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American Fiction: il film più provocatorio del 2024
Premio Oscar 2024 per la migliore sceneggiatura non originale, American Fiction di Cord Jefferson è una satira pungente contro la società e l’industria culturale americana.
Liberamente tratto dal romanzo Erasure (2002) dell’autore afroamericano Percival Everett, American Fiction è una riflessione sugli stereotipi dell’industria editoriale nei riguardi degli scrittori afroamericani, sulla cancel culture, ma anche un toccante dramma familiare messo in scena da un incredibile Jeffrey Wright, nei panni dello scrittore e professore universitario Thelonious Ellison.
American Fiction, la trama
Thelonious Ellison, detto Monk (Jeffrey Wright), professore afroamericano di letteratura inglese presso l’università di Los Angeles, e scrittore dalla produzione letteraria limitata, viene congedato temporaneamente dall’insegnamento per i suoi metodi bruschi.
Rientrato a Boston, la sua città natale, Ellison ritrova il proprio posto in un nucleo familiare benestante, ma problematico: un padre morto suicida, il fratello Clifford (Sterling Kelby Brown), chirurgo plastico, omosessuale e cocainomane, la madre Agnes (Leslie Marian Uggams), malata di Alzaimer e la sorella Lisa, medico.
Mortificato dalla vita e deluso a causa dei continui rifiuti di pubblicazione del suo ultimo lavoro (perché non è abbastanza nero, secondo le richieste del mercato editoriale), Theolonious decide di scrivere un romanzo pieno di luoghi comuni sulle gang afroamericane, intitolato inizialmente My Pafology, come atto provocatorio, firmandosi Stagg R. Leigh, un finto evaso, ricercato.
American Fiction: recensione
American Fiction è una commedia dai toni irriverenti, una satira sugli eccessi della cancel culture, figlia di un puritanesimo progressista, evidente sin dalla prima scena in cui una studentessa critica il professore Theolonious Ellison per aver scritto sulla lavagna la parola offensiva “negro”, nel trascrivere il titolo di un racconto di Flannery O’Connor.
Critica alla quale Monk risponde in maniera umoristica “Be’ si scriveva così l’ultima volta che ho controllato” aggiungendo che, trattandosi di un corso sulla letteratura americana degli Stati del Sud, di non trovarci nulla di strano e che potendo soprassedere lui possa farlo anche lei, essendo adulta.
Le parole severe e derisorie scagliate contro la studentessa (chiaramente ritenuta da lui poco brillante) sono rivolte anche verso l’ideologia woke e la cancel culture che la ragazza rappresenta in quel momento, ossia verso quella parte di società ipocrita nei riguardi della comunità nera americana. Ipocrìsia che nasconde un blando tentativo della comunità bianca di lavarsi le coscienze.
American Fiction è un film che si sviluppa su più livelli: in uno vi è il melodramma familiare che comprende anche la difficoltà del protagonista nello stabilire dei legami sinceri e profondi (anche di coppia); nell’altro il tema centrale risulta essere la critica verso lo stereotipo dello scrittore afroamericano.
Momento che trova il suo apice quando Monk, dopo l’insuccesso al Festival Letterario di Boston, in cui la folla si accalca per l’esordiente Sintara Golden (Issa Rae) e il suo romanzo We’s Lives in Da Ghetto, pieno di stereotipi neri, in un impeto di frustazione scrive il romanzo My Pafology: un’accozzaglia di elementi “black”.
Il libro, nato come forma di protesta, si rivela essere un grande successo fino a divenire il caso letterario del momento, con proposte di contratti editoriali e cinematografici milionari.
Il protagonista, bisognoso di pagare le cure a sua madre, spinto anche dalle insistenti pressioni del suo agente Arthur (John Ortiz),si ritrova a scendere a compromessi, finendo per sottomettersi egli stesso a quel mondo da lui tanto criticato, protestando nell’unico modo che gli resta, ossia cambiando il titolo del romanzo in Fuck.
Per tutta la durata del film Jeffrey Wright offre una sottile e brillante interpretazione nei panni di Thelonious “Monk” Ellison, la cui mimica facciale è sufficiente a manifestare la vasta gamma di emozioni e pensieri che lo attraversano.
Da notare sono infatti i numerosi primi piani del volto del protagonista per sottolineare la psicologia del personaggio, burbero con un certo snobismo intellettuale medio-borghese. Egli, infatti, non è cresciuto a Brooklyn o in un quartiere malfamato di Boston, ma come si vede al suo rientro a casa, è cresciuto in un quartiere elitario, in un’antica casa, con un’amabile governante (Myra Lucretia Taylor), ricevendo un’educazione privilegiata.
Ecco perché in una delle scene iniziali, mentre è al telefono col suo agente, Monk dichiara apertamente di non credere nella razza, non essendo mai entrato in contatto con alcune realtà crude dell’essere nero in America.
In American Fiction è evidente l’intento di mostrare l’incoerenza di una società perbenista, alla ricerca dell’indignazione, della pornografia del dolore black, per alimentare il mercato editoriale e l’industria cinematografica.

American Fiction ed Erasure, il romanzo
Il regista e sceneggiatore di American Fiction, Cord Jefferson, anch’egli afroamericano, ha detto di essersi imbattuto nel romanzo Erasure nel Natale del 2020, quando la sua carriera stava attraversando un momento di difficoltà.
Egli è rimasto colpito dalla storia, soprattutto per le numerose similitudini con la sua vita:
“È stato tanto emozionante quanto inquietante: come se qualcuno avesse deciso di scrivere un romanzo che affrontasse tutto ciò che stavo attraversando e i temi sui quali rifletto da vent’anni… Cosa significa essere uno scrittore nero, le restrizioni che vengono poste intorno alle cose di cui puoi e non puoi scrivere… Tutto ha avuto una risonanza profonda dentro di me”, ha dichiarato in un’intervista.
Jefferson ha anche spiegato come nel suo lavoro di sceneggiatore in passato gli venissero forniti gli appunti per rendere i personaggi più neri, rimanendo sorpreso di come nel mondo della narrativa ci fossero ancora molti pregiudizi su come fosse la vita dei neri.
In conclusione
American Fiction è una commedia satirica ben riuscita, in cui momenti di empatia e rabbia si alternano a registri malinconici e acidi in assoluto equilibrio, ricchi di elementi metanarrativi.
Nonostante i numerosi e ardui temi presenti, Jefferson è riuscito a rendere la narrazione fluida ed esilarante, senza rinunciare alla potenza politica. Un film assolutamente da vedere.
