Registi perseguitati Iran (e non solo): Jafar Panahi

Oltre Jafar Panahi: i registi perseguitati in Iran e altrove. Quando raccontare la verità diventa un reato

Non solo Jafar Panahi: i registi perseguitati non vengono solo dall’Iran. Raccontano realtà scomode, affrontando ogni giorno censura, minacce e repressione.

I registi perseguitati non sono un fenomeno solo di oggi. Il cinema è da sempre uno strumento attraverso cui le società raccontano sé stesse, mettono in discussione il potere e conservano la memoria di eventi che qualcuno vorrebbe cancellare. In diversi Paesi, però, realizzare un film che si discosti dalla narrazione ufficiale può trasformarsi in un rischio personale. Ecco perché alcuni registi vengono perseguitati con procedimenti giudiziari, divieti di espatrio, arresti, intimidazioni e campagne di delegittimazione.

Non solo registi, e non solo in presenze di dittature conclamate. Anche in contesti in cui esistono istituzioni democratiche, le opere che indagano le responsabilità delle autorità, denunciano violazioni dei diritti umani o documentano conflitti possono esporre i loro autori a pressioni politiche e minacce. I casi di Jafar Panahi, Mohammad Rasoulof, Maryam Moghaddam, Behtash Sanaeeha e dei registi di No Other Land e NAZA mostrano quanto possa essere alto il prezzo della libertà artistica.

Registi perseguitati in Iran: Jafar Panahi, appena condannato a 5 anni e un mese di carcere

La vicenda di Jafar Panahi rappresenta uno degli esempi più emblematici della repressione nei confronti dei cineasti iraniani. Il regista, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2025 con Un semplice incidente (It Was Just an Accident), ha continuato a lavorare nonostante anni di restrizioni, arresti e divieti imposti dalle autorità del suo Paese.

Nel 2010 Panahi era stato condannato a sei anni di carcere e a vent’anni di divieto di realizzare film, scrivere sceneggiature, viaggiare all’estero e rilasciare interviste. Negli anni successivi ha continuato a girare, spesso senza le autorizzazioni richieste, trasformando le limitazioni imposte alla sua attività in parte integrante della propria ricerca artistica.

Opere come This Is Not a Film, Taxi Teheran e Gli orsi non esistono mostrano una società in cui la sorveglianza, la censura e il controllo delle libertà individuali condizionano pesantemente la vita quotidiana. Il suo cinema non si limita alla denuncia esplicita: racconta anche le contraddizioni, le paure e le strategie con cui le persone cercano di preservare la propria autonomia.

Proprio pochi giorni fa, il 28 ottobre 2026, è arrivata una nuova condanna. Un tribunale rivoluzionario di Teheran ha inflitto al regista cinque anni e un mese di carcere, ordinando anche la confisca dei suoi beni e imponendo ulteriori restrizioni. Secondo le informazioni diffuse dal suo avvocato e riportate dalle agenzie internazionali, il procedimento si è concluso senza che Panahi fosse stato informato dell’udienza. Le accuse alla base della nuova sentenza non sono state rese pubbliche in modo dettagliato. Il provvedimento, comunque, è impugnabile.

Registi perseguitati in Iran: Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha

In Iran la repressione cinematografica colpisce anche chi sceglie di raccontare la condizione femminile al di fuori dei limiti stabiliti dalle autorità religiose e politiche.

I registi Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha hanno sperimentato direttamente queste pressioni con Il mio giardino persiano (My Favourite Cake), film che segue una donna settantenne decisa a riappropriarsi della propria vita affettiva. Attraverso una storia apparentemente intima, il lungometraggio mette in discussione le imposizioni sociali che condizionano l’esistenza delle donne iraniane.

Il film mostra protagoniste senza velo, intimi momenti di convivialità e conversazioni che affrontano temi considerati sensibili. Si tratta di scelte narrative che non possono che assumere un significato politico in un sistema nel quale persino i gesti della vita privata possono diventare oggetto di controllo.

La produzione ha incontrato ostacoli durante le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini nel settembre 2022. Secondo quanto raccontato dai registi in un’intervista a Le Monde, alcuni componenti della troupe parteciparono alle manifestazioni, mentre altri furono arrestati. Le autorità sequestrarono inoltre materiale relativo al film e convocarono i suoi autori, accusati di propaganda contro la Repubblica Islamica e di promuovere comportamenti contrari alla morale.

Moghaddam e Sanaeeha decisero comunque di portare l’opera alla Berlinale del 2024 senza l’approvazione delle autorità. Il film vinse il premio FIPRESCI, ma il riconoscimento internazionale non cancellò le conseguenze della loro scelta. I registi subirono interrogatori e restrizioni ai viaggi, mentre il film rimase vietato in Iran.

La loro vicenda dimostra come il controllo non si eserciti soltanto attraverso il divieto di proiettare un’opera. Può anche estendersi alle persone coinvolte nella sua realizzazione, alle loro famiglie e alla possibilità di continuare a lavorare.

Registi perseguitati in Iran: Mohammad Rasoulof, che ha scelto l’esilio

Un altro nome centrale è quello di Mohammad Rasoulof, regista iraniano che ha scelto l’esilio per evitare di scontare una pena detentiva.

Nel maggio 2024 Rasoulof lasciò clandestinamente l’Iran dopo essere stato condannato nell’ambito di un procedimento legato alla sicurezza nazionale, mentre si preparava a presentare a Cannes Il seme del fico sacro. Il film racconta le tensioni all’interno di una famiglia iraniana sullo sfondo delle proteste popolari e della repressione statale, facendo emergere il modo in cui il potere penetra anche negli spazi privati.

La lavorazione dell’opera comportò rischi per l’intera troupe. Il regista denunciò interrogatori prolungati, minacce rivolte ai membri del cast e alle loro famiglie, procedimenti giudiziari e divieti di espatrio. Le autorità sequestrarono inoltre attrezzature legate alla produzione.

La fuga di Rasoulof mise in luce un problema che spesso rimane nascosto dietro il nome del regista: un film politicamente scomodo non espone soltanto chi lo firma, ma tutti coloro che gli gravitano attorno.

L’esilio permette a un autore di continuare a lavorare, ma a caro prezzo: separandosi dal proprio ambiente culturale e sociale. Per un cineasta che vuole raccontare il proprio Paese, vivere lontano dai luoghi e dalle persone che costituiscono la materia delle sue opere può rappresentare una perdita difficile da compensare.

Registi perseguitati per No Other Land: quando documentare l’occupazione espone alle minacce

La persecuzione dei cineasti non riguarda soltanto chi vive sotto governi autoritari. Anche documentare un conflitto e mettere in discussione le politiche di uno Stato può comportare intimidazioni, minacce fisiche e tentativi di delegittimazione.

Il documentario No Other Land, diretto dal collettivo formato dal palestinese Basel Adra e dagli israeliani Yuval Abraham, Rachel Szor e Hamdan Ballal, racconta la distruzione di comunità palestinesi in Cisgiordania e la lotta dei loro abitanti per conservare le proprie case.

L’opera, premiata con l’Oscar per il miglior documentario nel 2025, si fonda su immagini raccolte nel corso di anni e sulla testimonianza diretta di persone coinvolte negli eventi. Il suo valore risiede anche nella collaborazione tra autori palestinesi e israeliani, che scelgono di documentare una realtà controversa attraverso prospettive differenti.

Il successo internazionale, tuttavia, non ha eliminato i rischi. Dopo la vittoria alla Berlinale del 2024, Yuval Abraham ricevette minacce di morte e denunciò intimidazioni contro la propria famiglia. Nel marzo 2025, Hamdan Ballal fu aggredito in Cisgiordania e successivamente trattenuto dalle autorità israeliane, secondo le ricostruzioni diffuse dai media internazionali.

La vicenda ha mostrato quanto possa diventare difficile proteggere chi documenta la violenza sul terreno, soprattutto quando le immagini raccolte mettono in discussione le versioni ufficiali degli eventi.

Un nuovo episodio è arrivato nel settembre 2026 con NAZA, documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor che accusa l’esercito israeliano di utilizzare sistemi di puntamento basati sull’intelligenza artificiale nella selezione degli obiettivi a Gaza. Il ministro della Cultura israeliano Miki Zohar ha minacciato di chiedere la revoca della cittadinanza dei due cineasti, facendo riferimento alla legislazione israeliana.

Il Committee to Protect Journalists ha prontamente condannato le minacce rivolte a Abraham e Szor, sottolineando il rischio che simili dichiarazioni da parte di esponenti governativi incoraggino ulteriori intimidazioni contro giornalisti e documentaristi.

È importante distinguere la denuncia contenuta nel film dalla sua verifica indipendente: le accuse sull’impiego dei sistemi militari costituiscono il contenuto dell’inchiesta documentaria, mentre la minaccia contro i suoi autori è un fatto riportato dalle organizzazioni che tutelano la libertà di stampa.

Registi perseguitati in Turchia: il caso di Çiğdem Mater

La repressione può colpire anche prima che un film venga girato. È quanto emerge dalla vicenda di Çiğdem Mater, produttrice cinematografica e giornalista turca condannata nel 2022 a diciotto anni di carcere nel processo legato alle proteste di Gezi Park del 2013.

Mater era accusata di aver cercato finanziamenti per un documentario sul movimento di protesta. Il progetto non venne mai realizzato, ma la sua presunta preparazione entrò comunque nel procedimento giudiziario.

La vicenda si inserisce nel più ampio caso di Osman Kavala, filantropo e attivista culturale condannato nell’ambito delle accuse relative ai tentativi di rovesciare il governo durante le proteste. Le imputazioni e le sentenze sono state contestate da organizzazioni per i diritti umani, che hanno denunciato gravi problemi nel processo.

La condanna di Mater ha suscitato la reazione dell’International Coalition for Filmmakers at Risk, che ha chiesto la sua liberazione. Secondo l’organizzazione, punire una professionista per un progetto documentario mai realizzato può generare un effetto intimidatorio sull’intero settore culturale.

Il caso pone una questione fondamentale: se anche l’idea di raccontare una protesta può trasformarsi in un elemento di un’accusa penale, quali margini rimangono per il cinema indipendente? La paura delle conseguenze può indurre produttori, finanziatori e autori a rinunciare preventivamente a progetti considerati rischiosi.

Registe dietro le sbarre in Myanmar

Il Myanmar rappresenta un altro contesto nel quale il lavoro dei cineasti può trasformarsi in una questione di sopravvivenza.

Dopo il colpo di Stato militare del febbraio 2021, il Paese ha conosciuto una drastica riduzione degli spazi per il dissenso e un’intensificazione della repressione nei confronti di giornalisti, attivisti e artisti. Documentare la situazione politica e sociale significa confrontarsi con un sistema che considera la circolazione di informazioni indipendenti una minaccia.

Tra i casi seguiti dall’International Coalition for Filmmakers at Risk figura quello di Shin Daewe, documentarista birmana detenuta dalle autorità militari. L’organizzazione segnala anche la detenzione di altri professionisti del cinema, tra cui Ma Aeint, Chen Pinlin e Ikram Nurmehmet, coinvolti in vicende giudiziarie in contesti politici differenti.

Questi casi non sono identici ma hanno, però, un elemento in comune: la vulnerabilità di chi utilizza immagini e testimonianze per documentare realtà che le autorità vorrebbero controllare.

La censura non finisce con un divieto: il rischio dell’autocensura

Arresti e condanne rappresentano soltanto la parte più visibile della repressione contro i cineasti. Esiste anche una forma di controllo meno immediata, ma altrettanto incisiva: l’autocensura.

Quando un regista sa che un determinato argomento potrebbe comportare la perdita dei finanziamenti, la revoca di un’autorizzazione, un interrogatorio o conseguenze per i propri collaboratori, può decidere di modificare la sceneggiatura, rinunciare a una scena oppure abbandonare completamente il progetto.

Il risultato non è necessariamente un film ufficialmente vietato. Può essere un’opera che non viene mai realizzata, una storia privata dei suoi elementi più scomodi o una produzione che evita sistematicamente di affrontare questioni politiche e sociali.

Il rapporto State of Artistic Freedom 2026 di Freemuse delinea un contesto internazionale nel quale la libertà artistica è sottoposta a pressioni crescenti. Guerre, autoritarismo, nazionalismo e fondamentalismo religioso contribuiscono a creare ambienti ostili alla libera espressione. Le strategie di controllo comprendono la censura diretta, la criminalizzazione dell’espressione artistica, la violenza e le pressioni economiche.

E la repressione non proviene soltanto dalle istituzioni statali. Anche gruppi estremisti, organizzazioni criminali e campagne di intimidazione possono ostacolare il lavoro degli artisti. Il risultato è un sistema di pressioni che rende difficile distinguere tra ciò che un autore sceglie liberamente di raccontare e ciò che evita per paura delle conseguenze.

Mettersi dalla parte dei registi perseguitati significa difendere il diritto alla conoscenza

Le storie che abbiamo raccontato dimostrano che la libertà cinematografica riguarda il diritto delle società di conoscere la propria storia.

Il cinema non è automaticamente sinonimo di verità: anche un documentario può presentare interpretazioni discutibili, selezionare le immagini e richiedere verifiche indipendenti. Proprio per questo, però, la risposta alle opere contestate dovrebbe essere il confronto con le prove, la critica e la possibilità di replica, non la persecuzione dei loro autori.

Resta una contraddizione difficile da ignorare: spesso, più un film riesce a far emergere una realtà scomoda, più chi lo ha realizzato rischia di pagarne le conseguenze. Premi, festival e riconoscimenti possono offrire visibilità, ma non garantiscono protezione. E l’attenzione internazionale, da sola, non basta sere a fermare un procedimento giudiziario o a impedire una condanna.

Quando un regista viene minacciato perché non racconti ciò che accade nel proprio Paese, il bersaglio non è soltanto una persona. È anche la possibilità per gli spettatori di vedere, ascoltare e discutere ciò che altrimenti rischierebbe di rimanere nascosto.

È indispensabile preservare uno spazio di libertà nel quale le immagini possano continuare a interrogare il potere, documentare le ingiustizie e dare forma alla memoria collettiva.