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Ed Harris ed Amy Madigan, una coppia da Oscar
Ed Harris racconta la nomination all’Oscar della moglie Amy Madigan per Weapons, tra vita domestica, cinema indipendente e l’eredità del Sundance.
È una settimana speciale per Ed Harris e Amy Madigan, una delle coppie più solide e riservate del cinema americano. L’attore è arrivato a Park City, nello Utah, per essere omaggiato durante Celebrating Sundance Institute: A Tribute to Founder Robert Redford, la raccolta fondi dedicata al fondatore del Sundance Institute.
Al Grand Hyatt Deer Valley, Harris ha ricevuto, insieme al regista e mentore Gyula Gazdag, il primo Robert Redford Luminary Award, un riconoscimento che celebra decenni di lavoro dietro le quinte nei laboratori di sceneggiatura e regia del Sundance, autentica fucina del cinema indipendente statunitense.
La nomination agli Oscar di Amy Madigan e il successo di Weapons
Sul red carpet, parlando con The Hollywood Reporter, Ed Harris ha però spostato l’attenzione su un traguardo ancora più personale: la nomination agli Oscar 2026 di Amy Madigan come miglior attrice non protagonista per Weapons, film horror diretto da Zach Cregger e prodotto da Warner Bros.
“Mia moglie è appena stata nominata all’Oscar. Quindi, per quanto riguarda i premi in questo momento, direi che sono una cosa piuttosto bella”.
Un riconoscimento tutt’altro che scontato. L’horror è storicamente un genere poco considerato dall’Academy, e proprio per questo la candidatura di Madigan ha suscitato entusiasmo tra i fan del film e del cinema di genere. Il personaggio di Zia Gladys, da lei interpretato, è rapidamente diventato un piccolo fenomeno culturale.
Ed Harris sul set, ma sempre presente
Quando le nomination sono state annunciate, Harris si trovava in Texas, impegnato nelle riprese di Rio Paloma, spin-off di Yellowstone creato da Taylor Sheridan. Nonostante la distanza, la sua attenzione è rimasta tutta per la moglie.
“Non volevo chiamarla perché sapevo che si era alzata verso le 5:30 del mattino e poi probabilmente aveva cercato di tornare a dormire. Non ho parlato con lei fino alle 10 o alle 10:30”.
La stagione dei premi è un impegno totalizzante, soprattutto per un’attrice. Questa la testimonianza di Ed Harris: “È impazzita, perché tutta la stagione dei premi è così folle, soprattutto per una donna, da cosa indossi al trucco, bla bla bla. Ma si sta buttando a capofitto in tutto questo. La sta gestendo piuttosto bene, devo dire”.
Ed Harris, l’esperienza degli Oscar e il supporto quotidiano
Quattro volte candidato all’Oscar (Apollo 13, The Truman Show, Pollock, The Hours), Harris conosce bene le dinamiche e le pressioni di questa stagione carica di premi.
“È passato un po’ di tempo, ma so più o meno cosa sta attraversando e sto solo cercando di esserle di supporto”. In modo molto concreto: “Cucinando molto. Così lei non deve farlo”.
Quella per Weapons è la seconda nomination agli Academy Awards per Amy Madigan, a quasi quarant’anni dalla prima, ottenuta nel 1985 con Due volte nella vita.
Zia Gladys, da personaggio a icona pop
Harris racconta di essere rimasto colpito fin dalla prima apparizione del personaggio. Queste le sue parole: “Dal momento in cui è entrata nell’ufficio del preside mi sono chiesto: chi è questa?”
Da lì, meme, cosplay, costumi di Halloween e tributi dei fan dell’horror e del cinema.
“È una creatura così iconica, quella che ha creato. Penso che sia davvero fantastico”.
Il legame di Ed Harris con Robert Redford e il Sundance Institute
Tornando al premio ricevuto, Harris ha parlato con emozione di Robert Redford, figura centrale nella sua formazione artistica.
Queste le parole dedicate al fondatore del Sundance Institute: “È sempre stato molto generoso e io l’ho davvero amato. La sua integrità e la sua onestà. Gli importava davvero, sinceramente, di quello che faceva. Voglio dire, era la sua generosità. È stato qualcosa di molto, molto speciale.”
Durante il discorso di ringraziamento, l’attore si è commosso ricordando l’esperienza dei laboratori del Sundance Institute e il privilegio di assistere alla nascita di nuove voci del cinema indipendente.
“È difficile descriverlo a chiunque non ne abbia fatto parte. Davvero non puoi descriverlo, perché è una positività unificata. Sembra quasi una setta o qualcosa del genere, ma non lo è. È solo una questione di lavoro. E di aiutare questi giovani cineasti a realizzare le loro sceneggiature e a comprendere più a fondo il loro materiale. Tutti lavorano per lo stesso scopo. Si tratta di libertà artistica, di amore, di dare”.
