Denis Côté

Denis Côté, il cinema come atto di resistenza

Intervistato da Il manifesto, Denis Côté racconta il suo cinema come atto di resistenza: immagini, corpo e social network nel film Paul.

Il cinema di Denis Côté non cerca consenso, non rassicura, non leviga il reale. Al contrario, lo espone, lo graffia, lo mette in crisi.

Regista, sceneggiatore e produttore canadese, classe 1973, Côté è una delle voci più radicali del cinema contemporaneo indipendente.

In occasione dell’anteprima italiana del suo ultimo film Paul al Filmmaker Festival di Milano, il cineasta – intervistato da Il manifesto – ha riflettuto sul proprio percorso artistico, sul rapporto tra immagini e social network e su un’idea di cinema che continua ostinatamente a definirsi come resistente.

Denis Côté, la vita

Nato in Canada nel 1973, Denis Côté si forma come giornalista e critico cinematografico prima di passare alla regia.

Esordisce nel lungometraggio nel 2005 con Les états nordiques, film che già contiene molti degli elementi centrali della sua poetica: personaggi marginali, dispositivi ibridi tra finzione e documentario, attori non professionisti accanto a interpreti esperti, un cinema errante e inquieto.

Da allora ha realizzato oltre trenta opere tra cortometraggi, medi e lungometraggi, costruendo una filmografia coerente e irregolare, lontana dalle forme dominanti del cinema d’autore internazionale.

Anche il cinema d’autore è formattato“, afferma, rivendicando una posizione laterale rispetto ai grandi circuiti festivalieri.

Paul, l’ultimo film di Denis Côté

Paul è l’ultimo lavoro del regista ed è molto più di un semplice documentario. Il film racconta la vita di Paul, trentacinquenne di Montréal, che vive chiuso in due mondi paralleli: da un lato la solitudine e l’uso compulsivo dei social network, dall’altro la pratica del bondage, vissuta come forma di riconoscimento e terapia.

Paul filma costantemente la propria esistenza e la condivide online. Il telefono diventa un’estensione del corpo, uno strumento di difesa e di esposizione allo stesso tempo. Nel mondo del bondage, invece, è il corpo a essere regolato da rituali, ruoli e limiti precisi. Il regista osserva senza giudicare, evitando ogni approccio psicologico o sensazionalistico.

L’intervista

L’incontro tra Denis Côté e Paul avviene in un momento estremamente delicato per il regista, malato e in attesa di un trapianto di rene. La necessità di realizzare un progetto piccolo e intimo si intreccia con la difficoltà di comunicazione con il protagonista, che inizialmente rifiuta il dialogo con gli uomini.

Il regista chiarisce subito la propria posizione: nessuna analisi psicologica, nessuna pretesa di curare il soggetto filmato. Paul nasce come film d’osservazione, ma si carica progressivamente di una tensione etica e teorica: come filmare l’altro senza dominarlo? Come evitare lo sfruttamento dell’immagine?

Uno dei nodi centrali di Paul è la questione del controllo. Chi detiene davvero il potere dell’immagine? Il regista o il soggetto filmato? Nel bondage, osserva il regista, è spesso il sottomesso a fissare le regole. Allo stesso modo, Paul è sottomesso alla macchina da presa ma domina ciò che decide di mostrare.

Il film diventa così una riflessione metacinematografica sul cinema nell’epoca dei social network, in cui ogni individuo può controllare e costruire la propria immagine pubblica. Un tema che attraversa l’intera opera del cineasta, sempre attenta ai dispositivi di rappresentazione.

A vent’anni da Les états nordiques, Denis Côté rivendica con forza un’idea di cinema resistente. Un cinema che attacca la bella immagine, che degrada volontariamente il suono e la fotografia, che introduce strappi percettivi e rifiuta ogni forma di comfort visivo.

“Il cinema con me non è al sicuro”, afferma.

Non c’è l’ossessione del successo, né quella della perfezione. Alcuni film possono non riuscire, ma ciò che conta è il gesto, l’atto creativo come presa di posizione politica ed estetica.

Il corpo è uno dei territori privilegiati del cinema di Denis Côté. La lunga malattia renale, durata diciotto anni, ha inevitabilmente influenzato il suo sguardo, pur senza tradursi in autobiografia diretta. Nei suoi film il corpo è sempre luogo di conflitto, desiderio, resistenza.

Il prossimo progetto, Violence du corps de l’autre, proseguirà questa indagine: la storia di una donna che viaggia offrendo un servizio di eutanasia domiciliare, una figura quasi angelica che accompagna alla morte. Un film con un budget più alto, ma senza rinunciare alla poetica che caratterizza l’autore.

Nonostante i temi spesso duri, nei film di Denis Côté emergono lampi di umorismo e di commedia surreale. È un modo per spezzare il dramma, per evitare la retorica e il pathos eccessivo.

“Facciamo i film che ci assomigliano”, dice il regista.

E il suo cinema continua ad assomigliare a un gesto libero, imperfetto, necessario. Un cinema che non cerca di piacere, ma di esistere.