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Fuori orario

Scorsese racconta Scorsese: Fuori orario

Dopo flop al botteghino e capolavori, Scorsese realizza la quintessenza del film indipendente, Fuori orario, il cult ibrido tra grottesco e noir.

Seppur si possa discutere sull’importanza ed il valore dell’arte cinematografica, è innegabile quanto realizzare un film comporta un dispendio di energie, soldi e compromessi che servono a superare ostacoli e difficoltà. Insomma, fare cinema potrebbe essere facile, ma il più delle volte non lo è. Martin Scorsese lo ha scoperto a sue spese e nel passaggio tra anni ’70 e ’80 e questo lo ha portato a rivalutare anche la sua carriera.

Il futuro nel mondo dell’arte è perennemente appeso ad un filo molto sottile che può spezzarsi in qualsiasi momento. Così, il regista italoamericano incassa dei colpi durissimi che lo buttano giù. E l’arte è il riflesso della vita, o il contrario. E quando la droga e qualche delusione amorosa – costruita proprio sugli abusi – si immischia nel lavoro, le cose si complicano in un’intricata spirale, potenzialmente dannosa.

Soldi, soldi, soldi

Nel 1983 Scorsese realizza un film che risulta essere un flop enorme al botteghino, ma che con il passare del tempo si trasforma in un’opera considerata cult assoluto. Il film in questione è Re per una notte, costruito alla base di un’altra collaborazione tra il regista di Little Italy con l’amico Robert De Niro – lo stesso vale per Toro scatenato.

Il problema è che nonostante un film poi assuma o meno un valore assoluto indiscutibile, se non incassa è un problema. In un contesto come la prima metà degli anni ’80, in cui era da non troppo comparso il malevolo concetto di blockbuster e le produzioni volevano sottrarre sempre di più l’autorialità agli autori – appunto – Scorsese è costretto a proseguire con una scommessa: un film indipendente e fuori dalla sua traiettoria.

Fuori orario

Una sceneggiatura chiamata Lies e realizzata da Joseph Minion viene acquisita dalla produttrice Amy Robinson e dall’attore Griffin Dunne – già protagonista del cult dei cult, Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis. All’inizio i due pensano a Tim Burton, ma quando Scorsese legge lo script, ne rimane folgorato ed esprime il desiderio di volerlo adattare. Burton si fa da parte e la coppia accetta volentieri di produrre per il regista.

Primo film in undici anni senza De Niro, con un budget di neanche 4 milioni. Ultimo film – fino ad oggi – del regista a non essere biografico o un adattamento letterario. Fuori orario racconta la strana notte che vive Paul Hackett – Dunne – un annoiato programmatore di computer che, finito il turno di lavoro, incontra una particolare ragazza di nome Marcy – la splendida Patrica Arquette – che lo condurrà come una musa nelle più folli ore della sua vita.

Fuori orario

Horror e commedia

Un’incessante ed estenuante incubo suburbano. Girato unicamente di notte, quest’opera mastodontica è un minestrone di riferimenti ed una zuppa di generi. Già descriverne la trama in poche righe è un’operazione abbastanza complicata, ma spiegarlo lo è forse di più. Fortunatamente, nessuno si pone questo obiettivo, tantomeno il sottoscritto. E, se c’è un film che parla da sè senza neanche comunicare, beh, questo è il caso.

Fuori orario è un esperimento coraggioso che non ha senso, eppure tutto si incastra perfettamente con estrema grazie e logica. Non è un horror, ma il sentimento di paranoia e stress pervade ogni singola scena. Non è una commedia, ma i personaggi sono grotteschi, a dir poco – particolarmente quello dello straordinario John Heard – e rappresentano delle caricature della realtà. Una satira nera che gioca con il pubblico e si prende gioco di sè stessa.

Lavoro nella Grande Mela

L’eroe di Scorsese è come un topo che prova ad uscire da un labirinto. È un lungo viaggio nella notte che si consuma lentamente e come una candela brucia e brucia, ma la fiamma rimane sempre accesa. È pervaso da una strana sensazione che gli si ripropone costantemente ma questo circolo vizioso non ha fine. E lui è un topo che gira sulla ruota, e la ruota è l’industria del lavoro. Ma la società e l’avanzamento tecnologico vanno di pari passo?

L’affresco scorsesiano di New York è quello di una città nuova, o che, almeno, il regista ci propone sotto una nuova lenta, la quale lui non aveva mai affrontato. E la luce che la illumina è sporca e fuori fuoco. Non ha margini di miglioramento, semmai di devoluzione. E quello squallido marciume che esce la notte, quello di cui Travis Bickle parla in Taxi Driver, è venuto fuori. Ma il diluvio universale che dovrebbe ripulire tutto, per sempre, non è mai arrivato.