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Peter Jackson, Gollum e l’AI: Cannes premia il cinema umano
A Cannes Peter Jackson riceve la Palma d’oro da Elijah Wood e difende l’AI come strumento: ma Gollum riapre il problema dell’attore digitale.
La scena sembra scritta apposta per cortocircuitare il momento presente: Elijah Wood che consegna a Peter Jackson la Palma d’oro onoraria. Frodo che premia il regista che ha trasformato Il Signore degli Anelli da rischio produttivo a mitologia industriale. Cannes applaude, il pubblico si commuove, la nostalgia fa il suo lavoro.
Ma sotto la cerimonia c’è un’altra storia, meno rassicurante: il cinema sta celebrando uno dei suoi grandi artigiani proprio mentre prova a capire se l’artigianato umano abbia ancora un confine difendibile.
Venticinque anni dopo quel passaggio a Cannes che cambiò la percezione industriale de Il Signore degli Anelli, Jackson ha ricordato che all’epoca il progetto sembrava una follia costosissima, poi quei venti minuti mostrati nel 2001 ribaltarono il clima intorno al film.
Cannes non sta solo premiando il passato
Sta mettendo in scena il dubbio sul futuro: il cinema sarà ancora fatto di corpi, volti, attori e registi, oppure di repliche autorizzate, avatar, motion capture e intelligenze artificiali addestrate a sembrare talento?
Per questo le parole di Peter Jackson sull’intelligenza artificiale pesano più di quelle di molti altri: Jackson sostiene che vada trattata esclusivamente come uno strumento di lavoro, un effetto speciale, con autorizzazioni, contratti e tutela dell’immagine degli attori.
Posizione quasi moderata, se non fosse per il dettaglio più interessante: secondo Jackson, proprio il clima di sospetto intorno all’AI rischia di cancellare retroattivamente l’autorevolezza di una delle più grandi interpretazioni del cinema contemporaneo, quella di Andy Serkis come Gollum.
Non perché Gollum fosse artificiale, ma perché oggi qualunque personaggio generato o trasformato digitalmente viene guardato come se contenesse un trucco sporco.
Il paradosso di Gollum: umano al 100%, sospetto per sempre
Ma Gollum non era un algoritmo che recitava. Era Serkis, corpo, voce, fatica, ossessione: una performance passata attraverso la tecnologia, non sostituita dalla tecnologia.
Eppure oggi un personaggio come quello non avrebbe speranza agli Oscar, perché il dibattito di Hollywood sull’AI ha spostato il sospetto sul risultato finale: e Gollum, uno dei personaggi più dolorosamente umani del fantasy moderno, oggi rischierebbe di essere archiviato come “effetto”.
The Hunt for Gollum è una storia interna, psicologica, legata alla dipendenza e alla frattura del personaggio, per questo la scelta registica più sensata, secondo Jackson, è proprio Andy Serkis: l’uomo che conosce Gollum meglio di chiunque altro, e che può garantirne l’origine attoriale. Jackson produrrà, ma senza invadere il campo.
Il Marché du Film racconta la parte meno romantica della faccenda
Intanto, fuori dalla sala, Cannes fa finta di tenere il confine: i film con AI generativa non sono ammessi in concorso, ma l’AI domina comunque la conversazione. Demi Moore, membro della giuria, lo ha detto senza troppi giri: combatterla è una battaglia persa, bisogna capire come lavorarci e come proteggersi.
E il Marché du Film conferma il doppio gioco perfetto: da una parte il festival difende l’idea nobile di cinema, dall’altra il mercato registra circa 16.000 operatori registrati, 140 Paesi rappresentati, migliaia di progetti, buyer, conferenze, programmi su innovazione e virtual production.
La Palma consegnata da Elijah Wood a Peter Jackson, allora, non è solo un premio alla carriera, è una fotografia perfetta dell’industria nel 2026: sul palco celebra l’uomo che ha dato anima ai mostri digitali; nei panel discute di come difendersi dall’AI; al mercato prepara il listino prezzi del futuro sintetico.
Il cinema, come sempre, arriverà dopo.