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Nightborn: Rupert Grint nel macabro folk horror di Hanna Bergholm
Nightborn sconvolge la Berlinale: Hanna Bergholm dirige un Rupert Grint inedito in un folk horror viscerale che indaga i traumi della paternità.
Il Festival di Berlino 2026 regala il suo primo, vero incubo a occhi aperti. Con Nightborn, la regista finlandese Hanna Bergholm (già acclamata per il disturbante Hatching) conferma il suo talento per il grottesco, calandoci in un folk horror che mescola antiche leggende pagane e drammi familiari. A caricarsi il peso emotivo della pellicola sulle spalle è un sorprendente Rupert Grint, che si allontana sempre di più dai rassicuranti ricordi magici per addentrarsi in boschi scandinavi intrisi di sangue e segreti inconfessabili.
La trama segue le vicende di un padre in lutto (Grint) che, nel disperato tentativo di salvare la sua famiglia da una misteriosa e logorante malattia, compie un antico rituale evocando forze che non può controllare. La performance dell’attore britannico è straordinaria: vulnerabile, paranoica e fisicamente provata. La Bergholm usa il suo volto terrorizzato come specchio per riflettere le paure universali legate alla genitorialità e alla perdita, un filone tematico in cui Grint sembra ormai aver trovato la sua perfetta dimensione (come già visto in Servant e Bussano alla porta).
L’orrore artigianale della Bergholm
Se la prima metà del film gioca brillantemente sulla tensione psicologica e sui non detti, la seconda esplode in un creature feature spietato. La Bergholm si affida ancora una volta a effetti pratici, animatronica e protesi disturbanti, regalando allo spettatore visioni macabre che affondano a piene mani nel folklore nordico. Il contrasto tra la fotografia livida delle foreste desolate e le deformazioni grottescamente organiche delle “creature della notte” crea un’estetica visiva opprimente.
Un incubo che divide Berlino
Come ogni pellicola di genere presentata a un grande festival europeo, Nightborn ha letteralmente spaccato la critica: c’è chi lo considera un capolavoro di orrore viscerale e chi lo reputa eccessivamente punitivo nel suo terzo atto. Tuttavia, il coraggio della messa in scena è innegabile e consacra la Bergholm come una delle voci più audaci dell’horror contemporaneo.
