Skip to content Skip to footer
Il volto che non c’è: l’AI entra nei documentari

Il volto che non c’è: l’AI entra nei documentari

I documentari iniziano a usare avatar generati dall’AI per proteggere testimoni. Una soluzione etica o un nuovo problema per la verità nel cinema del reale?

C’era una volta il documentario, quello che prometteva una cosa semplice: mostrarti la realtà.

Niente effetti speciali, niente trucchi. Solo fatti, testimonianze e qualche faccia ripresa davanti alla telecamera. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e ha complicato tutto. Oggi alcuni documentari stanno facendo una scelta che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata un controsenso: usare avatar digitali e tecnologie simili ai deepfake per raccontare storie vere. Non per ingannare lo spettatore, ma per proteggere chi parla.

Il paradosso è servito: per difendere la verità, si ricorre alla finzione.

Documentari e AI: la nuova frontiera dell’identità dissimulata

Il caso più discusso è quello del documentario Netflix The Investigation of Lucy Letby. All’inizio del film compare una breve nota: alcuni partecipanti sono stati mascherati digitalmente per preservarne l’anonimato. Traduzione: quello che vedete non è il loro volto reale.

Due testimoni, tra cui la madre di una vittima, parlano davanti alla telecamera, ma con un’identità generata dall’intelligenza artificiale. La tecnologia sostituisce volto e voce, ma lascia intatti movimenti, espressioni e linguaggio del corpo. In pratica, lo spettatore osserva una persona che non esiste, ma che esprime emozioni apparentemente autentiche.

La tecnica non è nuova nel mondo del documentario. Da sempre si usano silhouette, pixelature e voci distorte per proteggere le fonti. La differenza è che qui il volto resta umano, credibile, quasi reale. E proprio per questo crea una sensazione ambigua, il cosiddetto “uncanny valley“: lo spettatore si fida di quello che vede, ma il “quasi-umano” genera un senso di inquietudine.

Come funziona la tecnologia AI dietro Lucy Letby su Netflix

Dietro The Investigation of Lucy Letby non c’è solo il lavoro produttivo di ITN Productions, ma anche quello più invisibile, e decisivo, della società britannica Deep Fusion Films, accreditata per la “protezione dell’identità” dei testimoni.

Deep Fusion utilizza un sistema di sostituzione digitale dell’identità in 4K HDR: il volto reale dell’intervistato viene sostituito da un avatar generato dall’intelligenza artificiale, mentre restano intatti espressioni, movimenti degli occhi e linguaggio del corpo registrati durante l’intervista. Il risultato è appunto un testimone che non esiste davvero, ma che mantiene l’emotività codificabile della persona reale.

Netflix tuttavia, non ha confermato se il processo utilizzato nel film sia esattamente questo, limitandosi a dichiarare che il mascheramento è stato effettuato con il consenso dei partecipanti per proteggere la loro identità, su richiesta o per ordine del tribunale. L’intento della piattaforma sembra piuttosto chiaro: sperimentare nuove forme di racconto nel genere true crime, spingendo il formato oltre i limiti tradizionali del documentario.

Quando l’artificio entra nel cinema del reale

Qui sta il nodo della questione. Il documentario vive di fiducia. Lo spettatore accetta l’idea che quello che appare sullo schermo sia, se non la verità assoluta, almeno un tentativo onesto di raccontarla. L’intelligenza artificiale cambia le regole del gioco.

Da un lato, gli avatar digitali permettono a testimoni vulnerabili di raccontare la propria storia senza esporsi. Senza questa protezione, molte testimonianze non esisterebbero nemmeno. Dall’altro lato, l’uso della stessa tecnologia che rende possibili i deepfake introduce un elemento inevitabile di sospetto.

Perché se un volto può essere creato artificialmente per proteggere una fonte, potrebbe anche essere manipolato per cambiare il racconto. È il paradosso della nostra epoca: le tecnologie capaci di alterare la realtà sono le stesse che permettono di raccontarla efficacemente.

Il futuro del documentario probabilmente passerà anche da qui. Non più una linea netta tra realtà e ricostruzione, tra scelta della storia e impronta divulgativa, ma un territorio più ambiguo, dove la verità deve convivere con l’artificio. E dove, alla fine, la domanda non sarà più solo cosa stiamo guardando, ma quanto possiamo fidarci di ciò che vediamo.