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La mietitrice del tempo, la recensione: smielato e confuso
La recensione con SPOILER di La mietitrice del tempo (2021) di Francis Leclerc. Un mini-fantasy col personaggio della morte, che potete assolutamente perdervi.
Su Prime Video è disponibile un piccolo film fantasy canadese dall’aria interessante, La mietitrice del tempo (2021) [titolo originale: L’arracheuse de temps]. Farebbe venire voglia di guardarlo. Male. Molto male. In questa recensione vedremo perché.
Informazioni su La mietitrice del tempo
Il film è diretto da Francis Lecrerc, con sceneggiatura di Fred Pellerin.

Il cast: Jade Charbonneau, Marc Messier, Céline Bonnier, Guillaume Cyr, Émile Proux-Cloutier, Oscar Desgagnés, Michèle Deslauriers, Marie-Ève Beauregard, Pier-Luc Funk, Sonia Cordeau, Geneviève Schmidt.
La trama
Nel 1988 a Saint-Élie-de-Caxton, Fred, un ragazzo di 11 anni, è preoccupato per la salute della nonna. Sfinita dalla malattia, la donna, una vecchia cantastorie, prova a convincere il nipote che la Morte non esiste più. La sua storia riporterà in vita, dal lontano 1927, personaggi straordinari del loro villaggio. saranno loro, attraverso trucchi incredibili, ad eliminare la Morte che li minaccia. La morte, in fondo, non è altro che l’origine di leggende.
La recensione di La mietitrice del tempo
Questo è un film da guardare possibilmente la mattina, magari facendo colazione e belli carichi. Lo so, non è il migliore degli orari per la visione di un film, ma io ho commesso lo sbaglio di guardarlo alle 21 e, arrivato a 3/4 del film, sono stato costretto a stoppare perché mi stavo addormentando. E, credetemi, non era per l’orario o la stanchezza, bensì per una parte centrale inconsistente e raffazzonata.
La sceneggiatura è di uno smielato veramente fastidioso, sembrerebbero le battute di un film per bambini, ma La mietitrice del tempo non ha assolutamente quel look (anche se vorrebbe) magico o favolistico che avrebbe dovuto avere in quel caso.
Gli attori sarebbero anche bravini, ma danno tutti quanti l’impressione di star over-recitando. Jade Charbonneau è la migliore, ma il suo personaggio è troppo perfetto per essere interessante.
La regia offre anche qualche spunto interessante e pure la fotografia non è malaccio, seppur con degli sfondi nei primi piani fin troppo sfocati.

La Morte è l’unica cosa che invogli la continuazione della visione ed è dosata il giusto, tra l’altro truccata manualmente con quello stile un po’ retrò come piace a me. Non a caso c’è lei nella scena più bella del film, proprio sul finale.
C’è questo nipotino, Fred, che assiste alla morte della nonna e la piange, ed ecco che su un lato si vede apparire il personaggio della Morte. Non c’è un minimo di pathos eh, sia chiaro, ma l’idea è carina. L’unico difetto della Morte è la voce (potrebbe anche essere un problema di doppiaggio), che sembra quella di una vecchia ubriaca. Anche la tematica parallela offerta dal come ci si rapporta alla morte si diluisce un po’ nel nulla, con frasi che non hanno molto senso.
Siccome la vicenda segue la struttura del racconto della nonna, ci sono diversi casi di scene ripetute così come la nonna ricorregge i ricordi mentre li riporta al nipote. Vorrebbe essere un guizzo registico, vorrebbe far ridere… la prima volta è anche una soluzione carina, alla quinta decisamente no.
Molte le scene che purtroppo non si possono che definire stupide, come quella in cui l’amica della protagonista, Lurette finisce per imbattersi con la Morte, inseguendo una carta da gioco che vola in aria per quasi mezzo paese fino al cimitero; oppure quella della morte del bambino, fatta palesemente con un lenzuolo di carta velina nera tirato con delle cordicelle.
Il problema più grande però, è proprio la struttura del film; vorrebbe dilungarsi ad introdurti i personaggi, ma finisce solo per essere una sequela di scene per le quali l’interesse è minimo. La parte centrale, poi, come accennavo è abbastanza confusa e si arriva al finale capendo tutto, vista comunque la semplicità della trama, ma un po’ storditi e come se mancasse un pezzo.
In sostanza spunti anche non male, per un risultato che però alla fine è tutt’altro che riuscito.

