Blue Moon di Richard Linklater è una fluviale immersione dietro le quinte della Golden Age di Broadway, con Ethan Hawke in stato di grazia.
Blue Moon, presentato alla 75ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, è un biopic su Lawrence Hart, celebre paroliere, autore di musical di successo (Pal Joey, The Boys from Syracuse) e canzoni iconiche (Blue Moon, Falling in Love with Love) durante gli anni ’30.
La pellicola ha ottenuto il plauso della critica, oltre ad aver ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui l’Orso d’Argento per la Miglior interpretazione da non protagonista per Andrew Scott e le candidature agli Oscar 2026 di Ethan Hawke, come miglior attore, e Robert Kaplow, in lizza per la sceneggiatura originale.
Blue Moon, la trama
Blue Moon è ambientato il 31 gennaio 1943, quando era in scena, a Broadway, la prima del musical Oklahoma! di Richard Rodgers.
Il lungometraggio si svolge tutto in una sera, all’interno di un locale a New York, dove si festeggia il successo dello spettacolo. Lawrence Hart (Ethan Hawke), abituale frequentatore del bar, attende solitario la fine dell’opera che ha segnato la rottura della storica coppia con il suo amico Richard Rodgers (Andrew Scott) trionfatore della serata grazie alla nuova collaborazione con Oscar Hammerstein.
Il ruolo del tempo nei film di Linklater
Richard Linklater, nel corso della sua carriera, ha sviluppato una particolare attenzione al tempo della narrazione. La sua trilogia Before Sunrise (1995), Before Sunset (2004) e Before Midnight (2013) si caratterizza per la struttura quasi in tempo reale, seguendo le vicende dei protagonisti – è presente l’attore feticcio Ethan Hawke – nell’arco di una giornata. Nel 2014 invece giunge al cinema Boyhood, progetto monumentale in cui il momento filmico e la realtà coincidono: la pellicola è stata girata nell’arco di 12 anni, con lo stesso cast, per raccontare la crescita degli attori.
In questo contesto si può comprendere la scelta di ambientare Blue Moon nel corso di un’unica serata, con gli eventi che si svolgono quasi tutti all’interno del locale di New York. Linklater guarda alla sua celebre trilogia, con una narrazione di fatto in tempo reale, sviluppando un racconto che si rivolge a Boyhood in virtù di una precisa e fervida ambizione: raccontare la vita.
La magia delle parole
Blue Moon si caratterizza per la scrittura brillante, con dialoghi infiniti, giochi di parole e battute dal ritmo impeccabile. La sceneggiatura è densa, viva e impetuosa; restituisce le sensazioni di una concitata e incessante conversazione a cui non si vorrebbe mai porre fine. Si innalza come protagonista del racconto, al pari della formidabile prova di Ethan Hawke nei panni di Lawrence Hart.
L’arte della parola compensa la fissità della narrazione, dal punto di vista scenografico, ponendo in essere un racconto che si sviluppa grazie al potere straordinario dell’immaginazione. Ascoltiamo, tuttavia è come se li vedessimo in scena, i racconti della fuga d’amore di Lawrence con Elisabeth, Margaret Qualley, di lei viviamo le prime avventure amorose e assistiamo ai vecchi dissapori della coppia Hart-Rodgers. La parola non conosce pause nè ottiene appagamento: è l’unico mezzo per far progredire la narrazione.

Una interpretazione da Oscar
L’altro aspetto degno di nota, su cui si basa la pellicola, è la camaleontica prova attoriale del protagonista. Ethan Hawke è irriconoscibile nei panni di Lawrence Hart: si è rasato quasi tutti i capelli, pettinandoli con un evidente riporto, ha usato protesi dentarie, modificando la propria postura e il modo di camminare. La sua performance restituisce la complessità e le insicurezze di un personaggio affetto da dipendenza da alcol, oltre a un profondo senso di solitudine e abbandono; sia nella vita artistica, ormai il sodalizio con Rodgers volge al termine, sia nella sfera amorosa, in quanto i suoi sentimenti non sono corrisposti da Elizabeth.
Hawke ci fornisce un’interpretazione, riuscendo a divincolarsi in un mirabile equilibrio, in cui il suo personaggio è al limite tra l’essere intellettualmente suadente ed esteticamente infido. Hart viene descritto come “Il più basso nella camera, ma il più grande”, pertanto l’attore è spesso ripreso con mezze figure, inquadrature tagliate che lo espongono ad un impari confronto con gli altri, specchio della sua fragilità fisica ed emotiva.
Il dualismo tra arte e intrattenimento
Blue Moon rappresenta la risposta all’eterna disputa tra arte ed intrattenimento. Lawrence è espressione dei canoni ineffabili dell’arte e vorrebbe ampliare il proprio lavoro, sviluppando un’audace e innovativa opera su Marco Polo, mentre il suo socio Rodgers si accomoda verso una rappresentazione classica e compiacente per il pubblico, in cui il lieto fine diventa la prassi. Non a caso il nuovo musical di Rodgers, Oklahoma! è stato un eclatante successo, festeggiato da una pletora di invitati; invece nella stanza adiacente Lawrence è in compagnia di sole tre persone.
La suddetta contrapposizione è ancora più pregnante, in quanto Linklater sceglie di confrontarsi in maniera anomale con il genere dei biopic, sviluppando un’opera che non rispetta i classici canoni dell’intrattenimento. Anzi la sua natura prolissa, unita alla fissità della narrazione, rende Blue Moon una pellicola che lascia al pubblico la possibilità di scegliere se far parte del folto gruppo di Rodgers o della ristretta cerchia di Hart.
Blue Moon, in conclusione
Blue Moon è un biopic non convenzionale che riporta al cinema la carica vigorosa e artistica delle parole, con il peso attoriale che si regge tutto sulle spalle di Ethan Hawke, di fronte a cui tutti gli altri personaggi diventano volutamente dei comprimari.
La pellicola è costruita su una continua dialettica, volta a non vedere mai giungere il termine della notte. Lo spettatore, se riesce ad inserirsi nelle prolisse avventure di Hart, potrà trovare una piacevole compagnia, in quanto come scriveva Lawrence nella sua canzone Blue Moon: “Now I’m no longer alone”.