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Thierry Frémaux sul cinema contemporaneo

Cannes 2026, Thierry Frémaux: “La politica è sullo schermo, nei film”

In attesa di Cannes 2026, il delegato generale Thierry Frémaux parla del cinema odierno e anticipa qualcosa sulla prossima edizione in un’intervista a Variety.

Chi meglio del delegato generale del Festival di Cannes Thierry Frémaux per fare un punto sullo stato dell’arte del cinema contemporaneo in vista di Cannes 2026? Il critico cinematografico francese, che è anche direttore dell’Istituto Lumière di Lione ha le idee chiarissime sull’argomento.

Abbiamo selezionato per voi gli estratti più interessanti dalla lunga intervista rilasciata a Variety.

Cannes 2026, l’intervista di Variety a Thierry Frémaux

Il dubbio come motore creativo

“Avere dubbi è salutare. Sognare, essere audaci ed essere ambiziosi fa parte del nostro lavoro, proprio come dubitare“. Thierry Frémaux rivendica l’incertezza come parte integrante del processo creativo e curatoriale. Ogni edizione del Festival di Cannes nasce da una tensione tra possibilità e realtà, con la consapevolezza che “un film inatteso o una proiezione a sorpresa possono cambiare tutto in qualsiasi momento”.

Un cinema ancora vitale

Nonostante le difficoltà del settore, Frémaux difende con forza lo stato di salute del cinema: “Trovo che il cinema sia in uno stato di creatività e rinnovamento costante“. L’entusiasmo nasce dall’osservazione diretta: “Da gennaio stiamo vedendo film che ci rendono felici; si percepisce che artisti e professionisti sono pienamente coinvolti”.
La missione di Cannes resta chiara: “Definire che cos’è il cinema. O meglio […] definire che cosa sarà”.

Le fragilità dell’industria

Accanto all’ottimismo, emerge però una diagnosi lucida: “Il cinema sta attraversando un periodo di grande fragilità“. Tra le cause, Frémaux cita la crisi delle sale, i cambiamenti del pubblico, la concorrenza degli schermi digitali, le fusioni degli studios, la pirateria e “l’intelligenza artificiale, che può essere un’altra forma di pirateria”.

Hollywood e Cannes: un rapporto ancora solido

Alle previsioni di un disimpegno americano, Frémaux risponde senza esitazioni: “Quando gli studios di Hollywood ritengono che una presenza a Cannes sia vantaggiosa per loro, vengono”.
Ridimensiona però la produzione: “Gli studios producono meno blockbuster e meno film d’autore rispetto al passato“, ma invita a guardare al lungo periodo: “La storia del cinema è fatta di cicli […] nuove generazioni arriveranno presto”.

Cannes non è dipendente da nessuno

Non dipendiamo da nulla se non dai film stessi, e il mondo del cinema è vasto“. Frémaux respinge l’idea che il festival viva all’ombra degli studios americani, sottolineando come il dialogo resti “fruttuoso” e come il cinema internazionale stia guadagnando sempre più spazio, anche sul mercato statunitense e agli Oscar.

Il valore di Cannes nel percorso dei film

Secondo Frémaux, la presenza al festival può amplificare l’impatto delle opere: “La loro presenza a Cannes avrebbe permesso loro di raggiungere un pubblico ancora più ampio”.
Oggi più che mai, aggiunge, “un passaggio a Cannes è sempre più efficace, sia commercialmente […] sia simbolicamente agli Oscar“.

Meno spettacolo, più cinema

Sul tema dei costi e della presenza delle star, il delegato generale invita alla sobrietà: “Si può anche viaggiare leggeri. Un regista e due attori bastano per presentare un film“.
E minimizza il timore delle stroncature: “Il ruolo del festival è proprio quello di presentare film che invitano alla discussione. Inoltre, abbiamo buon gusto!”.

La centralità della sala

Frémaux difende con decisione l’esperienza cinematografica tradizionale: “Tutti lottano per la sala, comprese le piattaforme, perché sanno che l’uscita in sala è insostituibile“.
E aggiunge: “La creazione della leggenda attraverso il cinema è unica”. Finché esisteranno registi che vogliono girare per il grande schermo, “il cinema resterà vivo”.

Streaming e cinema: nessuna contrapposizione

Più che uno scontro, Frémaux vede una continuità: “Non si devono più separare questi due mondi, che sono permeabili”.
Il cinema resta «ovunque», e anche chi nasce sulle piattaforme “sogna di fare lungometraggi”.

Arte, politica e responsabilità

Arte e politica sono strettamente intrecciate“, ma senza obblighi: alcuni film sono politici, altri no, in ogni caso “tutti meritano rispetto”.
Critica però la pressione mediatica sugli artisti: “Chiediamo loro un’opinione su ogni argomento e, quando si esprimono, vengono criticati”.
E denuncia una deriva contemporanea: “Sono scioccato dal modo in cui la situazione tragica […] viene sfruttata, come se cineasti o festival avessero il potere di risolverla”.

Il ruolo del Festival di Cannes nel mondo

Frémaux ribadisce la funzione culturale e simbolica del festival di Cannes: “La nostra missione è proiettare film, permettere agli artisti di esprimersi”.
E insiste su un principio chiave: “A Cannes, la politica è sullo schermo, nei film“.

Registe e nuove generazioni

Il cambiamento è in atto: “La situazione sta diventando sempre più favorevole alle registe”.
Ma il vero traguardo sarà un altro: “Il processo sarà davvero completo quando smetterete di farmi questa domanda ogni anno!“.

Intelligenza artificiale, tra cautela e realismo

Frémaux invita a non demonizzare l’intelligenza artificiale: “Diventerà normalizzata e integrata come altre tecnologie“.
Ma riconosce e condivide le preoccupazioni dei lavoratori dello spettacolo: “Sono solidale con sceneggiatori e attori […] per il suo uso improprio”.

Tradizione e regole del Festival di Cannes

Cannes mantiene una linea chiara: “I film in concorso devono uscire nelle sale francesi“.
Una scelta che difende l’identità del festival, capace però di evolversi: “Avere dei principi […] significa restare fedeli alla tradizione”.

Cannes: un lavoro immenso, guidato dalla passione

Dietro la selezione c’è un lavoro monumentale: “Ci avvicineremo ai 3.000 lungometraggi […] li guarderemo tutti!”.
E mentre centinaia di titoli attendono ancora di essere visionati, Frémaux chiude l’intervista con semplicità: “Torno a lavorare!”.