Hellbender sviscera un racconto di formazione destabilizzante in cui la stregoneria diventa metafora dei complessi rapporti familiari.
Hellbender, espressione di un cinema indipendente personale e fuori dagli schemi, è diretto da Toby Poser, John e Zelda Adams, famiglia di cineasti nota per il proprio approccio artigianale e sperimentale. La loro libertà creativa si traduce in un’identità visiva e narrativa radicale, lontana dalle convenzioni del cinema mainstream. Protagoniste del film sono Toby Poser, Zelda Adams e Lulu Adams, madre e figlie anche nella vita reale. John Adams, marito di Toby e padre delle due ragazze, completa il nucleo familiare essendo coinvolto, come attore, nella realizzazione della pellicola.
Hellbender, la trama
Il film racconta la storia di Izzy, un’adolescente che vive isolata dal mondo insieme alla madre, in una casa immersa nei boschi. La sua quotidianità, scandita da regole rigide e da un rapporto esclusivo con la madre ( con cui canta in una band metal senza esibirsi dinanzi al pubblico) viene messa in discussione quando entra in contatto con una realtà fino a quel momento sconosciuta. L’avvicinamento ai suoi coetanei e la scoperta di misteriosi poteri legati alla stregoneria la conducono gradualmente alla rivelazione di un oscuro segreto familiare, mettendo in crisi il legame con la madre e la percezione della propria identità.
Un horror fuori dagli schemi
In apparenza, Hellbender sembra ripercorrere i canoni del classico racconto di formazione: una ragazza adolescente, isolata dal mondo, che attraverso l’incontro con i coetanei intraprende un percorso di scoperta di sé. Eppure, il film sovverte progressivamente queste aspettative, trasformando il passaggio all’età adulta in un’esplorazione inquietante della natura umana. La stregoneria diventa la manifestazione di un’oscurità innata, che interroga il confine tra istinto e controllo, desiderio e mostruosità. Al centro della narrazione si trova il rapporto tra madre e figlia, sospeso tra l’amore protettivo e il tentativo di contenere un’identità che, per quanto pericolosa, non può essere cancellata.
L’opera si allontana dalle convenzioni dell’horror contemporaneo, rinunciando tanto ai jump scare quanto alle costruzioni tipiche dell’horror d’autore. Il film si muove piuttosto nel territorio del folk horror, dove il soprannaturale si intreccia con antiche credenze e inquietudini ancestrali. A colpire non è tanto la ricerca dello spavento immediato, quanto la potenza visiva delle immagini, capaci di generare un senso di disagio persistente. Tra boschi oscuri, atmosfere ipnotiche e suggestioni rituali, l’orrore prende forma attraverso una dimensione sensoriale e viscerale. Così emerge un’esperienza atipica, in cui è l’immaginario stesso a perturbare lo spettatore, senza la necessità di spaventarlo.
I complessi rapporti familiari
La pellicola mette in discussione il confine sottile tra protezione e repressione, interrogandosi su quanto l’amore familiare possa spingersi nel tentativo di contenere una parte di sé che si teme di riconoscere. In questo senso, spicca la prova di Zelda Adams, che dà vita a un’Izzy enigmatica e imprevedibile, capace di oscillare tra l’innocenza della scoperta e manifestazioni sempre più disturbanti. Pertanto, il suo personaggio sfugge a qualsiasi interpretazione univoca: non è soltanto un’adolescente vulnerabile alle prese con la propria crescita, né una figura da condannare per la sua oscurità, piuttosto un’identità in continua trasformazione, in cui fragilità e impulsi distruttivi convivono.
La figura della madre, interpretata da Toby Poser, è altrettanto centrale nella costruzione di questo rapporto ambiguo, sospeso tra amore, controllo e paura. Il suo atteggiamento protettivo nei confronti di Izzy nasconde una volontà di tenerla lontana da una verità che potrebbe cambiarne irreversibilmente l’esistenza. La madre, a cui non viene attribuito un nome proprio: questa scelta contribuisce a rendere il personaggio quasi archetipico, non è soltanto una guida, ma anche colei che stabilisce i limiti entro cui la figlia può conoscere se stessa. È in questa contraddizione che il film mette in luce il lato più oscuro dell’amore familiare: il tentativo di proteggere può trasformarsi nella paura di lasciare andare.
Hellbender, in conclusione
Il lungometraggio diretto dagli Adams è un’opera che trova nella sua natura indipendente la libertà di sperimentare e costruire un immaginario lontano dalle formule più prevedibili. La sua forza risiede nella capacità di fondere musica, folklore e suggestioni visive in un’esperienza che lascia spazio a una visione inquietante.
Hellbender costruisce una personalità riconoscibile e una coerenza stilistica efficace. Un horror sostenuto da interpretazioni convincenti, che dimostra come anche risorse limitate possano tradursi in un racconto audace, capace di distinguersi per originalità e visione artistica.