Chloe Zhao, regista di Hamnet - Foto di Gage Skidmore, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=81055496

Hamnet, Chloe Zhao: “Mi piace non conoscere il finale”

Chloé Zhao parla di Hamnet ai microfoni del BAFTA: il lavoro con gli attori, il legame con la natura e un finale scoperto solo durante le riprese.

L’intervista a Chloe Zhao su Hamnet

Hamnet, la genesi dei personaggi

Sulla genesi dei protagonisti del film, Zhao spiega: “Per dare vita ai personaggi insieme a Jessie e Paul li ho lasciati molto liberi di fare il loro lavoro. Sono attori che amano esplorare e credo che il mio compito fosse creare un ambiente in cui sentissero di poter creare costantemente, ma anche di essere presenti.

Sono attori che non hanno paura di uscire dalla testa, dalla mente e dalle proprie idee su chi siano i personaggi, per essere completamente nel momento e lasciare che ciò che sentono, come William Shakespeare ma anche come Paul Mescal, come Jessie Buckley ma anche come Agnes, emerga come un’unica cosa.

È questo tipo di presenza e di verità grezza che mi interessa, perché esiste solo nel momento presente. Il modo in cui vedo questi due personaggi, prima di tutto, è che sono archetipici. Sono lo yin e lo yang. Il maschile e il femminile. La civiltà e la natura. Il fare e l’essere. Shiva e Shakti.

Tuttavia, esistono parole, esiste un linguaggio per descrivere queste due forze polarizzanti della natura, ed è in quella polarità, in quella tensione, che creiamo. E quindi, solo perché lui si trova all’estremità opposta, non significa che non sia altrettanto importante nell’equazione.

Sul libro dal quale è tratto il film

Con il libro che ha dato origine al film, è stato subito un colpo di fulmine: “Quando ho letto per la prima volta il romanzo di Maggie O’Farrell, sono rimasta profondamente colpita dal battito del libro. Sento che abbiamo lo stesso ritmo, perché ho scoperto che il suo regista preferito è Wong Kar-wai, e lo è anche il mio.

Amo quanto sia intimo il paesaggio interiore descritto nel libro e allo stesso tempo quanto sia vasta la scala del mondo esterno, pur restando così intimo. Questo progetto è arrivato in un momento in cui stavo cercando di andare verso l’interno e comprendere meglio il mio paesaggio interiore. Credo che i nostri più grandi profeti siano sempre andati nella natura, nel deserto, sotto un albero, per ricevere il messaggio che ci è utile.

Quando gli esseri umani diventano immobili e si allineano energeticamente con la natura, diventano più simili a ciò che sono davvero, perché siamo parte della natura. Quando entriamo in quella vibrazione, c’è meno paura e un maggiore senso di benessere. Agnes rappresenta un’epoca in cui ci sono ancora persone che portano dentro di sé quel tipo di vibrazione, oggi in gran parte perduta nella società moderna. È davvero bello esplorare la saggezza di questo personaggio”.

Le maestranze di Hamnet: la simbiosi tra fotografia, musica e scenografia

La regista ha una visione quasi pittorica del lavoro delle maestranze che collaborano alla realizzazione del film: “I responsabili dei vari reparti dipingono letteralmente il mondo per me. All’inizio abbiamo parlato meno di accuratezza storica e più della verità emotiva dei personaggi. Con Łukasz (il polacco Łukasz Żal, ndr), il direttore della fotografia, siamo andati nella foresta, abbiamo messo la musica di Max Richter a tutto volume e lui correva con la macchina da presa per quattro giorni, solo per capire come si muoveva la camera. In quel viaggio abbiamo scoperto il vuoto, un buco nero nel terreno, che ha ispirato la scenografa a creare forme circolari e poi il vuoto sullo sfondo del Globe Theatre. È un ecosistema che si ispira a vicenda”.

Sul finale “a sorpresa”. E sulle canzoni rivelatrici

A Zhao non piace decidere in anticipo come andrà a finire una storia. E infatti svela: “Non avevo scritto il finale del film fino a quattro giorni prima della fine delle riprese. Nella sceneggiatura Hamlet moriva sul palco, Agnes si guardava intorno e finiva lì. Come avete visto, c’è un momento di unità in cui tutti si protendono verso Hamlet, e poi appare Hamnet sul palco. Questo momento di catarsi non esisteva quattro giorni prima della fine delle riprese. Mi piace non conoscere il finale e permettergli di emergere solo quando viene sentito in modo incarnato.

Ero persa. Jessie era persa. Sapevamo che quello non era il finale. Al quartultimo giorno, mentre andavo al lavoro, stavo attraversando un dolore personale. Jessie mi ha mandato Bitter Earth, una versione di On the Nature of Daylight con testo. Ascoltandola in macchina, qualcosa è cresciuto dentro di me: ho allungato la mano verso il finestrino, cercando di toccare le gocce di pioggia. Questa canzone ha evocato per noi un senso di unità che dissolve l’illusione della separazione. La paura se ne va e perdere l’amore non fa più così paura.

Ho capito che il pubblico doveva dare forza a Hamlet, questo giovane uomo che teme di perdere la connessione con il mondo perché non conosce l’ignoto dall’altra parte, la morte. Ma quando sente l’unità, capisce che non può morire: l’amore non muore, si trasforma. E così, con la forza di tutti, può dire serenamente Il resto è silenzio. Per quattro giorni abbiamo fatto suonare On the Nature of Daylight ininterrottamente sul set, ed è così che è nato il finale: abbiamo capito che dovevamo usare quella canzone”.