Quello che resta di noi, la recensione

Quello che resta di noi, la recensione del film made in Marche

Quello che resta di noi, la recensione del film made in Marche: Simone Riccioni ed Emilio Mercanti raccontano giovani, maschere e identità.

Arriverà al cinema il 29 ottobre Quello che resta di noi, il nuovo film di Simone Riccioni ed Emilio Mercanti, girato e ambientato nelle Marche, tra Corridonia e Ripatransone.

Presentata anche alla Festa del Cinema di Roma 2026, nell’ambito di Alice nella Città, l’opera mescola mystery-comedy, ghost story e reality per interrogarsi sul nostro rapporto con l’immagine, sul bisogno di essere visti e sulla distanza, a volte sottile, tra ciò che siamo e ciò che mostriamo agli altri.

Quello che resta di noi, la trama

Sette ragazzi, ognuno con una storia e motivazioni diverse, si ritrovano in un antico maniero appartenuto a una contessa scomparsa nel tempo. Ad attenderli c’è un misterioso tesoro, obiettivo di quella che sembra, almeno inizialmente, una semplice caccia. Ma tra corridoi bui, stanze dimenticate e presenze inquietanti, la villa si trasforma presto nel teatro di un’avventura in cui il confine tra realtà e finzione comincia a farsi sempre più incerto.

Quella che si presenta come una ghost story prende progressivamente una direzione diversa, portando i protagonisti a confrontarsi non soltanto con ciò che li circonda, ma anche con le proprie paure, le ambizioni e il bisogno di essere accettati. Perché, a volte, il mistero più difficile da risolvere non è quello nascosto dietro una porta, ma quello che ciascuno custodisce dentro di sé.

Quello che resta di noi, la recensione del film made in Marche

Presentato in anteprima a Matelica, nell’Appennino marchigiano, Quello che resta di noi attraversa i confini del mystery, della ghost story e del reality, intrecciando linguaggi diversi nel tentativo di costruire un racconto dalla forma insolita.

È anche un film che nasce nelle Marche, da un territorio che troppo spesso sembra restare sullo sfondo del panorama cinematografico, ma che custodisce storie e voci ancora in cerca del proprio spazio.

Nel film, però, di cose ne accadono molte. Forse persino troppe, soprattutto nella prima parte, in cui gli eventi si susseguono senza che la narrazione riesca sempre a trovare un ritmo e una direzione definiti. Si entra nella storia in medias res, mentre le regole del gioco restano a lungo sullo sfondo: le dinamiche del contest vengono chiarite soltanto intorno alla metà del film, lasciando lo spettatore a ricomporre, passo dopo passo, i pezzi di un racconto che fatica inizialmente a rivelare la propria natura.

Durante l’anteprima, il regista Simone Riccioni ha descritto la struttura del film attraverso tre momenti: inferno, purgatorio e paradiso. Tre passaggi che accompagnano il percorso dei protagonisti e suggeriscono una possibile chiave di lettura della vicenda.

Sullo schermo, tuttavia, questa suddivisione non sempre trova una corrispondenza altrettanto limpida, e il racconto sembra a tratti procedere per accumulo, alla ricerca di un equilibrio tra le sue diverse anime.

Quando la storia sembra ormai essersi avvicinata al soprannaturale, arriva una rivelazione che ne cambia le coordinate: i ragazzi sono ripresi da telecamere nascoste e ciò che stanno vivendo fa parte di un esperimento sociale. La ghost story lascia così spazio a un gioco diverso, in cui la paura e l’incertezza diventano strumenti per osservare le reazioni dei giovani. A orchestrare tutto è il personaggio interpretato da Francesco Pannofino, che sembra in aperto dialogo con René il regista interpretato dallo stesso nella serie televisiva Boris.

Ma anche il meccanismo più studiato può incepparsi. Un guasto tecnico interrompe l’esperimento e apre una crepa nelle regole che fino a quel momento avevano tenuto i ragazzi dentro la competizione. Liberati, almeno in parte, dai ruoli assegnati loro, possono stringere nuove alleanze e cambiare gli equilibri.

Chi siamo quando cade la maschera?

È questa la domanda che Quello che resta di noi pone al centro della propria storia, cercando una risposta che non riguarda soltanto i suoi protagonisti, ma anche chi li osserva dalla platea.

I giovani vengono raccontati attraverso le loro fragilità, le insicurezze e il peso delle aspettative altrui. Lo sguardo del film, tuttavia, non sempre riesce a sottrarsi agli stereotipi: i personaggi sembrano talvolta definiti più da ciò che manca loro che da ciò che potrebbero diventare. Procedono per sottrazione, privati poco alla volta delle etichette che li accompagnano, ma senza che la sceneggiatura riesca sempre a restituire tutta la complessità che si nasconde dietro quelle maschere.

Eppure, è proprio il tentativo di liberarsi da queste sovrastrutture a diventare la forza motrice della seconda metà del film. Quando le regole imposte dall’esterno perdono valore e i ragazzi cominciano a sottrarsi ai ruoli che sono stati costruiti per loro, la storia prova ad allargare lo sguardo, spostandosi dal gioco alla riflessione.

Se non dobbiamo essere ciò che gli altri si aspettano da noi, chi siamo davvero? Quanto di quello che mostriamo appartiene alla nostra identità e quanto, invece, è il risultato di uno sguardo esterno che abbiamo finito per interiorizzare?

Sono domande che attraversano la storia e che trovano nel titolo stesso una suggestione: che cosa resta di noi quando smettiamo di recitare, quando non c’è più nessuno da impressionare e nessuna immagine da difendere?

Il messaggio è forse più forte delle modalità con cui viene sviluppato, ma conserva una sua urgenza. Perché crescere significa anche questo: imparare a distinguere la propria voce dal rumore delle aspettative, trovare il coraggio di deludere qualcuno e accettare che non sempre sia possibile essere tutto ciò che gli altri vorrebbero.

Quello che resta di noi, la recensione

Quello che resta di noi, il cast

C’è un elemento che attraversa tutto il progetto e che merita di essere riconosciuto: Quello che resta di noi è un film girato nelle Marche e realizzato da marchigiani. Un’opera che porta sullo schermo un gruppo di giovani interpreti, affiancati da professionisti come Francesco Pannofino, e che nasce da un percorso formativo condiviso, a partire dalla scuola di recitazione di Simone Riccioni.

L’età media del cast è decisamente invidiabile, ma è proprio questa dimensione ancora in divenire a emergere, a tratti, anche sullo schermo. Accanto a una trama che avrebbe avuto bisogno di maggiore approfondimento, alcune interpretazioni risultano acerbe e faticano a trovare quella naturalezza necessaria per rendere pienamente credibili le reazioni e i conflitti dei personaggi.

Più che di interpretazioni completamente fuori fuoco, si tratta di un gruppo di giovani attori alle prese con una storia che richiede continui cambi di registro: dal mistero alla commedia, dal soprannaturale ai momenti più introspettivi. Una sfida non semplice, soprattutto quando la sceneggiatura non offre sempre ai personaggi lo spazio necessario per svilupparsi e trovare una propria profondità.

Rimane la sensazione di un percorso ancora in costruzione, con intuizioni interessanti che avrebbero meritato una maggiore cura nella scrittura e nella messa in scena. Ma è anche da questi tentativi che può nascere una voce nuova, a patto di avere il tempo e le occasioni per maturare.

Quello che resta di noi, in conclusione

Senza fare spoiler, il limite principale di Quello che resta di noi risiede forse nella distanza tra ciò che vuole raccontare e ciò che riesce effettivamente a mostrare. Il suo messaggio emerge con maggiore chiarezza attraverso le parole, le citazioni e le riflessioni che accompagnano la storia, più che dalle immagini e dagli eventi stessi.

È il caso del riferimento a Calvino e alla sua idea di inferno: una suggestione che offre una chiave di lettura interessante, ma che il film non sempre riesce a tradurre in altrettanta forza narrativa. A volte sembra che siano le parole a dover indicare allo spettatore la profondità di ciò che sta guardando, laddove il racconto cinematografico avrebbe potuto lasciarla emergere con maggiore naturalezza.

Eppure, al netto di una trama che avrebbe meritato più respiro, di alcuni passaggi poco approfonditi, Quello che resta di noi rimane un film godibile. Un’opera imperfetta, ma attraversata da domande importanti, che prova a parlare ai giovani senza rinunciare a interrogare anche gli adulti sul modo in cui li guardano, li giudicano e li definiscono.

C’è poi un aspetto che merita di essere sottolineato: la necessità di dare spazio ai giovani. A chi prova a raccontare storie, a chi si mette in gioco davanti e dietro la macchina da presa, a chi sceglie di costruire qualcosa nel proprio territorio, anche lontano dai grandi centri della produzione cinematografica.

Sostenere il cinema emergente significa riconoscere il valore del tentativo, lasciare che chi comincia possa sperimentare, sbagliare e trovare, attraverso il lavoro, una propria voce.

Forse è proprio qui che Quello che resta di noi incontra una delle sue riflessioni più interessanti. Non soltanto nella domanda su chi siamo quando cade la maschera, ma in quella, altrettanto necessaria, su quanto spazio siamo disposti a lasciare a chi sta ancora cercando di capire chi vuole diventare.

Perché ogni storia, prima di trovare la propria forma, ha bisogno di qualcuno disposto ad ascoltarla. E ogni voce nuova, prima di imparare a farsi sentire, ha bisogno della possibilità di esistere.

🎬 Valutazione

Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
2.8
★★⯨★★