Festival del Cinema di Berlino, la Berlinale 2026

Berlinale 2026: ecco chi ha trionfato. Dall’Orso d’Oro in giù

La 76ª edizione della Berlinale premia il coraggio politico: dai film sulla repressione turca alle voci per la Palestina. Si tratta di un contentino?

Berlinale 2026, un Orso d’Oro che sa di resistenza

Quando Wim Wenders aveva suggerito ai cineasti di “restare fuori dalla politica”, probabilmente non si aspettava di presiedere la giuria più politicizzata degli ultimi anni, quella della Berlinale 2026. E invece eccolo lì, sul palco, ad assegnare l’Orso d’Oro a Yellow Letters di Ilker Çatak, un film che è dichiarazione d’intenti prima ancora che opera cinematografica.

La pellicola segue Derya (Özgü Namal) e Aziz (Tansu Biçer), due artisti teatrali turchi travolti dalla macchina repressiva del governo di Ankara. La scelta di girare tutto in Germania, senza alcuno sforzo di mascherare le location, non è ingenuità produttiva: è un avvertimento. Ciò che è accaduto in Turchia, sembra dire Çatak, può accadere ovunque. Anche qui. Anche adesso.

“Il linguaggio politico del totalitarismo contrapposto al linguaggio empatico del cinema”: così Wenders ha motivato il premio, trovando in extremis le parole giuste per un film che parla da solo.

Çatak diventa così il primo regista tedesco a vincere l’Orso d’Oro dai tempi di Fatih Akin, che trionfò con La sposa turca nel 2004. Il dettaglio non è secondario: entrambi sono nati in Germania da genitori immigrati turchi. Una coincidenza che racconta molto di più di qualsiasi discorso.

Sandra Hüller: ancora lei, ancora straordinaria

Se c’è un nome che domina il cinema europeo degli ultimi anni, quel nome è Sandra Hüller. Candidata all’Oscar per Anatomia di una caduta, già protagonista di La zona d’interesse, la star tedesca si conferma forza della natura con Rose dell’austriaco Markus Schleinzer, conquistando l’Orso d’Argento per la migliore interpretazione.

Nel film, in bianco e nero, la Hüller interpreta una donna che nel XVII secolo tenta di vivere come un uomo nella Germania rurale. Un’opera ispirata a centinaia di casi storici documentati, che diventa nelle sue mani qualcosa di universale e commovente. La performance è fisica, totale, impossibile da guardare senza trattenere il respiro.

La cerimonia ha regalato anche un momento destinato a restare negli annali: prima di ritirare il trofeo, la Hüller ha stampato un bacio sulle labbra di Ewa Puszczyńska, sua produttrice in La zona d’interesse e membro della giuria. Una variazione personalissima del celebre bacio degli Oscar, con molto più calore e molta meno retorica.

Intanto il futuro hollywoodiano di Hüller si fa sempre più luminoso: la vedremo presto al fianco di Tom Cruise nella commedia drammatica Digger di Alejandro G. Iñárritu e insieme a Ryan Gosling nel fantascientifico Project Hail Mary di Phil Lord e Christopher Miller. L’Europa sta per cedere una delle sue interpreti più entusiasmanti agli studios americani? Speriamo di no. O almeno, speriamo che torni spesso.

Queen at Sea: Calder-Marshall e Courtenay commuovono la giuria

Il premio per la migliore interpretazione non protagonista ha un sapore antico e prezioso: va ad Anna Calder-Marshall e Tom Courtenay per Queen at Sea di Lance Hammer, un dramma sull’amore che resiste alla malattia e al tempo.

Calder-Marshall interpreta una donna con demenza grave; Courtenay il marito che la accudisce con dedizione silenziosa. Due giganti del cinema britannico che si ritrovano a settant’anni di carriera alle spalle per darci forse le prove più intime della loro vita. Il film, che vanta nel cast anche Juliette Binoche e Florence Hunt, si aggiudica anche il Premio della Giuria.

Gli altri premi della Berlinale 2026: dalla regia alla sceneggiatura, passando per il documentario

Il premio per la migliore regia è andato al britannico Grant Gee per Everyone Digs Bill Evans, biopic frammentato e visionario sul leggendario pianista jazz, devastato dalla perdita del contrabbassista Scott LaFaro in un incidente stradale. Anders Danielsen Lie (già visto nel commovente Sentimental Value) presta il volto a Evans, con Laurie Metcalf e Bill Pullman nei panni dei suoi genitori.

L’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura è andato a Nina Roza della regista quebecchese Geneviève Dulude-de Celles, storia di un immigrato bulgaro in cerca di una bambina prodigio di otto anni tornata in patria: un road movie dell’anima che ha stregato la giuria.

Da segnalare anche Yo (Love Is a Rebellious Bird) di Anna Fitch, premiato per lo straordinario contributo artistico: un documentario che usa pupazzi, collage e plastici in scala per raccontare la vita dell’immigrata svizzera Yolanda «Yo» Shea. Formalmente audace, emotivamente devastante.

Il Gran Premio della Giuria è infine andato a Salvation di Emin Alper, dramma sull’escalation di violenza in un villaggio isolato sulle montagne turche. Sul palco, Alper ha scandito parole di fuoco: “Popolo della Palestina, non siete soli. Popolo dell’Iran che soffre sotto la tirannia, non siete soli. Popolo del Kurdistan, non siete soli. Il mio popolo, non siete soli”.

La politica sul palco: una Berlinale che non si è fatta silenziare

La cerimonia di premiazione è stata attraversata da una corrente politica costante, a tratti travolgente. Diversi cineasti hanno usato il palco per condannare le azioni militari israeliane in Medio Oriente. La regista libanese Marie-Rose Osta, premiata con l’Orso d’Oro per il miglior cortometraggio per Someday a Child, ha parlato di un crollo del diritto internazionale. Abdallah Alkhatib, vincitore del Premio Documentario della Berlinale per Chronicles From a Siege, ha portato sul palco una bandiera palestinese.

Tricia Tuttle, direttrice della Berlinale, aveva aperto la serata riconoscendo che l’edizione 2026 era risultata “cruda e lacerata”, e che il dolore e la rabbia per gli eventi globali avevano pieno diritto di esistere all’interno della comunità del festival. Ha chiuso la notte con una nota di speranza: “speranza e amore” come filo conduttore di ogni discorso, e un invito aperto: “Tutti sono i benvenuti nella comunità della Berlinale”.

A chiudere il cerchio, uno dei produttori di Yellow Letters ha trovato forse le parole più lucide della serata: “Non siamo nemici. Siamo alleati. La vera minaccia non è tra noi. Sono gli autocrati, i partiti di destra, i nichilisti del nostro tempo. Non combattiamoci fra noi. Combattiamoli”.

Una Berlinale che ha ritrovato la voce. E non ha paura di usarla.

Berlinale 2026, tutti i premiati

Orso d’Oro per il miglior film: Yellow Letters, regia di Ilker Çatak

Gran Premio della Giuria: Salvation, regia di Emin Alper

Premio della Giuria: Queen at Sea, regia di Lance Hammer

Migliore regia: Grant Gee, Everyone Digs Bill Evans

Migliore interpretazione protagonista: Sandra Hüller, Rose

Migliore interpretazione non protagonista: Anna Calder-Marshall e Tom Courtenay, Queen at Sea

Migliore sceneggiatura: Nina Roza, regia di Geneviève Dulude-de Celles

Straordinario contributo artistico: Yo (Love Is a Rebellious Bird), regia di Anna Fitch

Premio Primo Film GFF: Chronicles From the Siege, regia di Abdallah Alkhatib — Menzione speciale: Forest High (Forêt Ivre), regia di Manon Coubia

Premio Documentario della Berlinale: If Pigeons Turned to Gold, regia di Pepa Lubojacki

Orso d’Oro miglior cortometraggio: Someday a Child, regia di Marie-Rose Osta

Premio della Giuria cortometraggi: A Woman’s Place Is Everywhere, regia di Fanny Texier

Premio CUPRA per i cineasti emergenti: Jingkai Qu, Kleptomania