Isabelle Huppert torna in The Blood Countess: la regista Ulrike Ottinger racconta i retroscena del film presentato alla Berlinale, a partire dai tagli imposti dalla produzione.
Essere una regista affermata non significa necessariamente avere l’ultima parola sul proprio film. Lo sa bene Ulrike Ottinger, che al Tokyo International Film Festival ha raccontato le difficoltà incontrate nella realizzazione di The Blood Countess (Die Blutgräfin), il film vampiresco con Isabelle Huppert presentato in anteprima mondiale alla Berlinale dello scorso febbraio.
La cineasta tedesca ha rivelato che il montaggio definitivo ha perso tra i 15 e i 20 minuti rispetto alla versione da lei inizialmente concepita, in seguito alle pressioni della produzione.
Durante un incontro dedicato al cinema tedesco nell’ambito del festival ha raccontato:
In origine il film aveva un ritmo meraviglioso, esattamente come lo avevo immaginato. Poi ho cominciato a tagliarlo perché tutti mi costringevano a farlo. Una volta iniziato ad accorciarlo, il ritmo non funzionava più.
La riduzione della durata ha costretto Ulrike Ottinger a rimettere mano all’intero montaggio per recuperare l’equilibrio narrativo. Un lavoro tutt’altro che semplice, anche se oggi la regista si dichiara soddisfatta del risultato: “Dal mio punto di vista, adesso è perfetto, ma è stato un lavoro enorme doverlo rielaborare ancora una volta”.
The Blood Countess, Isabelle Huppert è una vampira nella Vienna contemporanea
In The Blood Countess, Isabelle Huppert interpreta una contessa vampira che torna a manifestarsi nella Vienna dei giorni nostri, ispirata a Erzsébet Báthory. Al suo fianco recitano Lars Eidinger e Birgit Minichmayr, attrice del Burgtheater. Il film mescola immaginario gotico, suggestioni storiche e riferimenti alla cultura viennese.
Proprio la capitale austriaca ha rappresentato una delle principali fonti d’ispirazione per la regista. Tra gli elementi che hanno contribuito alla costruzione dell’universo del film figurano il Narrenturm, l’antica torre destinata ai malati di mente, un lago sotterraneo e i luoghi di sepoltura degli Asburgo. La regista si è soffermata anche sulla tradizione della dinastia imperiale di prevedere tre diverse sepolture per i propri membri.
Tutti questi elementi mi hanno profondamente ispirata. È anche per questo che ho scelto il genere vampiresco.
Una delle particolarità della pellicola, come ha osservato Shibuya Tetsuya, professore di cinema tedesco alla Nihon University, è la presenza di un vampiro vegetariano.
Ulrike Ottinger ha inoltre rivelato che la scelta del cast è stata interamente sua. Isabelle Huppert sarebbe rimasta legata al progetto per vent’anni, mentre Lars Eidinger avrebbe accolto con grande entusiasmo la possibilità di partecipare:
Quello che cerco nei miei film sono attori capaci di interpretare ogni volta qualcosa di diverso.
Ulrike Ottinger: “The Blood Countess è il film più costoso che abbia mai realizzato”
Le difficoltà incontrate durante la lavorazione non hanno riguardato soltanto il montaggio. The Blood Countess è stato anche il film più costoso della carriera di Ottinger, che ha raccontato al festival di aver dovuto fare i conti con tempi di lavorazione ridotti e una troupe particolarmente numerosa.
La regista avrebbe voluto 40 giorni di riprese, ma la produzione ne ha messi a disposizione soltanto 30. La squadra sul set superava inoltre le 100 persone, un numero che Ottinger avrebbe preferito dimezzare per favorire una maggiore vicinanza e collaborazione tra i professionisti, recuperando in cambio più tempo per le riprese.
Ciò che oggi rende così costose le produzioni sono queste misure di sicurezza estremamente estese. Alcune sono molto importanti, ma moltissime sono del tutto eccessive, insensate e burocratiche.
Il problema, secondo la cineasta, riguarda l’intero sistema produttivo. Quando realizzava autonomamente i propri film, riusciva a mantenere un’elevata qualità con budget compresi tra 2,5 e 3 milioni di euro. Oggi, invece, rispettare tutti i requisiti richiesti comporta una spesa minima di 7-8 milioni.
È anche per questo che non produco più personalmente i miei film.
Ulrike Ottinger, un’outsider del panorama cinematografico
Arrivata al cinema dalle arti visive, Ulrike Ottinger si considera un’outsider nel panorama cinematografico tedesco. Il suo linguaggio privilegia la composizione delle immagini e la sperimentazione visiva rispetto alla tradizionale costruzione psicologica dei personaggi.
Una posizione indipendente che, a suo giudizio, potrebbe essere diventata più facile da sostenere con il passare degli anni:
Forse, quando si invecchia, i critici non osano più attaccarti con la stessa facilità.
La retrospettiva a lei dedicata dal Tokyo International Film Festival comprende anche Ticket of No Return, primo capitolo della sua Trilogia di Berlino, e Under Snow (2011), girato nella regione innevata di Niigata e sull’isola di Sado.
La protesta della responsabile della sezione Forum della Berlinale, Barbara Wurm
L’incontro organizzato a Tokyo ha offerto anche l’occasione per affrontare una questione più ampia: il futuro del cinema tedesco e i criteri con cui vengono distribuiti i finanziamenti pubblici.
A intervenire è stata Barbara Wurm, responsabile austriaca della sezione Forum della Berlinale, che ha espresso forti perplessità sul nuovo sistema di sostegno alla produzione.
Probabilmente sembra che il sistema di finanziamento cinematografico tedesco sia assolutamente meraviglioso. Questa impressione è vera soltanto a metà.
Dal 1° gennaio 2025, i contributi alla produzione del Fondo federale tedesco per il cinema (FFA) vengono assegnati automaticamente sulla base dei risultati commerciali e dei riconoscimenti ottenuti ai festival, superando il precedente sistema di valutazione affidato a una giuria.
Il nuovo meccanismo prevede che i produttori possano ottenere risorse per un progetto successivo soltanto se un loro film precedente è stato selezionato da determinati festival o ha raggiunto una soglia prestabilita di spettatori. Sono inoltre richieste previsioni sul pubblico potenziale.
Secondo Wurm, questo modello favorisce le produzioni più grandi e penalizza i film indipendenti, i documentari e le opere meno commerciali. La questione riguarda direttamente anche il Forum della Berlinale, che non compare nell’elenco delle manifestazioni riconosciute per l’assegnazione dei punteggi.
La lista comprende infatti le sezioni Competition, Panorama, Generation e Perspectives della Berlinale, la Quinzaine des Cinéastes di Cannes e Orizzonti e la Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Il Forum, curato autonomamente dall’istituto cinematografico Arsenal, resta escluso.
Al momento non siamo presenti in questa lista di riferimento. Questo significa che i film presentati nella nostra sezione non possono accedere a questi finanziamenti.
La sua posizione è netta:
Per garantire la diversità del panorama cinematografico, sosterrei sempre il modello opposto, ovvero finanziare molti film, compresi quelli piccoli e meno visibili.
Il dibattito si inserisce in una fase di cambiamento anche sul fronte delle risorse economiche. Il ministro della Cultura Wolfram Weimer ha portato a 250 milioni di euro i finanziamenti governativi destinati al cinema a vocazione economica per il 2026, quasi raddoppiando la dotazione precedente.
Le risorse sono già state interamente utilizzate. La bozza di bilancio per il 2027 prevede invece circa 200 milioni di euro, cifra ancora subordinata all’approvazione parlamentare. Continua parallelamente a operare il sistema di finanziamento culturale basato sulle valutazioni delle giurie.
Wurm ha infine chiarito che il sistema tedesco non esclude i professionisti internazionali, purché collaborino prevalentemente con società di produzione del Paese:
Quello che conta non è il passaporto. È importante soprattutto lavorare con una società di produzione tedesca.
Il confronto riporta al centro una questione fondamentale per il cinema europeo: come sostenere la competitività dell’industria senza sacrificare la sperimentazione, le opere indipendenti e la pluralità delle voci autoriali?