Presentato durante Venezia 81, Broken Rage è l’ultimo lavoro di Takeshi Kitano. E ha riscontrato grande successo, guadagnandosi una lunga ovazione.
Il film, della durata di soli 62 minuti, ha riscontrato un grandissimo successo, in special modo per la sua natura creativa e del tutto unica. Come da titolo, Broken Rage si pone l’intento di spezzare in due qualcosa, non soltanto la rabbia del protagonista, ma anche la persona creando una netta spaccatura tra il Kitano-comico e il Kitano-regista, la quale, però, alla fine del film, si è risanata nel Kitano-artista.
La divisione in due atti, infatti, permette al film di votare ogni scena che lo compone all’autoriflessione, dissacrante o violenta che sia.
Broken Rage, la trama
Il film segue la storia e il lavoro di un sicario di nome Nezumi, interpretato dallo stesso Kitano, il quale è costretto a collaborare con la polizia al fine di incastrare un potente boss della yakuza, la mafia giapponese.
La prima metà del film presenta le caratteristiche del tipico gangster-movie: un’atmosfera cupa, un ambiente inquietante e scene di violenza che, fortunatamente, risultano essere ben più qualitative che quantitative e che spingono in modo chiaro il significato del primo atto del film.
Il secondo atto del film segue la stessa storia, ma in chiave totalmente comica e umoristica, presentando quindi le caratteristiche tipiche della commedia.
La funzione del film
Lo spirito anarchico, l’ intraprendenza del protagonista e il rapporto con gli altri personaggi, interpretati da Tadanobu Asano, Nao Ohmori e Shido Nakamura, fungono sicuramente da catalizzatori per l’attenzione dello spettatore, tuttavia, è la revisione umoristica degli eventi a cui il regista sottopone il pubblico nella seconda metà che offre uno sguardo totalizzante sull’ottica utilizzata per la creazione del film.
Quello che Kitano vuol far intendere allo spettatore, con assoluta sincerità e franchezza trasparente, è che un quadro serve ad unire le varie sfumature dei vari colori utilizzati. Questo film ha reso possibile, ancor di più rispetto ad altri titoli come Getting Any? del 1994, la disgregazione di ogni preconcetto e immagine associati al regista nel corso della sua lunga carriera.
Il film è stato capace di unire le due visioni che ha il pubblico di Kitano in un’unica visione artistica, una sola persona pubblica, capace di avere tanti colori nelle sfaccettature del suo quadro. La commedia presentata qui dal regista è senza freni, con l’intento di far emergere il regista come una vera e propria entità umoristica che vede nella demistificazione l’unica strada possibile per la creazione di una sua epica mitologica.
In conclusione
Nonostante la prima parte del film passi in rassegna gli avvenimenti nello stile che gli affezionati del regista hanno imparato ad apprezzare – basti pensare al fatto che vi sono alcuni riferimenti a film come Outrage e L’estate di Kikujiro, film molto importanti nella filmografia di Kitano – è nella seconda parte che emerge la vera bellezza artistica del personaggio, dell’autore e del film stesso.
Il contenuto umoristico della seconda metà dell’opera conduce lo spettatore verso cammini quasi del tutto inesplorati, capaci di far perdere anche il migliore degli esploratori, o dei cinefili, nel nostro caso, nella bellezza dei panorami sconosciuti che offre l’innovazione, o meglio la scoperta.
Grazie anche alla salda presa che Kitano esercita sulle sue radici da manzaishi, ovvero di parte comica di un duo da cabaret manzai, il film permette di avere un’ottica diversa sul cuore e sulla passione che il cineasta inserisce, e ha sempre inserito, nelle sue opere.
La maturazione artistica avviene in ogni momento nella mente di chi cerca sempre di rinnovarsi e di cambiare: in questo film è tangibile la voglia di Kitano di mostrare una nuova tappa del suo amato lavoro al suo amato pubblico.
