I pugni in tasca

I pugni in tasca: l’esordio di Bellocchio

Nel 1965, a soli ventisei anni, Bellocchio esordisce con un film che diventerà uno dei capolavori del cinema italiano: i Pugni in tasca. Torna al cinema dal 23 marzo. 

I Pugni in tasca non è solo l’esordio di uno degli autori più importanti e ancora attivi del panorama italiano, la pellicola è riuscita a diventare un film generazionale, una pellicola che riesce a parlare a generazioni diverse ma sopratutto che testimonia la rabbia che si respirava in quegli anni. Marco Bellocchio mette subito in chiaro quelli che saranno alcuni dei temi dei suoi lavori: la critica borghese, l’oppressione della famiglia e la religione.

Al centro del film c’è Alessandro, interpretato da Lou Castel, un giovane epilettico che vive in una villa isolata insieme alla madre cieca e ai suoi fratelli: Augusto, l’unico integrato nella società, e gli altri membri della famiglia, segnati da fragilità fisiche e psicologiche. In questo microcosmo sospeso e malato, Alessandro matura un’idea estrema: eliminare i familiari più deboli per liberare Augusto dal peso della loro condizione e permettergli di costruirsi una vita normale. Quello che prende forma è un progetto lucido e inquietante, che trasforma il dramma familiare in una spirale di violenza e autodistruzione.

La famiglia come prigione

La costruzione di Bellocchio è quella di una famiglia opprimente e la posiziona in un luogo isolato: gli Appennini. La scelta di un luogo così lontano a tratti onirico, permette la rappresentazione della famiglia come gabbia, non come posto sicuro ma come luogo opprimente e tossico. La soluzione, che appare quasi naturale è quella dell’autodistruzione. L’amore familiare non è un sentimento consolatorio bensì un amore tossico che si pone in un rapporto di dipendenza. La messa in scena permette allo spettatore di non aspettarsi redenzione o un lieto fine, ma mette in scena una inevitabile discesa verso il caos.

 

Nichilismo e desiderio di autodistruzione

La costruzione di Alessandro è quella di un ribelle lucido e spietato, che mette in atto l’autodistruzione come forma di liberazione. In realtà il protagonista rappresenta una rabbia generazionale, diventa lo specchio dei giovani di quegli anni. La capacità del regista sta proprio nel portare in scena la rabbia verso la famiglia borghese e verso l’istituzione, temi che sono e saranno sempre attuali. Senza ombra di dubbio I Pugni in tasca è stato un film lungimirante per quegli anni.

Il progetto di Alessandro è radicale: eliminare fisicamente quello che considera un peso per liberare suo fratello sano. Per quanto il pensiero possa essere controverso, il regista non giudica e accompagna lo spettatore in uno sguardo libero dal giudizio ma che si limita a osservare una situazione ma sopratutto un occhio che si specchia in una rabbia generazionale.

Un’estetica tra realismo e allucinazione

Girato con mezzi limitati ma con un enorme consapevolezza formale, i pugni in tasca alterna movimenti di estremo realismo a momenti di aperture visionarie. La macchina da presa si muove tra paesaggi montani che diventano specchio degli spazi mentali dei protagonisti, chiusi. Mentre il silenzio diventa la creazione di momenti di tensione, che aiutano a costruire ancora di più le gabbie che prima o poi sono destinate a esplodere.  Quello che sorprende è che il film è un esordio alla regia ma che dimostra già una grande maturità registica e mette le fondamenta per la costruzione del cinema di Bellocchio.

Se ancora non l’avete visto o volete rivederlo, dal 23 Marzo torna nelle sale italiane per i suoi 60 anni

Un film generazionale

Pur essendo profondamente radicato nell’Italia degli anni Sessanta , ancora segnata dal peso della tradizione cattolica e della struttura familiare patriarcale, il film riesce a parlare oltre il suo tempo. La rabbia di Alessandro è quella di una generazione che rifiuta le regole imposte, ma è anche una riflessione universale sull’impossibilità di emanciparsi senza distruggere qualcosa. I pugni in tasca resta uno degli esordi più dirompenti della storia del cinema italiano. Bellocchio non cerca equilibrio né compromesso: sceglie il conflitto, l’eccesso, la ferita.E ancora oggi, guardandolo, si ha la sensazione che quei pugni stretti, nervosi, pronti a colpire non si siano mai davvero aperti. 

🎬 Valutazione

Regia
★★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
4.3
★★★★