Kneecap arriva come un fulmine a ciel sereno, imponendosi con le sue viscerali prese di posizione e manifesto della libertà attraverso le parole.
Una grande croce celtica di marmo è fissata in un remoto punto di un bosco. È ben stabile, conficcata nella terra, al contrario di Warfare. Il sole non splende, e forse, non c’è mai stato qui. Un neonato geme ed una madre soffre, camminano tra gli alberi ed i rami, tra le insidie e l’oscurità. Una famiglia attende e, tutto ad un tratto, un raggio di luce scende giù dal cielo, facendosi spazio tra le alte chiome e finendo su un volto. La risposta è un dito medio.
Il 28 agosto è finalmente uscito nelle sale cinematografiche italiane Kneecap. Il film arriva in Italia con un leggerissimo ritardo di circa un anno rispetto alla sua data di uscita nei paesi anglosassoni – Stati Uniti, Regno Unito ed Irlanda – e con una distribuzione comunque limitatissima che non permetterà a tutti di riuscire a recuperare questa perla, soprattutto per chi vive in realtà più piccole e con meno cinema. Qualcosa di molto esplicativo verso il film stesso.
Kneecap
La pellicola inizia come descritto qui sopra: un battesimo in un bosco. Si tratta del ricordo del battesimo di Naoise, ragazzo ora poco più che venticinquenne di Belfast, Nord dell’Irlanda – o Irlanda del Nord. Seguiamo lui e Liam, migliore amico da sempre – e narratore – entrambi cresciuti con le lezioni politiche e sulla lingua irlandese di Arlo, padre del primo – Michael Fassbender – ed ex militante ai tempi dei Troubles, ora in fuga dalle autorità.
La vita dei due, passata tra droghe e battibecchi con la polizia, subirà una deviazione rilevante proprio durante uno di questi scontri, che porteranno Liam a conoscere JJ, un’insegnante d’irlandese che verrà a conoscenza di un loro diario pieno di testi, portando i tre a creare un gruppo musicale. Kneecap segna l’esordio alla regia di Rich Peppiatt e, oltre a Fassbender, conta nel cast proprio i tre della band Kneecap che interpretano loro stessi.
L’arte dell’incoscienza
Candidato a ben sei premi Bafta, il film è un auto-biografia e, per chi non l’avesse capito, la band di cui parla esiste davvero: i Kneecap – che prendono il nome dalla violenta pratica usata dai paramilitari nordirlandesi contro crimini meno gravi – sono un gruppo rap inglese-gaelico, fondati nel 2017 e con due album all’attivo, con temi che variano dal repubblicanesimo irlandese agli scontri con i britannici e l’uso dell’irlandese. I membri del gruppo sono Liam Óg Ó hAnnaidh, Naoise Ó Cairealláin e J. J. Ó Dochartaigh – conosciuti rispettivamente come Mo Chara, Móglaí Bap e DJ Próvaí.
Proprio come si vede nel film, i due protagonisti rappresentano alla perfezione l’archetipo dei giovani sbandati menefreghisti, che fanno costantemente uso di droga, spacciano, fanno a botte con gli sbirri e provano a campare al meglio che possono. Con la pesante ombra del padre, nessuno dei due fa mai nulla per provare il contrario di ciò che si pensa. Sono consci di loro e comunque menefreghisti, ma qualcosa di più c’è, ed anche di questo, sono consci.

Proiettili di libertà
Ogni parola in irlandese che dite, è un proiettile in più per la libertà. Così dice l’Arlo di Fassbender – come al solito fortissimo – ai due bambini, che lo guardano con adulazione e lo ascoltano con interesse. Il vero nocciolo del film sta tutto in questa frase ed in un’incredibilmente toccante scena tra Arlo e la moglie Dolores – una straordinaria Simone Kirby.
La generazione del cessate il fuoco, i nullafacenti, i vuoti. La generazione di Liam e Naoise è quella del niente, totale e definitivo. Ma, se è vero che le colpe dei genitori ricadono sui figli, è vero che ricadono su di loro anche i benefici. Alla base dei Kneecap, c’è proprio questo: prendere ciò che di buono c’è ed estrapolarlo dal male che lo circonda. La lingua irlandese, fuori dall’IRA e dagli scontri, come tramite per l’unità di un paese da troppo tempo diviso e come mezzo per raggiungerà quella libertà. Anche perchè, senza una lingua madre, quale nazione si potrebbe definire tale?
Tiocfaidh ár lá
Kneecap sa essere un’irriverente commedia e satira a 360 gradi – sui repubblicani come sui britannici, sui boomers come sui gen z – come sa essere un’attuale e scottante dramma. Riesce perfino a non prendersi sul serio, ma riesce anche ad andare oltre il puro e semplice intrattenimento. Un manifesto, un grido di battaglia, una colomba per la pace, una canna in un prato verde. Kneecap è questo ed il suo contrario.
Ciò che ne traiamo è che bisogna continuare ad andare avanti, e lottare. Per la pace, per l’indipendenza, per la libertà. L’eroe irlandese Bobby Sands – che Fassbender già interpretò in Hunger – morì pur di farci arrivare questo. Tenete duro. In Palestina, in Irlanda, in qualsiasi paese controllato del mondo – soprattutto quelli dove vige la supremazia USA – in qualsiasi luogo dove tutto sembra essere perduto. Tenete duro. Verrà il nostro giorno.
