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C’era una volta in Italia
L’Italia regnava come un faro dell’industria cinematografica e poi tutto è cambiato, senza che nessuno se ne accorgesse, lasciando un colmo riempito da pochi.
Sono oramai decenni che sentiamo dire ogni santo giorno che il cinema italiano è morto e che quello che c’è stato prima non tornerà mai più. E, probabilmente è vero, quel che è stato, non sarà, anche se esiste una certa ciclicità nella storia. L’aspetto importante riguarda il ragionare non sul come si sia arrivati a questo punto, ma quanto di ciò che dobbiamo preservare, vale ancora la pena ricordare.
Sono oramai anni che la fiamma della cultura e dell’arte, nel senso ampio del termine, vacilla tenuemente, costretto a sopportare il vento e le intemperie di un mondo che la soffoca e che lascia che si spenga. La categoria della critica cinematografica rappresenta perfettamente l’andamento discendente dello stato cinematografico e, dallo 15 febbraio, la fiamma di un cinema già inesistente si è affievolita ancora di più: ci ha lasciati Federico Frusciante.
Italia in una galassia lontana lontana
Già dal 1895 l’Italia ha iniziato una piccola produzione di cortometraggi muti, ma è con gli ultimi anni del secondo conflitto mondiale e il dopoguerra che inizia l’industria. Prima, il realismo di Vittorio De Sica e Luchino Visconti, poi la commedia all’italiana di Mario Monicelli e Ettore Scola, passando ad autori non riconducibili a nulla, da Federico Fellini a Michelangelo Antonioni, da Roberto Rossellini a Pier Paolo Pasolini e Ermanno Olmi.
Ma, proprio attraverso il lavoro di autori geniali come questi ultimi due, il cinema italiano da semplicemente sociale diventa spudoratamente politico. Francesco Rosi rappresenta uno spartiacque – da Salvatore Giuliano a Le mani sulla città. Elio Petri ed il sodalizio col più grande attore di sempre, Gian Maria Volontè, ne è uno stilema emblematico: la volontà di estendere il cinema ad uno strumento, e non puramente ad un mezzo d’intrattenimento. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La classe operaia va in paradiso, Todo Modo.
Cinema di genere
Tralasciando l’invisibile cinema d’animazione italiano, del quale già si è parlato in passato, il cinema che ha reso l’Italia un peso massimo a livello internazionale è stato il cinema di genere, in grado di catturare a sè grandi autori. La fantascienza ha visto nomi come Mario Bava – che ha fatto tutto e influenzato tutti – e Antonio Margheriti, mentre il western veniva rivoluzionato completamente da Sergio Leone e Sergio Corbucci.
Ma, l’horror e il giallo all’italiana hanno proliferato, insegnando cinema al resto del mondo. Lo stesso Bava, con autori straordinari come Lucio Fulci e il suo L’aldilà, Dario Argento, Pupi Avati, e poi Sergio Martino, Lamberto Bava, Umberto Lenzi, Michele Soavi e così via. E, se c’era qualcuno che aveva capito prima di molti quanto questo cinema di genere fosse vitalmente rilevante per il nostro paese, è stata proprio la critica cinematografica.

La critica cinematografica
In Italia, la nostra industria cinematografica – purtroppo oggi neanche considerata tale – racchiude in sè una sfilza di talenti annessi intrinsecamente, come il doppiaggio e come la critica. Tra i nomi che ne hanno fatto fondamento, oltre ai vari Morando Morandini, Paolo Merenghetti e Pino Farinotti, un’ultima schiera ne è riuscita ad anticipare i tempi, grazie a scrittori come Enrico Ghezzi e Marco Giusti.
L’evoluzione del mondo moderno e la falsa democratizzazione derivata dalle pretese del progresso tecnologico del 21esimo secolo hanno portato ad un’annullamento di punti di riferimento. La polarizzazione societaria ha costruito parallelamente due blocchi totalmente nuovi di fare critica: fare critica in quanto semplicemente in possesso di un’opinione e fare un nuovo tipo di critica. A quest’ultima categoria, ed oltre, apparteneva Federico Frusciante.
Federico Frusciante
Tralasciando qualsiasi considerazione personale su questa persona e su quanto abbia contribuito a formare socialmente e culturalmente il sottoscritto quanto una porzione grandissima delle nuove generazioni – ma anche delle vecchie – Federico Frusciante è stato la voce schietta, integerrima ed inperscrutabile della odierna critica cinematografica, ponendosi fuori, al di sopra e sotto di essa. Non era un critico, nè un giornalista, nè uno youtuber. Era un’appassionante enciclopedia umana di cinema, musica, letteratura e tutto quello che riguarda la settima arte in generale.
Federico Frusciante è stato il portavoce di un metodo d’intrattenimento simpatetico e diretto e che, umanamente, aveva compreso la vera chiave del vivere in questo beffardo mondo e in questa altrettanto buffa arte: l’empatia. La perdita umana che ne deriva da questo lutto non è calcolabile, quanto non lo è quella artistica, la cui eredità passa sulle spalle e le menti di tutte le migliaia di persone a cui ha contribuito nel formare un’identità. Ovviamente, tutto questo articolo era solo un pretesto per poter parlare di lui, ma spendere altre righe sarebbe molto superfluo, perchè bisognerebbe davvero essere Federico Frusciante per avere la parole e la dialettica per parlare di Federico Frusciante.
