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Portobello, la recensione della serie tv su Almanacco Cinema

Portobello, una cronaca italiana

Sono su HBO i primi due episodi di Portobello, la nuova serie di Marco Bellocchio. Che torna a confrontarsi con la storia italiana recente dopo Esterno Notte.

Portobello, è stata presentata alla Mostra del Cinema di Venezia e affronta il caso Enzo Tortora, concentrandosi sull’ascesa, l’arresto e sulla frattura tra pubblico e privato. Come sempre, Marco Bellocchio racconta uno spaccato di Storia italiana in modo eccelso, non puntando a essere né un semplice racconto di cronaca né un melodramma  di uno degli errori giudiziari più clamorosi della Storia.

Il primo episodio: la costruzione di un impero

I primi due episodi, ora disponibili su HBO costruiscono due linee narrative parallele destinate a congiungersi per dare vita alla storia che tutti conosciamo. Il programma televisivo Portobello era sulla televisione di tutti gli italiani, come ci mostra il primo episodio. Tortora entrava nelle case di tutti, era un rito: ritrovarsi davanti alla televisione per vedere Portobello. Ma mentre Enzo Tortora, interpretato da un magistrale Fabrizio Gifuni, costruiva il suo impero, nelle carceri di Napoli Giovanni Pandico (Lino Musella) lo accusa ingiustamente, di far parte della Nuova Camorra.

Per tutto il primo episodio, queste linee comunicano ma non si incontrano. L’autore costruisce la visione dell’impero e della potenza di Portobello. Bellocchio non punta a voler far solo un ritratto di Tortora ma vuole ritrarre l’Italia di quei tempi. Già dal primo episodio vediamo uno dei temi della serie: l’esposizione mediatica. Se Portobello è un luogo di svago e di divertimento per gli italiani dietro c’è una macchina da lavoro enorme e sopratutto è già da qui che si inizia a vedere la linea sottile tra privato e pubblico, Tortora non può farsi vedere in pubblico con la sua compagna più giovane, Francesca Scopelliti (Romana Maggiora Vergano) perché non si sa come la prenderebbe il suo pubblico. Tortora è già esposto all’invasione del pubblico nel suo privato, ancora prima dell’arresto. Nel primo episodio quindi, Bellocchio mette le basi per ciò che racconta davvero, non solo un semplice caso, ma la gogna pubblica di un uomo in un Italia divisa.

Il secondo episodio: la gogna mediatica

L’arresto, mostrato senza enfasi melodrammatica, arriva come un cortocircuito. Ma lo spettatore non è sorpreso, lo sa. Bellocchio non cerca il colpo di scena ma l’effetto domino che si innesta e diventa lo sgretolamento dell’immagine pubblica di una persona, prima ancora di sapere quali siano le prove vere. In un attimo Tortora passa da essere il padrone di casa di tutti gli italiani a essere considerato un criminale. Quello che racconta l’autore è la metafora di una società che celebra i suoi idoli e immediatamente li sacrifica sull’altare del sensazionalismo. I primi due episodi della serie sono chiari: Bellocchio non si limita a raccontare i fatti ma costruisce una riflessione sul potere dei media, sull’immagine pubblica e sull’effetto corrosivo della gogna collettiva. Tortora in un attimo passa da essere icona della televisione nazionale a simbolo del fallimento delle istituzioni e questo non è altro che lo specchio di una società in crisi di identità.

Quelli che dovrebbero essere garanti di una giustizia sembrano contribuire alla costruzione di una narrazione alternativa che si oppone a quella della verità. Questa verità non sembra interessare a nessuno, alla massa interessa solo di avere in pasto l’uomo.

La regia

I primi due episodi mostrano uno stile rigoroso e dettagliato, con un montaggio e un suono che crescono assieme all’emozione dello spettatore. La ricostruzione degli anni ’70 e ’80 è dettagliata, Bellocchio non racconta solo Tortora ma anche tutta l’Italia che c’è intorno, come il terremoto in Campania del 1980. Questo non fa altro che costruire un ritratto generale di pari passo a quello di un uomo. Come sempre nei film di Bellocchio, il privato diventa il modo per raccontare la metafora di una storia comune. Nel secondo episodio iniziamo a entrare dentro casa di Tortora e dentro il suo privato al di fuori del personaggio pubblico di Portobello, questo ci fa pensare che nei prossimi episodi vedremo come le persone attorno a lui hanno vissuto quel clamoroso errore giudiziario. Questo ci ricorda la stessa operazione che fa Bellocchio in Esterno Notte con il caso Moro.

L’interpretazione di Gifuni è il fulcro emotivo dei primi due episodi. La realtà con cui prende possesso del personaggio di Enzo Tortora è disarmante. Costruisce un personaggio incredulo davanti ai fatti ma che rimane sempre composto anche davanti all’umiliazione pubblica. Insiste sul silenzio, lo sguardo in macchina, la fatica di comprende la logica assurda delle cose.

Già dai primi due episodi la serie dimostra di essere ad un livello altissimo sia di scrittura che di regia.

Conclusione

I primi due episodi di Portobello mettono subito in chiaro l’intenzione di Marco Bellocchio: non realizzare un semplice racconto giudiziario, ma un’opera sulla fragilità dell’identità pubblica e sul potere devastante della parola, qualunque essa sia: televisiva, giornalistica o processuale. L’apertura è sobria e controllato: Bellocchio non cerca il colpo di scena ma mostra un clima di progressiva erosione a partire dalla frattura che si crea con la fiducia nelle istituzioni.

Portobello si preannuncia come una delle opere più lucide del recente panorama italiano: un racconto che interroga il passato per parlare al presente.

 

🎬 Valutazione

Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
5
★★★★★