Il candidato, morto lo sceneggiatore Jeremy Larner

Ricordate Il candidato? Un altro membro del cast non c’è più

Negli anni Settanta, il film Il candidato raccontava con estrema lucidità la politica statunitense. Oggi è scomparso chi quel film lo ha scritto.

È morto a 88 anni Jeremy Larner, sceneggiatore premio Oscar per Il candidato (1972), uno dei film politici più rappresentativi del cinema americano degli anni Settanta.

Nato il 20 marzo 1937 a Olean, nello stato di New York, Larner si laureò alla Brandeis University nel 1958 e iniziò la sua carriera come giornalista, collaborando con riviste prestigiose come Harper’s, The Paris Review e Life. Negli anni Sessanta pubblicò anche diversi libri: il suo romanzo d’esordio oggi pressoché introvabile, Drive, He Said (1964), nel 1971 venne adattato per il cinema (con il titolo di Yellow 31, ndr) da Jack Nicholson, che ne firmò regia e sceneggiatura.

Larner aveva inoltre vissuto in prima persona la politica americana, lavorando come speechwriter per il senatore Eugene McCarthy durante la campagna presidenziale del 1968. Da quell’esperienza nacquero sia il libro Nobody Knows sia l’ispirazione per la sceneggiatura di The Candidate, diretto da Michael Ritchie e interpretato da Robert Redford nel ruolo dell’avvocato progressista Bill McKay, lanciato quasi per caso nella corsa al Senato.

Il film, oggi considerato un classico del cinema politico statunitense, valse a Larner l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale.

Di cosa parla Il candidato?

Il candidato (The Candidate, 1972) è uno dei ritratti più acuti e ironici della politica americana moderna.

Al centro della storia c’è Bill McKay, giovane avvocato progressista impegnato nella difesa dei diritti civili. Un consulente elettorale gli propone di candidarsi al Senato della California contro un avversario apparentemente imbattibile. Proprio perché la sconfitta sembra scontata, a McKay viene fatta una promessa allettante: potrà dire tutto ciò che pensa, senza compromessi.
La campagna elettorale parte così all’insegna dell’autenticità: McKay parla apertamente di ambiente, giustizia sociale e diritti civili.

Ma quando i sondaggi iniziano sorprendentemente a premiarlo, il meccanismo della politica professionale entra in azione: consulenti, strategia mediatica e televisione cominciano a rimodellare il candidato, smussandone i toni e trasformando le idee in slogan.

Con tono caustico, il film racconta come la politica possa trasformarsi in un gioco di immagine e marketing, dove l’apparenza rischia di contare più delle convinzioni. E, a distanza di oltre cinquant’anni, resta un film sorprendentemente attuale: un racconto lucido su come nascono, e come mutano pelle, i politici nell’era della comunicazione.