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Le nuotatrici, lo straziante racconto di due sorelle
Le nuotatrici, film disponibile su Netflix, racconta la storia di due sorelle che fuggono dalla Siria per inseguire un obiettivo: le Olimpiadi.
Nonostante Le nuotatrici sia uscito nel 2022, mai come tuttora risulta un film attuale. Il tema dell’immigrazione è argomento portante di qualsiasi discussione, dibattito o notizia.
Le nuotatrici si inserisce proprio in questo spettro dove, senza dare giudizi di sorta, racconta l’intima e potente storia di due sorelle che fuggono dal loro paese nella speranza di avere una possibilità. Per la vita.
Le nuotatrici, la trama
Tratto dalla vera storia delle due sorelle Sarah e Yusra Mardini, il film, come insegna Aristotele, può essere suddiviso nei tre classici atti della poetica narrativa: situazione di equilibrio iniziale, rottura dell’equilibrio e annesse peripezie, e, infine, conclusione che ripristina un nuovo equilibrio. Ognuno dei tre atti segue le due sorelle in un momento preciso della loro vita.
Il primo, ambientato a Damasco – Siria – nel 2011, racconta la storia di due ragazze, Sarah e Yusra, che vivono una vita come milioni di altre ragazze nel mondo. Si dividono tra scuola e amici, ma una cosa che le unisce entrambe è la passione per il nuoto. Allenate dal padre, sognano, un giorno, di poter gareggiare alle Olimpiadi e rappresentare il loro paese.
L’equilibrio viene rotto quando in Siria scoppia la guerra civile; e, a mano a mano che il tempo passa, diventa sempre meno ignorabile. Nella speranza di un futuro migliore (e nella concreta possibilità di poter partecipare alle Olimpiadi) le due ragazze, insieme al cugino, decidono di affrontare il lungo viaggio che le porterà dalla Siria alla Germania, dove incontreranno altre persone che, come loro, sono in cerca di una possibilità.
La Germania inizialmente non si presenta come l’attesa terra promessa, ma grazie alla loro forza d’animo riusciranno a realizzare i loro sogni, anche se in modo diverso da come li avevano immaginati solo un anno prima.
Yusra, grazie all’aiuto dell’allenatore Sven, partecipa alle Olimpiadi di Rio 2016 per la squadra dei Rifugiati (creata proprio in quell’edizione); Sarah, d’altra parte, abbandonato il sogno olimpico, trova finalmente la sua strada: aiutare altre persone come lei, che si troveranno ad affrontare quel viaggio per la vita che, molto spesso, confonde i confini con la morte.
A volte le parole non servono, le immagini gridano
C’è una scena – a circa metà film – in cui Yusra, Sarah e gli altri profughi si trovano al centro del Mar Egeo, così vasto, così infinito, tutti stipati su un gommone troppo piccolo: seduti sul bordo, con le gambe raggomitolate addosso, e le onde del mare che, come in una lenta litania, bagnano il bordo dei loro vestiti.
Il motore non funziona più. E, proprio Yusra e Sarah, che sono tra i pochi che sanno nuotare, si tuffano in mare per spingere il gommone. Il mare si agita, le onde si alzano e lo sforzo sembra sovrumano. La musica si interrompe: protagonista è Yusra che affanna, scende e risale dall’acqua. E poi, in quel silenzio così assordante, respira. Forte. E ricomincia a nuotare.
La forza principale di questo film sono le immagini: forti, potenti, esaustive. Le parole risultano, a volte, superflue, proprio perché la fotografia restituisce quello che mille parole non riuscirebbero a spiegare.
La massima espressione è data poi dall’utilizzo del connubio tra musica e fotografia: all’inizio del film, Sarah e Yusra ballano in una discoteca sulle note di Titanium di David Guetta, sullo sfondo le bombe che cadono su Damasco.

Persone comuni, non più comuni
La forza del film è proprio questa: il mostrarci due adolescenti come tante altre al mondo, che vivono la loro vita, vanno a scuola, ballano e ridono. E mostrarci come, da un momento all’altro, tutto questo possa cambiare, come ci si possa trovare ad affrontare un viaggio epopeico senza la certezza, effettiva, di arrivare alla meta.
Da Damasco fino in Turchia, e poi l’orribile viaggio in gommone fino in Grecia. E i controlli – severi – gli abusi, e poi ancora, in viaggio passando per l’Ungheria fino alla Germania.
L’altra forza del film sono le storie che si intrecciano nel corso di questo viaggio; le storie degli altri profughi, i legami che si creano tra di loro, in un continuo voler tendere una mano (anche e soprattutto quando non si ha nulla).
È un racconto intimo, personale, che fa avvicinare lo spettatore (occidentale, bianco, base) a un mondo che risulta sempre troppo lontano, nascosto da barriere invisibili; ci ricorda che siamo tutte persone comuni, che vivono vite comuni, e poi, all’improvviso, fuori dal nostro controllo, qualcuno si ritrova a vivere una vita non più così comune, a lottare per la propria vita, non per un futuro migliore, ma nella speranza di averlo, proprio, un futuro.
Un cast e una regia che funzionano
La regista Sally El Hosaini riesce, nonostante le più di due ore di film e la totale assenza di veri e propri colpi di scena, a tenere lo spettatore incollato allo schermo. I dialoghi sono un altro punto di forza del film, in quanto risultando veloci, freschi, mai noiosi.
Sicuramente ciò è dovuto anche alle due attrici protagoniste, Nathalie Issa e Manal Issa, sorelle anche nella vita reale, che riescono quindi a ritrarre e far trasparire quel loro rapporto anche attraverso lo schermo, dando ancora più spessore alle due protagoniste.
La storia vera dietro il film
Sono i titoli di coda a ricordarci che il film è tratto da una storia vera; con le classiche didascalie, accompagnate da foto delle persone reali da cui la storia è ispirata, ci offrono un flash forward di qualche anno rispetto al film, dando risposta alla domanda: Cosa ne è stato di loro?
La famiglia delle due ragazze, un anno dopo, intraprendendo la stessa odissea, è riuscita a raggiungere la Germania, riconciliandosi così tutti insieme.
Yusra ha continuato a gareggiare, partecipando anche alle Olimpiadi del 2020, ed è diventata ambasciatrice dell’ACNUR, rappresentando profughi e rifugiati di tutto il mondo.
Sarah, come anticipato dal film, è tornata a Lesbo per aiutare i profughi che arrivano ogni giorno sulla costa; nel 2018 è stata arrestata dalle autorità greche, accusata di traffico di esseri umani.
L’Osservatorio per i Diritti Umani e Amnesty International hanno definito il suo un arresto politico con accuse infondate. Il processo, iniziato nel 2023, è stato definito da molti osservatori come il più grande caso di criminalizzazione della solidarietà in Europa.
In conclusione
Le nuotatrici è un must-have che tutti dovrebbero aggiungere alla lista di film da vedere. È un racconto straziante e intimo, il cui fine ultimo è raccontare storie che sempre più spesso vengono fraintese, così lontane da noi.
Si inserisce perfettamente nel filone di film in cui lo sport è il veicolo della rivincita sociale, della forza d’animo e della lotta al razzismo, un connubio che funziona e risulta d’impatto. (Basti pensare ad altri film di questo genere, come Race – Il colore della vittoria o Invictus di Clint Eastwood).
Come definito dalla stessa regista Hosaini:
“Le Nuotatrici è un film sull’emancipazione femminile che mostra come spesso la forza interiore nasca dalla sofferenza. Esplora il potere dell’ambizione e della libertà. L’ambizione femminile, spesso, viene intesa ancora come un concetto tabù a cui io, invece, volevo rendere omaggio. Ho intravisto nel film la possibilità di trasformare in eroine complesse quel tipo di donne, moderne e liberali, che esistono, ma che raramente si vedono sullo schermo.”
Le nuotatrici presenta forse un tono di perbenismo, dove non trova spazio un dialogo più approfondito sulle problematiche pratiche; eppure, è un film che si colloca perfettamente nel panorama politico, sociale e culturale. Ci ricorda chi siamo e la fortuna che abbiamo avuto: nascere dalla parte giusta del mondo.

