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The Mask - Jim Carrey

62 anni di Jim Carrey, un uomo che ha imparato a ridere del dolore

Jim Carrey, dal furgone in cui viveva da ragazzo alle vette di Hollywood: la storia vera dietro il sorriso più famoso del cinema.

Quando Jim Carrey spalanca quel sorriso sbilenco e contorce il viso in espressioni impossibili, è difficile immaginare che dietro quella maschera si nasconda una delle storie più tormentate e affascinanti di Hollywood. Eppure, l’uomo che ha fatto ridere intere generazioni con le sue performance sopra le righe ha dovuto attraversare l’inferno prima di conquistare il paradiso del cinema.

Un inizio difficile

Nato a Newmarket, Ontario, nel 1962, Jim Carrey ha conosciuto la povertà sin da bambino. Quando suo padre perse il lavoro, l’intera famiglia finì a vivere in un furgone parcheggiato nel cortile di casa di alcuni parenti. A soli 15 anni, Jim dovette abbandonare la scuola per lavorare come custode in una fabbrica, facendo turni notturni per aiutare economicamente la famiglia.

Ma il giovane Carrey aveva un sogno incrollabile. Nel 1985, quando era ancora uno sconosciuto comico che si esibiva nei club di Los Angeles, scrisse a sé stesso un assegno da 10 milioni di dollari per “servizi di recitazione resi”, datato per il Ringraziamento 1995. Lo tenne nel portafoglio per anni come talismano. Nel 1994, poco prima che la data scadesse, firmò il contratto per Scemo e più scemo per esattamente quella cifra. Quando suo padre morì nel 1994, Jim mise quell’assegno nella bara con lui.

The Mask: Jim Carrey diventa una star

Il 1994 fu l’anno della consacrazione. The Mask trasformò Carrey in una superstar globale, ma pochi sanno quanto quella performance fu letteralmente fisica. Per interpretare Stanley Ipkiss trasformato nella Maschera verde, l’attore si sottopose a ore di trucco prostetico ogni giorno. Le lenti a contatto verdi gli causavano irritazioni così dolorose che poteva tenerle solo per brevi periodi.

Ma la vera sfida fu coreografica: Carrey insistette per eseguire personalmente tutte le scene di danza, ispirandosi ai cartoni animati della Warner Bros e allo stile di Cab Calloway. La celebre scena del ballo latino fu provata per settimane, e l’attore studiò ossessivamente i movimenti di Gene Kelly e Fred Astaire. Il regista Chuck Russell racconta che Jim arrivava sul set con idee folli ogni giorno: “Diceva ‘E se facessi questo?’ e poi si lanciava in un’improvvisazione completamente inaspettata. La metà delle battute più divertenti non erano nel copione”.

Ace Ventura: nato da un rifiuto

Ace Ventura – L’acchiappanimali era stato rifiutato da tutti gli studios prima che Morgan Creek decidesse di rischiare. Il copione originale era molto più sobrio, ma Carrey lo trasformò completamente. La camminata sgraziata di Ace? Inventata da Jim ispirandosi ai movimenti di un uccello che aveva visto in un documentario. Il taglio di capelli ridicolo? Idea sua. Le battute farfugliate con il sedere? Improvvisate sul set, con l’orrore iniziale del regista Tom Shadyac.

Un aneddoto esilarante riguarda la scena con il tutu rosa: Carrey si presentò sul set con l’outfit completo sostenendo che Ace “doveva essere pronto a tutto”. La troupe rimase a bocca aperta, ma quella scena divenne iconica. L’attore portava il personaggio anche fuori dal set: girava per Miami in costume, fermandosi a parlare con i passanti in pieno character. Alcuni pensavano fosse davvero pazzo.

The Truman Show: il lato oscuro della maschera

Con The Truman Show (1998), Carrey dimostrò al mondo di essere molto più di un comico istrionico. Il ruolo di Truman Burbank, l’uomo che scopre di vivere in un reality show permanente, toccò corde profondamente personali. Jim ha raccontato di essersi identificato totalmente con il personaggio: “Anche io mi sono sempre sentito osservato, giudicato. La fama è una prigione dorata, proprio come il mondo di Truman”.

Il regista Peter Weir rimase colpito dalla disciplina di Carrey: “Si presentava sul set con appunti dettagliatissimi sul personaggio. Aveva creato una biografia completa di Truman, dalla nascita fino al primo giorno di riprese“. Per la celebre scena finale, quando Truman si inchina davanti alla telecamera nascosta e pronuncia il suo addio, Carrey provò l’inchino decine di volte fino a trovare l’angolazione perfetta che trasmettesse contemporaneamente dolore, liberazione e sfida.

Un dettaglio toccante: durante le riprese, Jim chiese che sul set ci fossero vere telecamere nascoste che lo riprendevano in continuazione, per sentire davvero cosa provava Truman. Alcune di quelle riprese “rubate” finirono nel montaggio finale.

Il Grinch: tre ore di trucco per rubare il Natale

Nel 2000, Jim Carrey accettò quella che si rivelò una delle sfide più ardue della sua carriera: interpretare Il Grinch nel film di Ron Howard. Il processo di trasformazione era un incubo quotidiano: ogni mattina, Jim doveva sopportare tre ore di applicazione di protesi in lattice, lenti a contatto e trucco che copriva ogni centimetro del suo corpo. Il costume era così soffocante e claustrofobico che l’attore rischiò più volte di abbandonare il progetto.

Per aiutarlo a gestire lo stress, la produzione ingaggiò un istruttore che addestrava agenti della CIA a resistere alla tortura. Sì, avete letto bene: Carrey dovette imparare tecniche di sopravvivenza psicologica per sopportare quel costume. “Era come essere sepolto vivo ogni giorno”, ha raccontato. “Non potevo grattarmi, non potevo respirare normalmente. Dopo la prima settimana volevo scappare”.

Ma la dedizione diede i suoi frutti: Carrey trasformò il personaggio del Dr. Seuss in un capolavoro di espressività fisica, inventando movimenti e smorfie che divennero iconici. La scena in cui il Grinch si sveglia la mattina di Natale, con quella sequenza di espressioni facciali grottesche, fu quasi interamente improvvisata. Il film divenne un classico natalizio, e Carrey dimostrò ancora una volta di essere disposto a soffrire per la sua arte.

Se mi lasci ti cancello: l’amore e la perdita senza filtri

Nel 2004, con Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind), Carrey raggiunse l’apice della sua maturità artistica. Diretto da Michel Gondry su sceneggiatura di Charlie Kaufman, il film racconta la storia di Joel, un uomo che cerca di cancellare i ricordi della relazione con Clementine attraverso una procedura medica sperimentale. Per questo ruolo, Jim dovette mettere a nudo le sue fragilità come mai prima.

Gondry racconta che Jim Carrey arrivò sul set emotivamente provato da una recente separazione, e quella vulnerabilità reale trasparì in ogni scena. “Jim non stava più recitando. Stava rivivendo il suo dolore”. L’attore rinunciò completamente alle sue tipiche espressioni esagerate, optando per una recitazione minimale e trattenuta che risultò devastante nella sua onestà.

La scena sulla spiaggia ghiacciata di Montauk, girata all’alba con una luce naturale quasi spettrale, divenne uno dei momenti più poetici del cinema degli anni 2000. Carrey improvvisò molte delle battute più intime, compresa la celebre frase finale sussurrata tra le lacrime. Kate Winslet, sua partner nel film, ha ammesso di essersi commossa davvero durante diverse riprese: “Jim mi ha fatto vedere un dolore così autentico che dimenticavo fossimo in un film”. Il film valse a Carrey alcune delle migliori recensioni della sua carriera e consolidò la sua reputazione come attore drammatico di razza. Eppure, girare quel film lo lasciò emotivamente svuotato per mesi.

Jim Carrey, l’uomo dietro le maschere

Oggi Jim Carrey si è ritirato dalle scene, dedicandosi alla pittura e alla filosofia. Ha attraversato depressioni profonde, ha perso persone care, ha cercato la spiritualità attraverso il buddismo. L’uomo che ha fatto ridere milioni di persone ha ammesso di aver sofferto in silenzio per decenni.
Eppure, quando gli chiedono quale sia il suo superpotere, risponde sempre la stessa cosa: “Far sorridere la gente, anche quando io non sorrido.” E forse è proprio questa la vera magia di Jim Carrey: aver trasformato il dolore in arte, la sofferenza in risate, le sue mille maschere in specchi in cui tutti possiamo riconoscerci.