Un dramma familiare e sociale, Il caso Kerenes racconta il rapporto tossico tra una madre borghese e suo figlio, tra potere, lotta di classe e corruzione.
Orso d’Oro alla Berlinale 2013, Il caso Kerenes di Călin Peter Netzer è uno dei rappresentanti della New Romanian Wave. Un dramma che nasce dalle mura di casa per diffondersi ben oltre, affondando le radici in una società corrotta e ingiusta. Romania, Cornelia è una donna borghese che ha avuto tutto dalla vita, fuorché la cosa più importante – l’unica di cui le importa davvero: l’amore di suo figlio Barbu. Un giorno quest’ultimo rimane coinvolto in un incidente che cambierà per sempre la sua vita, evento che farà emergere le forti tensioni sociali e le falle morali di un’intera nazione.
Il caso Kerenes e l’amore tossico
Cornelia è una madre soffocante e possessiva, il suo è un amore che non protegge. L’affetto per Barbu non è altro che l’ennesimo dominio, ma più viscerale di qualsiasi altro legame, come se il cordone ombelicale non fosse mai stato tagliato. Quando Barbu rimane coinvolto nell’incidente in cui ha provocato, sotto guida in stato di ebbrezza, la morte di un bambino, Cornelia non agisce per amore incondizionato, quanto per quell’amore malato e controllante. Il legame madre-figlio si figura come uno dei temi centrali del film, ed è proprio qui che si insinua e nasconde la violenza più infima.
La questione sociale: corruzione e amoralità
La famiglia del bambino defunto non ha possibilità di giustizia, sin da subito. Cornelia si muove con naturalezza nella stazione di polizia, tra avvocati e testimoni, con estrema noncuranza. Così, l’incidente si riduce a una “questione” da risolvere, come se la vita del bambino non valesse nulla. Al contrario, deve essere preservato solo il futuro di Barbu. La tragedia subita dalla famiglia diventa un ostacolo, e il dolore viene silenziato dal denaro e dal ceto sociale. In una delle scene finali questa amoralità crudele emerge senza pietà, quando Cornelia va a chiedere perdono alla famiglia del bambino, e invece si rivela solo l’ennesima messinscena.
La regia frammentata tra caos e armonia
Lo stile di Netzer alterna due approcci opposti che convivono nel film, ma che condividono la stessa tensione. Da una parte, le scene caotiche girate con camera a spalla, frenetiche e sporche, che ricordano lo stile di Lars von Trier e più in particolare Festen di Thomas Vinterberg. I movimenti sono nervosi e sembrano riflettere la pressione sociale, che si manifesta fisicamente. D’altra parte, nei dialoghi a due girati campo-controcampo, prevale una regia più statica, fredda ed essenziale. Questa coesistenza restituisce l’instabilità che rivela l’impotenza emotiva e al tempo stesso l’ossessione di controllo. Quella di Netzer è una regia che fa percepire l’irrequietezza e il disordine emotivo, sociale e politico.

Il caso Kerenes, un’indagine antropologica
Il caso Kerenes è attraversato da una mancanza che rimane ai margini. La vittima non ha voce, nome, appartenenza, rimanendo così in uno spazio narrativo dimenticato. Ed è proprio la simmetria a svelare il nucleo centrale del film: una violenta ma silenziosa lotta di classe. Il film osserva il comportamento umano con freddezza, svelando cosa resta dei legami corrotti. Ma anche come l’essere umano – soprattutto se in una posizione di privilegio – si spinga spudoratamente oltre i limiti eticamente accettabili (che appaiono normalizzati). Dunque, Netzer firma un dramma prima sociale che familiare, di cui ne assume la veste per spogliarla a mano a mano, fino a rivelarne la verità nuda: anche l’amore è stato contaminato dal potere.