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Il grande Gatsby, la recensione su Almanacco Cinema

Il grande Gatsby: la luce verde e il sogno che non muore

Un sorriso, un battito di ciglia, un respiro sospeso: la prima apparizione di Gatsby è un’epifania luminosa che incarna il sogno americano. 

Nel cuore della notte, tra scintille e festeggiamenti, il volto di Gatsby emerge dal fuori campo come una visione attesa e impossibile. Il film presenta un personaggio che assomiglia più a un’epifania: Gatsby è la personificazione più pura di un’idea, la proiezione del desiderio americano nella sua forma più teatrale e sfarzosa.

La leggenda

L’attimo in cui Gatsby appare sorridente con il suo bicchiere in mano e lo sguardo rivolto al futuro, lo fa diventare subito uno dei personaggio più emblematici dell’intero film. Ed è forse, una delle sintesi visive più riuscite dell’adattamento visivo di Fitzgerald.

Fino a quel momento, Gatsby è una figura avvolta nel mistero, evocata da racconti contraddittori e bizzarri e da un’attesa che cresce scena dopo scena. La macchina da presa insegue le sue tracce attraverso lo sguardo del narratore Nick Carraway, e quando finalmente la cinepresa si avvicina, il volto di Leonardo DiCaprio si illumina. Gatsby è scolpito dalla luce; ambizione malinconia e artificio diventano una maschera cucita su misura per lui.

Stile barocco

La scelta della regia, è coerente con l’estetica del film, dove lo stile barocco fa da protagonista. La festa in cui Gatsby decide di mostrarsi al mondo diventa un concentrato visivo di jazz, lusso sfrenato e coreografie vertiginose. La musica è intrigante, ipnotica. L’eccesso non è mai gratuito, è necessario per rappresentare quanto sia poco reale l’universo di cui Gatsby fa parte. Il lusso è esasperato, ma dietro la ricchezza sfrontata si nasconde il vuoto di un’identità fondata sulla finzione.

Il momento della rivelazione di Gatsby diventa un momento metacinematografico. Il film ci fa conoscere un’icona pop, artificiale, ma allo stesso tempo efficace. L’idealizzazione di Gatsby però non è tangibile, ed è per questo destinata, prima o poi, a scontarsi con la realtà. La sua immagine, come una faro che illumina il suo avvenire, diventa anche fantasma nascosto nell’ombra.

Nel famosissimo primo piano, Gastby non solo guarda Nick, ma rivolge il suo sguardo fiero anche verso lo spettatore. La sua apparizione, orchestrata con cura maniacale e attenzione anche ai più piccoli dettagli, racchiude la tensione fondamentale del film: la bellezza come illusione, il desiderio come trappola e l’identità come spettacolo. Un attimo sospeso che preannuncia la caduta. E che, proprio per questo, è indimenticabile.