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La ciociara - Almanacco Cinema

90 anni di Sophia: La ciociara, la recensione

 Il 20 settembre Sophia Loren spegnerà 90 candeline. Il nostro omaggio nella recensione del capolavoro suo e di Vittorio de Sica, La ciociara.

Il primo film che vide Federico Fellini alla regia fu Le luci del varietà (1950). Per Sophia Loren, lì ancora Sofia Lazzaro, era già la seconda tappa della sua carriera cinematografica, iniziata l’anno prima con Cuori sul mare.

Il 20 settembre la Loren compirà la bellezza (parola mai come in questo contesto azzeccata) di 90 anni. Quale opera migliore del suo capolavoro, allora, per celebrare la più grande diva del nostro cinema? A voi, quindi, la recensione di La ciociara.

La ciociara, la trama

film è tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia. Chi lo ha definito “l’ultimo film neorealista” non sbaglia. Da buona tradizione neorealista, infatti, la trama di La ciociara è più una situazione nel quale si vuole calare lo spettatore, piuttosto che un viaggio con destinazione prefissata. Cesira (Sophia Loren), per proteggere la sua amata figlia (Eleonora Brown) dai bombardamenti alleati, decide di scappare da Roma. Questa è la trama.

Mostrare la guerra attraverso la prospettiva della povera gente, invece, l’intenzione del film. Se un film è buono lo capisci proprio da come tratta la guerra. Qui è trattata per ciò che è: una calamità, come un terremoto o un’epidemia. Ciò ne svela anche la stupidità. In guerra quelli che sono chiamati a morirci, sono gli stessi che non vedono l’ora che finisca, fregandosene di chi possa sbandierare una vittoria. Le persone sono ridotte a topi, alla ricerca di un po’ di pane o formaggio.

La ciociara - Almanacco cinema

Sceneggiatura e regia

I dialoghi non sono mai banali: o sono grezzi, veri o inducono a riflettere. Tante le battute estrapolabili. Doveva essere bravino questo sceneggiatore. Com’è  che si chiamava? Zavattini. Ah…

La regia –  De Sica. Allora, quando una persona in realtà è un mostro probabilmente è anche per la sua duttilità. Quest’uomo recitava, dirigeva, scriveva, cantava. Chissà se ci fosse una di queste cose che riuscisse a fare male. da chiedere a chi se ne intende di canto. Molti hanno definito La ciociara un film capace di belle bordate di crudezza.

Le scene di interni, nelle ambientazioni più povere, mi hanno stregato. Sarà un nonnulla, le luci o il bianco e nero, ma davano l’idea di tane scavate nella roccia. Tane in cui i poveri umani si nascondono quando fuori c’è un po’ di guerra.

In ogni opera d’arte che prevede personaggi, ce n’è sempre almeno uno con il ruolo di parlare per l’autore. In questo caso quel ruolo ce l’ha soprattutto Michele, il giovane laureato antifascista. Le sue parole potrebbero anche suonare stantie nel 2024, chissà invece per una persona nata nel 1901 o per una del 1960 (quando uscì il film).

La prova di Sophia

Arriviamo finalmente a Sophia Loren. Per questo film si puntò fortemente sulla sua immagine divistica, soprattutto per venderlo all’estero. Non a caso, La ciociaravalse alla Loren il Premio per la Miglior attrice protagonista ai David di Donatello e a Cannes.

Se nel recitare in dialetto a volte paia lievemente forzata, è talmente brava che il film si regge su di lei bene come la sua valigia. Inoltre, il suo splendore di certo non è stato di intralcio alla sua performance, per usare un eufemismo.

La ciociara - Almanacco cinema

Tragico, come in Roma città aperta, il finale. Qui, prima di scoprire la morte di Michele, c’è la scena madre dello stupro, commesso dalle truppe marocchine alleate. Forse qui c’è un minuscolo difetto. In una struttura del genere, quella scena sembra quasi un momento come gli altri che si susseguono all’interno del film. Il che cozza con la grande importanza che ha nell’intera vicenda.

Forse sarebbe servita farla durare un filo in più o iniziare a costruirla da prima quella scena? Sta di fatto che il tutto sia comunque commovente, soprattutto se si pensa a questa donna che per tutto il tempo combatte contro il mondo per sua figlia, per poi vedersela stuprare da quel branco di animali.

ATTENZIONE POPOLO! Animali non per l’etnia ma per l’atto. Non sono molto a favore, infatti, di termini indirizzati come “marocchinate”. Ogni popolo ha fatto quelle cose. “E’ la guerra” sarebbe da dire, magari canzonando chi spesso usa questa frase. Anche perché in quel caso, stuprare o sposare bambine etiopi sarebbe da chiamare “italianate”.

In conclusione

Che dire, di temi ce ne sono tanti: la guerra, il fascismo e l’opporvisi, la lotta di classe, l’amore, la maternità, la miseria e, se vogliamo, anche il sesso. Quest’ultima componente Mario Salieri non ha proprio potuto fare a meno di approfondirla.

De Sica riesce a far ridere e piangere. La Loren da al suo personaggio la tempra dei ceti umili ma anche un fondo di grande amorevolezza. La commedia è l’apoteosi della tragedia. Chi riesce a destreggiarsi in entrambe non può che essere come minimo un grandissimo artista.

Recensione a quattro stelle su Almanacco Cinema