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M - Il mostro di Düsseldorf - Almanacco Cinema

M – Il mostro di Düsseldorf (1931) la recensione: fantastico

Dopo M – Il figlio del secolo arriva la recensione di M – Il mostro di Düsseldorf, di Fritz Lang. Un capolavoro che non deve far spaventare per la sua età.

 

 

Oggi si parla di una pellicola entrata nella storia, il primo film sonoro di Fritz Lang, M – Il mostro di Düsseldorf (1931). Il problema è che probabilmente, come moltissimi altri, oggi e in futuro questo film potrebbe essere recuperato solo dai cinefili.

Un grande peccato per un’opera che non è assolutamente astrusa o estremamente complessa e che, anzi, con la sua “semplicità” rasenta la perfezione. Un’opera che potrebbe essere apprezzata, quindi,  proprio dai giovani.

 

Qui si potrebbe fare un discorso sul non avere “paura” dei film datati. Siccome sono sbrigativo, però, mi limito a dire che una vera opera d’arte, una grande opera d’arte, è grande proprio per la sua capacità di risultare sempre attuale.

M – Il mostro di Düsseldorf potrà anche avere quasi 100 anni ma, con il modo in cui riesce a tenere alta la tensione, i dialoghi, la recitazione, il montaggio, i temi, rivendica a pieno questa capacità. E in questa recensione vedremo perché.

 

 

Il “Vampiro di Düsseldorf”

 

Per M – Il mostro di Düsseldorf Lang si ispirò al caso Peter Kürten, il noto “Vampiro di Düsseldorf“.

 

Il primo omicidio di Kürten fu all’età di 9 anni, nel 1892, quando finse di affogare mentre era su una zattera con un amico, finendo per affogarlo.

 

 

Con un’infanzia di violenze, Kürten iniziò a fare amicizia con un un accalappiacani, vicino di casa, il quale gli insegnò come masturbarsi e come torturare gli animali.

Peter diventò amico di quell’uomo, iniziando ad avere rapporti sessuali con gli animali. Man mano, trovò cosa ancora più eccitante pugnalarli durante il rapporto sessuale.

 

M - Il mostro di Düsseldorf - Almanacco Cinema

 

Successivamente le sue vittime diventarono delle povere bambine.

Il suo primo omicidio in età adulta fu di una bambina di 10 anni, il 25 maggio 1913. Mentre la bambina dormiva, Kürten entrò nella sua stanza, la soffocò, le sbatté la testa contro lo spigolo del letto e violentò il corpo.

Poi le tagliò la gola e bevve il suo sangue.

Tra il 1929 e il 1930 gli omicidi finirono per diventare ben 30.

 

 

Fu lui stesso ad organizzare la propria cattura quando vide che le autorità stavano per risalire al suo nome, in modo che la moglie avrebbe potuto avere dei soldi per vivere anche senza il suo stipendio.

Arrestato il 24 maggio 1930, Peter Kürten venne processato, condannato a morte e giustiziato tramite decapitazione il 2 luglio dell’anno successivo.

 

Le ultime parole le rivolse allo psichiatra e furono: “Mi potrebbe dire se una volta che la mia testa è stata tagliata sarò ancora in grado di sentire il suono del mio sangue uscire dal ceppo del collo? Questo sarebbe il piacere di tutti i piaceri

 

 

 

Informazioni su M – Il mostro di Düsseldorf

 

Fritz Lang ha attraversato la storia del cinema: partendo dai tempi del muto, contribuì in maniera determinante alla grande fioritura dell’Espressionismo cinematografico, fino a diventare uno dei grandi registi europei emigrati a Hollywood. M – Il mostro di Düsseldorf, infatti, uscì due anni prima dell’ascesa al potere dei nazisti in Germania, cosa che spinse sia Lang che il protagonista Peter Lorre a lasciare il paese.

 

M – Il mostro di Düsseldorf è il suo primo film sonoro. Nel film compaiono due dei temi a Lang più cari, come quello del delitto e della figura del grande criminale, da cui appare affascinato.

 

M - Il mostro di Düsseldorf - Almanacco Cinema

 

La lavorazione durò sei settimane, da gennaio a marzo 1931. Le scene di massa furono girate in un hangar per dirigibili all’epoca inutilizzato, presso l’aeroporto di Berlino-Staaken. Inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi Mörder unter uns (“L’assassino tra di noi”), ma questo titolo richiamava il nazismo, quindi venne cambiato.

 

Il film in Italia non ricevette il visto della censura, né negli anni ’30 né nel secondo Dopoguerra. Nel 1933 fu indicato tra i migliori film stranieri dell’anno dal National Board of Review of Motion Pictures.

 

Nel 1951 Joseph Losey ne girò un rifacimento, intitolato M. Un film che segue con abbastanza scrupolosità la struttura del film originale, senza però mai citarlo nei titoli.

 

Il film si può trovare all’interno dell’abbonamento di Amazon Prime Video, in una versione non doppiata ma con la possibilità di attivare i sottotitoli italiani, per una durata di 1 ora e 49 minuti. Il 15 maggio 2022, la SDAC (Scuola D’Arte Cinematografica di Genova) ha rilasciato su YouTube un video con alcune scene del film restaurate e colorizzate.

 

 

Trama e cast

 

Un ignoto assassino violenta e uccide numerose bambine senza lasciare alcuna traccia. Nella città viene allora organizzata una fitta rete di ricerche a cui partecipano anche mendicanti e criminali. Quando l’uomo, ben presto definito ‘il mostro di Düsseldorf’, viene individuato, un venditore di palloncini riesce con un gesso a segnargli sulle spalle una grande M.

 

Il ruolo del “mostro” è affidato ad un grandissimo Peter Lorre.

Gli altri membri del cast: Inge Landgut (Elsie Beckmann), Gustaf Gründgens (Schranker), Otto Wernicke (ispettore Karl Lohmann), Lauro Gazzolo (Cieco).

 

 

 

La recensione spoiler di M – Il mostro di Düsseldorf

 

Un capolavoro. Un film che riesce a tenere tese e suonare le corde dell’inquietudine e della tensione come pochi, e questo grazie soprattutto alla regia.

 

Il cuore del film è la prima sequenza, il rapimento e la scomparsa di Elsie Beckmann. Un capolavoro di sequenza che difficilmente potrà essere eguagliata andando avanti nello stesso film. Una sequenza che potrà sembrare semplice, soprattutto se guardata oggi, ma che nella sua “buona semplicità” è a dir poco strepitosa e sapientemente costruita.

Già dalla primissima scena l’inquietudine sale (già riscaldata dalla canzoncina strimpellata dai bambini che giocano) perché sembra che stiamo guardando da un certo tipo di postazione, come quella di qualcuno che è nascosto. Il modo in cui la macchina da presa si muove negli spazi ti premette di entrare con entrambi i piedi nel mondo dell’opera.

 

La prima entrata in scena dell’assassino è stupenda e la riporto qui in basso, con la sua ombra che appare accanto alla bambina proprio sulla parola “assassino”.

 

 

M - Il mostro di Düsseldorf - Almanacco Cinema

 

Viene usato diverse volte il montaggio parallelo, che cuce due scene differenti. Una soluzione finissima e coinvolgente, che arricchisce anche e soprattutto il ritmo. Nella scena del rapimento di Elsie Beckmann la troviamo per la prima volta, con l’alternanza tra la scena dell’incontro della bambina con l’assassino e quella della madre che intanto prepara il pranzo e il posto a tavola per lei. Oltre a farti crescere un’ansia assurda, è anche una scena davvero molto tenera e commovente.

Subito dopo arriveranno dei momenti in cui la madre chiamerà la figlia e intanto scorreranno immagini di luoghi vuoti, come le rampe di scale del palazzo, la soffitta o il posto vuoto della bambina a tavola. Anche in questo caso, oltre alla valenza metaforica della soluzione, il potenziale perturbante della scena cresce a dismisura.

La chiusura perfetta di questa sequenza arriva con la palla della bambina che rotola via da un anfratto e il palloncino che l’assassino le aveva regalato che vola via ad impigliarsi su dei cavi del telefono. L’ansia, la desolazione e la commozione sono ai massimi storici e sono passati solo 7 minuti.

Quest’ultime due scene che ho descritto, più quella iniziale con l’entrata in scena dell’assassino, seguono il meccanismo della cosiddetta litote. In parole povere il cuore, il fulcro dell’azione la si ha in ciò che manca da essa. L’invisibile può costituire l’essenziale ed è un modo di narrare a parer mio stupendo, ma va saputo fare.

Negli horror contemporanei tendo a non apprezzarlo, quando viene usato soprattutto per mascherare certe azioni che non si ha il coraggio di mostrare. Per fortuna qui viene fatto con una finezza magistrale. Se vogliamo rintracciare qualcosa di simile in tempi più vicini ai nostri mi viene in mente la scena in cui la strega pesta qualcosa (e non dico altro) in The VVitch (2015), o magari anche la prima uccisione in Lo squalo (1975).

 

 

Spesso mi dà fastidio quando in un film si dice una cosa che però non ha lo stesso tipo di riscontro in ciò che si vede o percepisce. Parlo, ad esempio, di un personaggio che racconta che la società sia arrivata allo sbando o abbia timore, ma poi magari l’unico modo con cui si da riprova di ciò è mostrare in una sola scena due barboni e della sporcizia a terra, o anche solo i titoli di alcuni giornali, senza che allo spettatore arrivi mai veramente l’impressione e la portata della situazione che viene descritta.

In M – Il mostro di Düsseldorf (le ho contate) con solo 4 mosse, 3 scene ed un segmento di dialogo si costruisce perfettamente il clima di isteria e diffidenza reciproca nella città, che viene descritta dai giornali e dai personaggi.

 

 

Una cosa che per me è fondamentale affinché un film sia bello è il ritmo. Per me il ritmo è tutto, soprattutto perché non è che ci sia un comparto di lavoro predisposto ad esso, perciò la responsabilità di questo fattore ricade in larga parte sulla sceneggiatura, ma, come vedremo, anche sulla regia.

La soluzione, che in questo film viene applicata più è più volte, di mostrare sequenze di ciò che un personaggio nel frattempo sta raccontando è una soluzione di cui il ritmo e l’immersione dello spettatore beneficiano in modo incredibile. Pensate se tutte quelle scene fossero state semplicemente esposte da due personaggi a parlare tra di loro, sarebbe stato molto più noioso, anche se ci fosse stata un’ottima sceneggiatura dietro come lo è quella di questo film. (Anche) Per questo, dal mio punto di vista, è un film così moderno.

Ci sono tantissime scene che seguono questa modalità. La mia preferita, però, e che quindi vado a segnalare, è quella della mappa: mentre si stanno raccontando i progressi fatti nelle indagini, sulla mappa poggiata sul tavolo il raggio di ricerca si allarga dalla casa dove sono stati trovati gli indizi ed ecco che sulla mappa, mentre si racconta degli indizi trovati, appare la casa vera e propria.

 

 

Un altro caso di montaggio parallelo la si ha con le due riunioni, rispettivamente quella della polizia e della politica e quella dei criminali. Ottima la scelta di far cominciare questa alternanza dal raccordo sul gesto fatto dalla mano del criminale e completata dall’uomo a capo dell’altra riunione.

 

Molto bella anche la sequenza in cui si vedono i mendicanti tenere d’occhio i bambini, a tutti gli effetti sentinelle per coprire il vasto campo dell’intera città dei criminali messisi anche loro sulle tracce dell’assassino.

 

Poi si arriva ad un momento in cui l’assassino fa una cosa normale come ordinare un cognac seduto al tavolino di un bar. Ma anche qui l’immagine suggerisce una qualche sorta di malattia anche in quella azione. Come? Filtrando l’immagine attraverso i rampicanti del paravento del bar. Fantastico.

 

La sceneggiatura. Non c’è una vera e propria scrittura dei personaggi, che non siano l’assassino e qualche accenno del capo dei criminali; ma, a conti fatti, forse sono gli unici necessari e rende ciò che si vede molto più realistico. Per di più i dialoghi non sforano mai oltre il tempo che gli serve e sono sempre efficaci, contribuendo ancora di più ad un ritmo costruito davvero ad hoc.

 

C’è un altro momento, verso il finale, in cui al commissario cade il sigaro di bocca quando sente dire al suo interrogato: “l’assassino delle bambine”. L’ho apprezzato nella sua semplicità, sono quei dettagli, quelle piccole percentuali di ingredienti che rendono il dolce squisito. C’è anche uno scavalcamento di campo, a mia modesta opinione, subito dopo, quando il commissario torna dal bagno, ma è l’unico e glielo si fa assolutamente passare.

 

 

Cast. Peter Lorre è mostruoso, nel senso migliore della parola. Ha un espressività e degli occhi quasi da cinema espressionista muto, con la sua massima espressione che arriva nei minuti finali. La scena in cui l’altra bambina gli fa notare la M sulla sua schiena e lui se ne accorge allo specchio è iconica e fantastica. La faccia che fa quando dice: “… solo quando uccido” con le pupille rivolte all’insù, è raggelante.

Segnalo anche la performance di Gustaf Gründgens, il capo dei criminali. Una prova davvero ottima a parer mio, pregiata dalla naturalezza, che mi stava per far dimenticare che stessi guardando un film di quasi un secolo fa. 

 

 

Il monologo finale dell’assassino di fronte alla corte marziale istituita dai criminali ribalta (per quanto sia impossibile il giudizio) quanto meno lo sguardo verso accusato e accusatori. E anche solo il fatto che ti insinui una minima percentuale di dubbio lo rende di fatto potentissimo. Il dibattito che ne viene fuori ha effettivamente senso da entrambi i lati, ti divide, ed è per questo avvincente. Sono ragionamenti che spesso sentiamo tutt’ora, e qui torniamo all’attualità delle grandi opere d’arte. Il film sta tutto qui, in questo concetto di giustizia e nel voler mostrare uno dei volti più umili della Germania di quel periodo.

Il film finisce in maniera, secondo me, solo apparentemente aperta, semplicemente perché il fulcro del racconto non credo volesse essere il giudizio finale in sé. Sì, l’assassino viene affidato alle autorità e non viene mostrata una scena con una sentenza finale, ma già il fatto che alla fine una delle madri dica, “Questo non riporterà in vita i nostri bambini”, può lasciare intendere come siano andate le cose.

La frase finale, al posto di essere la sentenza, è: “Dobbiamo vigilare meglio sui nostri figli”. Che dire.

 

 

 

Recensione a cinque stelle su Almanacco Cinema