Antichrist

Antichrist: Il trauma nel cinema – Sotto la superficie

Trauma e natura si fondono in Antichrist, in una contro-genesi dove il dolore ancestrale si fa materia viva e il mondo un luogo in cui non c’è redenzione.

Una coppia si rifugia in una baita nel bosco per elaborare un grave lutto. Lui (Willem Dafoe) è uno psicoterapeuta e vede nel ricongiungimento con la natura un tentativo di riavvicinare sua moglie, Lei (Charlotte Gainsbourg), alla vita. Tuttavia, il paesaggio inizia a prendere forme irrazionali e irreali, così il dolore si materializza.

Antichrist (2009), firmato da Lars von Trier, fa parte della Trilogia della Depressione, con la quale il regista si è trovato a confrontarsi con la sua malattia, trasponendola in arte. La depressione diventa quasi una dea malevola e oscura che compromette e contamina l’esistenza dell’essere umano, che essenzialmente non trova salvezza in niente. Antichrist sembra raccontare una contro-genesi biblica, aprendo le porte a una trilogia in cui la realtà perde i suoi contorni e corpo e anima collassano.

Antichrist e il peccato originale

Nel prologo in bianco e nero, la morte del figlio si consuma con una solennità quasi liturgica mentre i due amanti giacciono insieme. È una tragedia muta, congelata dal ralenti, punizione per il peccato di lussuria di Lei e Lui. Qui emerge immediatamente la verità sul mondo: un luogo corrotto, irreversibile e marcio. Per guarire dalla condanna, i due si rifugiano nel bosco – non a caso chiamato Eden – per espiare il peccato e cercare di ritrovare un’armonia con la natura. È un ritorno alle origini, alla verginità. Tuttavia, le radici della Terra stessa sono già logore e contaminate dalla sofferenza e la violenza dell’uomo, dunque i due esseri umani smarriti non vi troveranno altro che il loro trauma, negli eterni gironi danteschi.

Antichrist

La natura ostile

L’Eden in cui i due amanti si rifugiano è tutto fuorché benevolo e paradisiaco. Ogni presenza organica – e persino l’aria, che non lo è – diventa un riflesso della condizione dei due, come se la natura fosse estensione del trauma e della coscienza. In una delle sequenze più notevoli, Lei giace su un prato e lentamente si sedimenta, dissolvendosi, diventando verde. Simbolicamente è come se il suo dolore mettesse radici in una fusione ancestrale con la natura. Questo concetto von Trier lo ripropone in gran parte del film, in cui corpi femminili nudi popolano il bosco di memorie di dolori e traumi collettivi.

Antichrist e il Chaos Reigns

Il Chaos Reigns è tema prediletto della poetica del regista danese. La consapevolezza che non esiste un senso ordinatore, dunque il mondo è governato dal disordine e l’essere umano non può nulla di fronte a esso. In Antichrist, la natura, indifferente e tutt’altro che consolatoria, si manifesta anche attraverso tre presenze faunistiche: un corvo, una cerva e una volpe. Tre allegorie dell’abisso del dolore. La cerva e il suo feto, ossia la maternità negata; il corvo e la sua voce ossessiva, ovvero un lutto che perseguita; infine la volpe che si lacera da sola e parla. Dunque, una triade che incarna il ciclo vitale del trauma.

Antichrist

Antichrist e la dedica ad Andrej Tarkovskij

La connessione tra Antichrist e il cinema di Andrej Tarkovskij è profonda. Forti, le analogie, in particolar modo con Solaris, Stalker e Lo specchio. Esse non si limitano a citazioni estetiche e formali, andando oltre. I due cineasti condividono la stessa “venerazione” del dolore, l’esistenzialismo tormentato e la natura come specchio. Il tempo si dilata e si fa sostanza. Tuttavia, i due vivono e sopravvivono alle sofferenze in maniera radicalmente differente. Tarkovskij attraversa, comprende ed eleva il trauma grazie a una spiritualità onnipresente che salva. D’altra parte, von Trier rimane nella superficie terrestre, non trova sublimazione né redenzione, dicendoci che Dio non risponde.