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Fame d’aria: il film che rompe il silenzio sull’autismo

Fame d’aria: a Venezia la solitudine di un padre e di un figlio. Bonito porta sullo schermo il romanzo di Daniele Mencarelli, sfidando stereotipi e retorica.

Autismo. Una parola che il cinema ha spesso pronunciato scegliendo il volto più rassicurante della neurodiversità.

Il genio eccentrico, il talento fuori scala, l’individuo capace di trasformare la propria diversità in una dote narrativa.

Fame d’aria, il nuovo film di Giuseppe Bonito sceglie invece una strada molto più difficile. Racconta ciò che normalmente resta fuori campo: la fatica, il logoramento quotidiano, l’abbandono delle famiglie e il peso di una solitudine che non appartiene solo ai singoli, ma a un intero sistema.

Fame d’aria è stato presentato alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia 2026.

Fame d’aria: un film sull’autismo che evita ogni retorica

Tratto dall’omonimo romanzo di Daniele Mencarelli, che firma anche la sceneggiatura insieme a Monica Zapelli, Fame d’aria nasce da un’idea precisa: sottrarre l’autismo alla spettacolarizzazione.

Come ha spiegato Giuseppe Bonito, il cinema e la televisione hanno spesso privilegiato i racconti delle persone autistiche ad alto funzionamento o con sindrome di Asperger. Figure che si prestano più facilmente alla costruzione di personaggi eccezionali o dotati di caratteristiche considerate “cinematografiche”.

Fame d’aria compie invece il percorso opposto. Mette infatti al centro un ragazzo con autismo a bassissimo funzionamento e, soprattutto, la vita di chi se ne prende cura.

Non c’è alcuna ricerca dell’effetto edificante. C’è piuttosto il desiderio di restituire una verità complessa, dolorosa e profondamente umana.

La trama di Fame d’aria

Pietro è un padre stremato e schiacciato dai debiti accumulati per garantire le cure al figlio Jacopo.

Il ragazzo è un diciottenne con autismo a bassissimo funzionamento.

Pietro dunque affronta ogni giorno una realtà fatta di assistenza continua, isolamento e senso di impotenza.

Durante un viaggio, un guasto all’automobile li costringe a fermarsi in un piccolo paese. L’incontro con il meccanico Oliviero, con Agata, proprietaria di un vecchio bar-pensione, e con Gaia interrompe il flusso della loro disperazione.

Quella sosta forzata diventa lentamente un luogo di confronto, dove il dolore trova finalmente uno spazio per essere condiviso.

L’autismo come questione sociale e politica

Il cuore del film non riguarda soltanto la relazione tra padre e figlio.

Bonito allarga infatti lo sguardo verso una domanda raramente affrontata dal cinema italiano: cosa significa vivere quando il sostegno delle istituzioni si rivela insufficiente?

Pietro rappresenta migliaia di caregiver che affrontano costi economici enormi, rinunce professionali e isolamento sociale.

È proprio questa la forza del racconto. Mostrare come l’amore possa convivere con la stanchezza estrema, con il senso di colpa e persino con sentimenti indicibili. Per riconoscere ciò che spesso viene nascosto dietro l’idea idealizzata della genitorialità.

Il cinema e l’autismo: oltre gli stereotipi

Negli ultimi decenni il cinema ha contribuito a rendere più visibile l’autismo. Ma lo ha fatto spesso privilegiando narrazioni costruite intorno al talento straordinario o alla diversità “eccezionale”.

Da Rain Man a molte produzioni contemporanee, la rappresentazione più diffusa è quella dell’individuo capace di sorprendere il mondo grazie a capacità fuori dal comune.

Fame d'aria

Queste opere hanno avuto il merito di accendere l’attenzione pubblica, ma hanno anche contribuito a consolidare un’immagine parziale dello spettro autistico.

Fame d’aria sceglie invece di raccontare una condizione che raramente trova spazio sul grande schermo. Quella delle persone con bisogni assistenziali molto elevati e delle loro famiglie. Non cerca esempi eroici né finali consolatori. Cerca la complessità.

Paolo Pierobon e Saverio Santangelo: due interpretazioni al servizio della verità

Paolo Pierobon interpreta Pietro evitando qualsiasi enfasi melodrammatica. Il suo è un uomo consumato dalla responsabilità, incapace perfino di concedersi il diritto di crollare.

Accanto a lui, Saverio Santangelo affronta uno dei ruoli più delicati del cinema italiano recente. Dopo oltre trecento provini, Giuseppe Bonito ha scelto un giovane attore che conosceva direttamente il mondo dell’autismo. E che, secondo il regista, è riuscito fin dalle prime improvvisazioni a restituire la presenza autentica di Jacopo.

Il risultato, almeno nelle intenzioni dichiarate dal film, non è una rappresentazione imitativa della disabilità, ma la costruzione rispettosa di un personaggio.

Giuseppe Bonito e il suo sguardo sulla genitorialità

Nelle opere di Giuseppe Bonito torna spesso il tema della genitorialità, osservata come luogo di responsabilità, conflitto e trasformazione.

Risulta infatti uno dei registi italiani più attenti alle dinamiche familiari e alle fragilità emotive.

Dopo gli esordi nel cinema e nella televisione, ha ottenuto ampio riconoscimento con Figli, tratto da un soggetto e da un monologo di Mattia Torre.

Stesso successo con L’Arminuta, adattamento del romanzo di Donatella Di Pietrantonio, vincitore del Premio Campiello.

Con Fame d’aria sceglie un punto di vista preciso: quello di chi vive una quotidianità invisibile, lontana dalle narrazioni rassicuranti e dalle semplificazioni.

Nel film il dibattito sulla disabilità non sfocia né nella celebrazione né tantomeno nel pietismo.

Bonito cerca la verità, seppur scomoda e imperfetta. Ma, proprio per questo, profondamente cinematografica.