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Apartment 7A, il posto dove si perde l’artista
Chiunque sia appassionato di cinema ha sentito parlare a più riprese di Rosmary’s Baby, capolavoro e caposaldo, nonché prima produzione nord americana, di Roman Polanski. Apartment 7A viene pensato e prodotto come un prequel del famosissimo film cult, eppure nell’accostamento – inevitabile – tra i due, il film di Natalie Erika James dimostra il disastroso scarto tanto patinato quanto macchinoso. Dove Rosemary’s Baby scorre liscio sulla lama di un coltello affilatissimo, Apartment 7A non riesce a provocare neanche un brivido modesto che del suo predecessore ha fatto storia.
Imponente e protagonista di entrambi i film: il Dakota Building, il massiccio edificio in cui trova luogo la storia dell’iconica Mia Farrow nel 1968 e Julia Garner nel 1965. Storie diverse accumunate dalla stessa idea di donna/madre, agnello sacrificale in nome di un bene (o un male) superiore. Ancora gli inquilini di condominio a tirare le fila di una vicenda trapassata e che pure non manca di farsi scoprire nelle sue più affascinanti riprese. Accostare il proprio nome a quello di Polanski non deve essere stata una scelta presa a cuor leggero, tanto meno quando la sua autrice Natalie Erika James si diletta nel suo secondo lungometraggio. Paramount Players, Sunday Night Productions e Platinum Dunes decidono di investire nel progetto e, dopo l’anteprima mondiale al Fantastic Fest, viene distribuito da Paramount+.

Apartment 7A: ne avevamo davvero bisogno?
La storia ruota attorno alla ballerina Terry Gionoffrio (Julia Garner) che sogna fama e successo, in particolare una carriera nei patinati musical di Broadway. Eppure, un incidente durante uno spettacolo la fa passare nei corridoi comuni del mondo dello spettacolo newyorkese come “quella che è caduta” e, nonostante questo infortunio doloroso e invalidante, Terry cerca in tutti i modi di inseguire il suo sogno. L’ossessione verso la fama la porterà a seguire il produttore teatrale Alan Marchand (Jim Sturgess) fino all’ingresso del Dakota Building, verso una nuova vita e ancora di più verso tutto ciò che aveva sempre desiderato avere. Sembra che Terry non abbia pensato bene alla logica di costi e benefici e dia per scontato che l’accoglienza di due anziani signori senza figli, Minnie Castevet (Dianne Wiest) e Roman Castevet (Kevin McNally), sia semplicissima dimostrazione di umana compassione. Ovviamente non sarà così e, forse, Terry ci impiegherà troppo tempo a capirlo.
C’è un errore a monte nella produzione di Apartment 7A che riguarda la terribile scelta di produrlo. Sia chiaro che il film è un piacevole prodotto d’intrattenimento che si ritaglia la sua cornice all’interno dello spazio ristretto del piccolo schermo, ma che nel paragone con il mastodontico Rosemary’s Baby scompare. La malattia di cui soffrono tutti i prequel, i sequel, i remake e i reboot di qualsiasi prodotto autoriale e che ha costituito una pietra miliare nell’intero paradigma cinematografico (e di cui anche Apartment 7A ne è affetto) è il vuoto a perdere dell’inevitabile paragone. È il caso, per esempio, di A Quiet Place – Giorno 1 (Michael Sarnoski, 2024) e Hunger Games – La ballata dell’usignolo e del serpente (Francis Lawrence, 2024) per citare i più recenti. L’algoritmo di successo – chiama – successo dovrebbe essere stato redatto moltissimo tempo fa, dai tempi del glorioso Star Wars, ma che pure continua a incantare, richiamando alla mente quell’effetto nostalgia che tanto sembra accumunare i cinefili di tutti i tempi.

