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Hollywood, tra intelligenza artificiale e tutela del lavoro

OpenAI, una vittoria che ne vale molte di più

OpenAI: vittoria molto importante, fondamentale, nel campo della battaglia per la scoperta di nuove tecnologie, con guadagno sui diretti avversari.

L’azienda OpenAI ha ottenuto una importante vittoria nei confronti dei suoi più diretti oppositori, nel campo della scoperta di tecnologie più avanzate e all’avanguardia.

OpenAI, la sua preziosa vittoria

L’azienda ha invocato il segreto professionale tra avvocato e cliente nel respingere un’offerta al fine di ottenere preziose informazioni riguardanti l’eliminazione di due set di dati utilizzati con lo scopo di preparare al meglio le vecchie versioni del suo sistema di intelligenza artificiale.

Sentenza piuttosto controversa, in grado di modificare non solo il corso di questo singolo argomento, ma anche di tutto il complesso contro le aziende della nuova intelligenza artificiale.

Il tribunale aveva stabilito da poco che OpenAI aveva deciso ufficialmente di rinunciare al segreto professionale sopra descritto, respingendo ovviamente le accuse di aver violato direttamente e consapevolmente i diritti d’autore degli autori, i cui libri aveva scaricato in modo definito illegale e poco ortodosso.

OpenAI ha deciso di impugnare immediatamente la sentenza ricevuta a suo favore, portando in giudizio Lisa Blatt, una nota veterana degli ordini degli avvocati della Corte Suprema (che tra i suoi clienti conta colossi come Google, Bank of America e Starbucks).

La sentenza, se mantenuta nel tempo, andrà ad eviscerare le affermazioni di privilegio in qualsiasi caso di copyright che possa coinvolgere o anche solo interessare il cosiddetto stato d’animo, una analisi attenta e ben strutturata per capire se un imputato abbia commesso intenzionalmente una violazione oppure se non ne fosse del tutto al corrente o consapevole.

In gioco miliardi di dollari

Lo scorso venerdì OpenAI ha prevalso nella sua finalità di ribaltare l’esito di tale sentenza, voluta appunto dal tribunale. In gioco c’erano miliardi di dollari.

La decisione, oltre a provocare ingenti danni economici, poteva minacciare di aprire la strada a tutti coloro i quali volevano intentare una causa alle aziende di intelligenza artificiale, al fine di entrare in possesso di prove utilizzate poi come materiale privilegiato da presentare come fatti concreti a sostenere l’accusa stessa.

La questione riguarda un dipendente di OpenAI che nel 2018 ha scaricato copie pirata di libri, per poi riutilizzarle per creare due divisi set di dati, libri e libri 2, per addestrare modelli GPT non più utilizzati o utilizzabili. Dopo aver definito quei dati come eliminati, l’azienda ha poi scelto la strada della riservatezza.

A novembre, il giudice ha affermato che OpenAI deve consegnare prove concrete di quanto sostenuto.

Ona Wang, il giudice in questione, ha inoltre affermato che l’azienda ha di fatto rinunciato in seguito al segreto professionale negando le accuse di violazione intenzionale. Ciò, secondo tale ipotesi, equivale ad aver agito in buona fede, non quindi con lo scopo di utilizzare quei dati per fini poco idonei.

Il giudice distrettuale Sidney Stein ha poi sottolineato che negare le accuse di violazione non equivale a promuovere una difesa in buona fede. Questo esclude definitivamente la possibilità di scoprire i motivi per cui OpenAI abbia cancellato quegli stessi dati nel 2022.

Il risultato finale

La sentenza è stata dunque annullata. Se fosse stata sostenuta le aziendE di intelligenza artificiale sarebbero state costrette come già sopra detto a fornire spiegazioni e prove convincenti per confermare il rispetto dei diritti del copyright.

Gli avvocati degli autori comunque non intendono rinunciare alla causa, dividendo i due casi. Scaricare illegalmente dati, a prescindere se questi vengano poi utilizzati o meno, rappresenta comunque una violazione della privacy.

Solo su questo punto, dato che il tribunale ha ampiamente favorito Anthropic (relativo al download illegale di milioni di libri), la quale comunque, avendo egli stessa acquistato una copia di un libro precedentemente rubato da Internet, è stata costretta a chiudere la causa pagando la somma di 1,5 miliardi di dollari.