Alfonso e Jonás Cuarón

Alfonso Cuarón su Harry Potter: “Due degli anni più belli della mia vita”

Alfonso Cuarón ricorda Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, racconta il successo di I figli degli uomini e riflette sul cinema e sulla vita.

Alfonso Cuarón e Harry Potter, un incontro che ha segnato profondamente la carriera del regista messicano. A distanza di anni dalla realizzazione di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, il terzo capitolo della saga cinematografica, Cuarón è tornato a parlare di quell’esperienza, ricordandola come uno dei periodi più belli della sua vita.

Durante una masterclass al Busan International Film Festival, il regista ha ripercorso alcuni momenti del proprio percorso professionale, soffermandosi non soltanto sul mondo magico creato da J.K. Rowling, ma anche su I figli degli uomini e sulla necessità di accettare gli imprevisti che accompagnano il lavoro e la vita.

Harry Potter e la pietra filosofale (2001)Alfonso Cuarón

Alfonso Cuarón e Harry Potter: “Ho imparato moltissimo”

Nella filmografia di Alfonso Cuarón, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban occupa un posto particolare. È uno dei pochi progetti della sua carriera che il regista non ha sviluppato e scritto personalmente, ma anche uno dei capitoli più amati della saga. Uscito nel 2004, il film ha introdotto uno sguardo più cupo e personale nell’universo di Hogwarts, accompagnando i protagonisti verso una fase più adulta della loro storia.

Cuarón ha ammesso di essere stato inizialmente “un po’ riluttante” ad accettare il progetto. L’esperienza si è però rivelata fondamentale anche dal punto di vista tecnico e professionale.

“Ho imparato moltissimo”, ha raccontato. “Prima non sapevo assolutamente nulla di effetti visivi, ma dopo Harry Pottererano diventati una seconda natura per me. E poi c’è stato tutto il lavoro di collaborazione con persone ai massimi livelli: il miglior scenografo, il miglior direttore della fotografia, persone straordinarie che lavoravano insieme”.

Il regista ha ricordato soprattutto la possibilità di confrontarsi con professionisti di grande esperienza e di scoprire un metodo di lavoro diverso. Un percorso che non ha arricchito soltanto la sua conoscenza degli strumenti cinematografici, ma gli ha permesso di affrontare con nuove risorse i progetti successivi.

“Non posso che essere grato a Harry Potter“, ha dichiarato Cuarón, riassumendo il legame con un film che continua a essere una tappa significativa della sua carriera.

Da Harry Potter a I figli degli uomini: il progetto diventato possibile

La gratitudine del regista è legata anche a ciò che è successo dopo la conclusione del lavoro sul mondo magico. Prima di dirigere Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, Cuarón aveva già scritto I figli degli uomini, il film di fantascienza distopica uscito nel 2006. Per molto tempo, tuttavia, non era riuscito a trovare qualcuno disposto a produrlo.

“Prima avevo scritto I figli degli uomini, ma nessuno voleva realizzarlo”, ha spiegato. “Poi ho fatto Harry Potter e, dopo, sono riuscito a fare I figli degli uomini. Perciò non posso che essere grato a Harry Potter“.

Il successo della saga gli aveva dunque dato l’opportunità di tornare su una storia a cui teneva particolarmente. Ambientato in un futuro in cui l’umanità ha perso la capacità di riprodursi, I figli degli uomini si sarebbe rivelato uno dei lavori più apprezzati della sua filmografia, anche se la sua accoglienza iniziale fu tutt’altro che trionfale.

È proprio il percorso di quest’opera a tornare più volte nella conversazione di Busan: un film che non aveva trovato subito il suo pubblico, ma che con il passare degli anni è diventato un riferimento per molti appassionati di cinema.

Alfonso Cuarón: “La realtà comincia a dare forma” ai film

Nel dialogo con Yeon Sang-ho, il discorso si è spostato sul modo in cui Cuarón costruisce le proprie opere. I suoi film appaiono spesso meticolosamente progettati, eppure le immagini trasmettono una sensazione di vitalità, come se qualcosa di imprevedibile potesse accadere in ogni momento.

Il regista sudcoreano gli ha chiesto se il controllo e l’imprevisto siano davvero due forze opposte oppure se sia proprio una preparazione rigorosa a creare le condizioni perché possa emergere qualcosa di inatteso.

“Di solito mi preparo molto e tendo a pensare e immaginare nella mia testa come vorrei che fosse il film. Ma poi la realtà comincia a dargli forma”, ha risposto Cuarón.

Da qui la riflessione si è allargata al rapporto tra le aspettative e ciò che accade nella vita. “In molti modi, nelle nostre vite abbiamo idee e aspettative. Ma una cosa che ho imparato è che, se vogliamo aggrapparci alle nostre aspettative contro la realtà che ci viene presentata, creiamo infelicità e anche una disconnessione dal processo della vita”.

L’esperienza, ha spiegato il regista, gli ha insegnato a prepararsi senza pretendere di controllare ogni risultato. “Con l’età e l’esperienza ho imparato a prepararmi ed essere pronto alle cose, ma allo stesso tempo ad accettare ciò che la vita porta”.

È proprio questa disponibilità a cambiare prospettiva che può condurre verso risultati inattesi. “È allora che la vita ti porta in luoghi incredibili che non avresti mai immaginato”, ha aggiunto. “In questo senso, penso che il processo cinematografico sia molto legato al processo della vita”.

I piani sequenza e gli imprevisti: “La vita può darti qualcosa di meglio”

Il rapporto tra preparazione e casualità si riflette anche nelle scelte tecniche di Cuarón. Tra gli elementi più riconoscibili del suo cinema ci sono i piani sequenza, riprese lunghe e continue che permettono di seguire l’azione senza interromperla con una successione di tagli. In I figli degli uomini, alcune di queste sequenze sono diventate tra le più celebri del cinema contemporaneo.

Per il regista, la precisione tecnica non serve a eliminare ogni imprevisto, ma a creare le condizioni perché qualcosa di inatteso possa accadere.

“Ti prepari e controlli tutto affinché possa succedere qualcosa di imprevedibile e prendere vita”, ha spiegato. Il motivo per cui ama le riprese lunghe è legato proprio ai limiti del controllo: “C’è solo una certa quantità di cose che puoi controllare”.

Tra queste, il tempo resta l’elemento più difficile da governare. “C’è una cosa che non puoi mai controllare all’interno di quelle riprese, ed è il tempo. Il tempo scorre in modo completamente diverso da una ripresa all’altra. Cambiano le posizioni, il rapporto tra gli attori e la macchina da presa, e il modo in cui cambia la luce”.

È anche per questo che Cuarón preferisce utilizzare la luce naturale il più possibile, lasciando che le variazioni atmosferiche contribuiscano alla scena. “Mi piace girare con la luce naturale proprio per gli incidenti della luce, gli incidenti del tempo atmosferico”.

Il regista ha sintetizzato il suo approccio con un’ultima osservazione: “Hai ben chiaro che cosa stai cercando, e poi la vita semplicemente non te lo dà: ti dà qualcosa di ancora migliore, qualcosa a cui non avresti potuto pensare”.

Alfonso Cuarón sul successo: “Solo il tempo potrà dirlo”

La masterclass ha offerto anche l’occasione per parlare del modo in cui un regista dovrebbe valutare il proprio lavoro. Per Cuarón, la riuscita di un film non può essere misurata esclusivamente attraverso gli incassi, le recensioni o i premi.

“Ogni volta che finisco un film, cerco di analizzare ciò che ho imparato durante quel lavoro, perché credo davvero che l’unico motivo per fare un film sia ciò che impari in vista del successivo”, ha spiegato. “Il successo non ha nulla a che fare con i risultati al botteghino, con i critici o con i premi. Riguarda ciò che hai imparato e il modo in cui cresci come regista”.

A dimostrarlo è proprio I figli degli uomini, l’opera dalla quale afferma di aver imparato di più, nonostante i risultati iniziali deludenti.

“Devo dire che il film dal quale ho imparato di più è probabilmente quello che ha avuto meno successo sotto ogni aspetto”, ha raccontato. “Quando I figli degli uomini è uscito, ha ricevuto recensioni piuttosto mediocri. È stato un flop al botteghino. Eppure oggi è probabilmente il film di cui le persone parlano di più”.

Da qui la sua conclusione: “Per quanto riguarda il successo, solo il tempo potrà dirlo”.

Le parole di Cuarón invitano a distinguere il valore di un’opera dalla sua accoglienza immediata. Un film può essere sottovalutato al momento dell’uscita e trovare in seguito una nuova attenzione, mentre il suo significato continua a cambiare insieme al pubblico che lo guarda.

Alfonso Cuarón: “La vita è semplicemente incredibile”

Verso la fine dell’incontro, Yeon Sang-ho ha raccontato di aver iniziato a fare cinema da giovane nel tentativo di comprendere il mondo, per poi rendersi conto, attraverso il lavoro, di quanto poco sapesse davvero della vita. Ha quindi chiesto a Cuarón se, dopo tanti anni dietro la macchina da presa, la sua visione del mondo fosse diventata più chiara oppure più ambigua.

“Più ambigua, grazie a Dio”, ha risposto il regista.

Alfonso Cuarón ha poi spiegato come sia cambiato il suo rapporto con il cinema nel corso degli anni. “Quando ero più giovane, il cinema era tutto e la vita era soltanto una parte del cinema. Credo che oggi abbracci di più la vita”.

E ha concluso: “La vita è semplicemente incredibile. Il cinema, per me, rimane una parte molto importante, ma è soltanto una parte. Non rappresenta più la totalità della vita”.

È una riflessione che restituisce un significato più ampio anche al ricordo di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban. Quel lavoro, inizialmente accolto con qualche esitazione, gli ha regalato due anni indimenticabili e gli ha aperto la strada a un progetto che desiderava realizzare da tempo. Ma, soprattutto, gli ha ricordato che non tutto può essere previsto e che accettare ciò che accade può condurre verso possibilità che non si sarebbero mai immaginate.