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È stata la mano di Dio, la recensione su Almanacco Cinema

È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, la recensione

È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino e l’autobiografia, tra bellezza e tragedia, che racconta Napoli, le gioie e le grandi perdite della vita.  

Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, candidato agli Oscar, vincitore di David di Donatello e Nastri d’Argento, È stata la mano di Dio (2021) di Paolo Sorrentino è una delle opere più intime e toccanti del regista napoletano. Una narrazione autobiografica, fragile e potente, che contiene quel vissuto in ogni inquadratura. Sorrentino abbandona in parte l’estetica barocca legata ai suoi lavori precedenti per lasciar parlare la memoria e l’amore per la sua Napoli, luogo di desideri e al tempo stesso di dolore.

È stata la mano di Dio, la trama

Fabietto Schisa (Filippo Scotti) – alter ego del regista –  è un adolescente della Napoli degli anni ’80. La numerosa famiglia è il suo tesoro più grande, così come il sogno epico di tanti giovani: l’arrivo di Diego Armando Maradona a Napoli. Fabietto vive la sua quotidianità tra immaginazione, scoperta della sessualità e leggerezza. Poi, all’improvviso, una frattura inaspettata costringerà il ragazzo ad affrontare il dolore e la perdita. Nasce la necessità di agire, di ridefinirsi e scoprirsi, trovando nel cinema una forma di sopravvivenza.

La poetica degli opposti

Il regista costruisce un racconto in cui la felicità e la disgrazia non sono mai opposti inconciliabili, ma dimensioni che coesistono nell’esperienza umana, come se fossero indispensabili l’una per l’altra. La verità di È stata la mano di Dio è insita proprio qui: la gioia può essere affiancata dal trauma più radicale, la fortuna futura ha bisogno di un sacrificio doloroso per realizzarsi. Sorrentino si serve dell’autobiografia per parlare di qualcosa di più grande, di universale: la vita si compone di eventi casuali, tragedie imprevedibili e impensabili, che sono però la mole per qualcos’altro.

È stata la mano di Dio, la recensione su Almanacco Cinema

Un personaggio silenzioso, Napoli

Sebbene Parthenope sia la dedica dichiarata a Napoli, È stata la mano di Dio è senza dubbio quella più silenziosa. Sorrentino lascia che la città parli da sé attraverso inquadrature e atmosfere: il mare sconfinato, la presenza dei vulcani, il ritmo lento e sospeso che fa sembrare Napoli un luogo separato dal resto del mondo. È come se ci fosse un prima e un dopo dell’esistenza nella città. Una città viva, pulsante ma anche taciturna, difficile da abbandonare.

È stata la mano di Dio, tra il sacro e il profano

Accanto a questa dimensione si inserisce la tradizione mitica e popolare. Leggende come quella del Munaciello, così come personaggi quasi archetipici come la zia Patrizia (Luisa Ranieri). Una donna bellissima ma tormentata, la sua bellezza è quasi dannata, un dono divino che però ha richiesto un pegno: l’impossibilità di concepire figli. Il film è ancora una volta legato da opposti, sospeso tra il sacro e il profano. Sorrentino fonde il quotidiano al fantastico in una qualità narrativa altissima che a volte sfiora l’assurdo, richiamando inevitabilmente l’eredità felliniana, visibile nell’aria e nella costruzione dei personaggi.

Ogni esistente che attraversa il racconto ha un peso preciso. Paolo Sorrentino, sotto questo punto di vista, non lascia nulla al caso: ogni figura è ben scritta e ha una funzione emotiva. Ogni personaggio sembra aver scolpito la memoria e le scelte di Fabietto, quasi come una storia fantastica e morale, eppure è la vita vera. I legami, soprattuto quello tra il protagonista e suo fratello risultano autentici ed estremamente naturali. È anche qui che emerge la grandezza della regia: lo spettatore percepisce la vicinanza, la tensione e l’amore senza dichiarazioni plateali.

I tableau vivant

Sul piano tecnico, È stata la mano di Dio è una serie di quadri che colpiscono per la loro potenza visiva. La fotografia possiede un rigore quasi pittorico e nasconde significati e stati d’animo che non hanno bisogno di esplicitazioni pronunciate. Anche qui, Sorrentino riesce a concentrare nelle inquadrature emozioni contrastanti, dal desiderio alla paura, fino alla malinconia. Il regista si affida alla forza visiva per esprimere emozioni che, se dette, perderebbero la loro potenza. 

È stata la mano di Dio, in definitiva

È un film che, pur raccontando una vicenda personale, riesce a colpire profondamente lo spettatore trasformandosi in una storia condivisa. Ciò che resta è la malinconia di un tempo che ormai non esiste più. Il dolore, la crescita e l’impossibilità di separarsi dalle proprie radici, anche quando ciò che le teneva in vita è stato estirpato, permeano l’intero racconto. Il cinema rivela allora la sua forza più grande: il potere di dare forma a ciò che altrimenti rimarrebbe assopito dentro di noi, di rendere visibile e di toccare ciò che resta senza nome.

🎬 Valutazione

Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
4.5
★★★★⯨