichettata come ideologia woke. È un film manifesto che ha una sola parola chiave: ascolto.
Michela Andreozzi con il suo film Unicorni spiega con la semplicità situazioni complicate e come si possono risolvere.
E la soluzione è talmente lapalissiana che a tante persone tutto questo fa (ancora e inspiegabilmente) paura.
Un film per tutti assolutamente da non perdere.
Unicorni perché ogni persona è unica
Lucio e Elena hanno un figlio, Blu. È creativo, gentile, allegro e ama vestirsi da femmina. Perché? Lo spiega lui stesso: “Perché quel vestito mi sta benissimo”.
Dentro casa il bambino ha la massima libertà, ma quando il suo modo di essere esce dalle mura domestiche, la gestione diventa più complessa.
I genitori sono combattuti tra assecondare questa necessità e il timore di lasciare Blu alla mercé di un mondo pieno di cattiveria e di pericoli.
Per questo decidono di intraprendere un percorso con un gruppo organizzato da una psicoterapeuta, con famiglie incastrate nella stessa situazione.

Un meeting woke della Fao
La famiglia di Lucio ed Elena è serena, accogliente, allargata e al limite dall’essere irrimediabilmente frikkettona.
Al limite, sì: perché mostra immediatamente come la verità e la giusta misura sia nel mezzo.
Il film si apre infatti con un pranzo, organizzato da Elena a casa loro in occasione del compleanno di Marta, ex moglie di Lucio.
Tra loro c’è armonia, complicità e affetto sincero. Alla loro tavola siedono persone di diverse religioni e orientamento sessuale. Infatti le pietanze preparate da Lucio rispondono con premura a tutte le esigenze.
Ma è su un classico piatto di pasta al sugo che scatta l’ovazione e le distese risate di tutte.
Perché a saturare l’aria di tensione ci pensa l’amico di Lucio che non perde occasione per criticare le scelte e le azioni della famiglia fuori dai suoi radicati schemi mentali.
La presa di consapevolezza di essere Unicorni
Il film accompagna lo spettatore verso un’epifania importante: in ogni persona c’è una parte che ha paura e non vuole mettersi in ascolto, si crede superiore ma in realtà è permeata di una cultura tossica. Riconoscerla, ascoltarla e contrastarla è il vero atto rivoluzionario. Passare dalla teoria all’azione è il momento decisivo.
Come sentenzia la psicologa del gruppo Genitori Unicorni, “Anche se il mondo è ingiusto si può fare la scelta giusta.”
La paura di essere sé
“Io voglio essere io” dichiara Blu.

Ed è proprio questo che spaventa: spaventa gli adulti, che temono che la personalità del figlio non possa integrarsi in quelle che sono le aspettative della società; spaventa i pari del bambino, invece costretti nelle aspettative dei genitori; spaventa Blu stesso, che teme di deludere e di non fare felici i suoi genitori o essere addirittura causa di separazione.
Il dr Freud si sarebbe sfregato le mani e avrebbe gongolato soddisfatto di fronte a tanto Io, Es e Super-io.
Un paradosso: i genitori dovrebbero far felici i propri figli, non il contrario.
La preoccupazione di un genitore dovrebbe essere costruire un mondo degno di accogliere i propri figli e invece i cuccioli d’uomo vengono caricati di un’enorme responsabilità che pesa enormemente sulle loro esili spalle e sul loro cuore.
Che siano le leggi degli adulti a influenzare il comportamento dei bambini si vede nel cambiamento dell’amico di Blu che inizialmente fa il bullo ma alla fine lo difende.
La tenacia e la determinazione di Blu, l’immagine di libertà che lancia sveglia le coscienze dei genitori e gli fa prendere una nuova consapevolezza, soprattutto di se stessi.
Gli adulti non sanno chi sono e dove vanno: quando Blu chiede perché il gruppo si chiami Unicorni i genitori non glielo sanno spiegare. Non si sono neanche posti la domanda.
I bambini le domande se le pongono e si danno anche delle risposte, hanno ben chiaro di come vogliono essere, di che abito vogliono indossare.
“Se mi adeguo non faccio bene a nessuno. Se quel vestito ti sta bene devo aiutarti a metterlo” conclude Lucio.
Unicorni: un vero cambio di paradigma
Il grido che lancia Unicorni è mettersi in ascolto.
Ma non passivo: un ascolto che sappia rimodulare e rimodellare una società.
Blu e Diletta, figlia adolescente di Lucio e Marta, si chiamano tra loro fratella e sorello.
Verso un nuovo linguaggio, verso una nuova società che non identifichi la presa di coscienza della propria identità di genere o di orientamento sessuale come una patologia. E tantomeno la tratti come tale.
Soprattutto in famiglia.
Nuovi vocaboli, nuove realtà. Perché nominare è riconoscere, vedere, ascoltare.
La fiera dello stereotipo
Se proprio si vuole trovare un difetto a questo film è l’eccesso e l’intensa condensazione degli stereotipi.
Stefano, amico e collega di Lucio, trova assurdo che un bambino possa vestirsi da femmina, che la cucina sia vegana, che una donna non si occupi del focolare domestico e Diletta possa avere una relazione aperta col suo ragazzo.
Tutto questo espresso nei primi minuti di film: tanti argomenti, Stefano risulta carico di stereotipi e classici conservatori. Gli mancava solo di estrarre il busto di Mussolini e quadro era completo. Senza tralasciare tutte le sue contraddizioni: parla di estinzione di famiglia ma è iscritto a Tinder. Un pieno di bigottismo e maschilismo condensato in un unico personaggio e in pochissimo tempo.
Andreozzi vuole dirci tanto e la scelta è stata probabilmente obbligata.
Cade purtroppo nello stesso tranello contro cui in realtà combatte: non tanto i ruoli quanto i gusti di genere. Vestiti a parte, quello che piace e non piace a Blu è tra i più classici dei cliché: le bambole, i balletti e le principesse.
Esistono tante bambine che sognano macchine telecomandate, amano i parchi avventura e giocano a calcio. Troppo estremo nella stereotipia.
La psicologia è la svolta, il teatro la via
Il personaggio di Marta, interpretato da un’eccelsa Donatella Finocchiaro, è secondario ma fondamentale.
Una psicologa abile ma che si esprime a metà (“Sono solo alle risorse umane” si ridimensiona lei più volte) è spesso invece approdo per i protagonisti. Il conflitto con la figlia si rivela sano e fisiologico e rappresenta il passaggio dal vecchio al nuovo.
In particolare nell’ultima scena, seduta accanto alla preside della scuola e sentenzia “La scuola avrebbe bisogno di più educazione emotiva e meno programmi scolastici.”
Un’affermazione che colloca il film nella più recente attualità, un argomento di discussione che si dibatte da mesi.
“Lei chi è?” chiede la preside “Una psicologa” chiosa Marta, chiarendo l’importanza che ha questa figura nella società contemporanea. Il tutto sulle note de “La vasca” di Alex Britti, che tra i suoi successi ha anche la canzone “Oggi sono io“, perfettamente in tema con il film.
Non casuale neanche la citazione di Sergio Endrigo, che ha cantato tante volte nelle sue canzoni la semplicità, la gentilezza e la bellezza dei bambini.
Significativo infine che nel teatro, luogo di recita e finzione, sia invece il posto sicuro dove Blu possa essere se stesso in piena libertà. Fuori dal palcoscenico si indossano le vere maschere, nello spettacolo si esprime la vera essenza di sé.

Inizialmente non può interpretare la Sirenetta perché una bambina aveva scelto prima di lui il personaggio, non perché il mastro glielo vieta. Questa è la vera libertà, non invadere le scelte degli altri, non dettare la propria legge.
“Io mica gli dico come deve essere” nota Blu di fronte a un atto di bullismo.