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La città incantata: dopo 25 anni resta ancora un capolavoro
La città incantata è forse l’opera più apprezzata di Miyazaki: una poetica ricercata ed un impatto visivo strabiliante che hanno consacrato un vero capolavoro.
Era il 20 luglio del 2001 quando nelle sale giapponesi arrivava La città incantata, un film che sarebbe rimasto nella storia del cinema d’animazione e dell’industria cinematografica in generale. Vincitore di innumerevoli premi – fra i quali l’Oscar come miglior film d’animazione – e spesso considerato il miglior lavoro di Hayao Miyazaki, La città incantata potrebbe essere considerata una versione nipponica di Alice nel Paese delle meraviglie. In realtà il film realizzato dallo Studio Ghibli contiene innumerevoli spunti, suggestioni e messaggi totalmente differenti, con delle tematiche che, sebbene presenti in prodotti precedenti, vengono qui messe in scena con una delicatezza ed una possibilità interpretativa che non avrebbe più avuto eguali nei film realizzati in seguito. Insomma, l’apoteosi della poetica di Miyazaki.
A distanza di 25 anni, abbiamo provato ad individuare i punti che hanno reso questo film una pietra miliare del cinema d’animazione, mostrando come, di fatto, La città incantata rimanga tutt’ora un film attuale, in grado di suscitare riflessioni ancora attuali a distanza di un quarto di secolo dalla sua uscita.
La città incantata, il luogo in cui diventare grandi
Il film racconta la storia di Chihiro, una ragazzina di una decina d’anni che si sta trasferendo insieme ai suoi genitori in una nuova città. Durante il viaggio, la famiglia si imbatte in un tunnel che blocca il passaggio. Spinti dalla curiosità, attraversano il cunicolo che si rivela essere un portale verso un mondo abitato dai kami, le numerose divinità della religione shintoista.
Dopo aver smarrito i propri genitori, trasformati in maiali dalla perfida Yubaba – una strega che gestisce un complesso termale – la giovane dovrà mettersi al lavoro per liberare i propri cari e fare ritorno al mondo degli umani. Ad aiutarla sarà Haku, un misterioso ragazzo che la guiderà in questo mondo che sembra non apprezzare la presenza di Chihiro.
Chihiro si trova in un periodo di transizione, quello dall’infanzia all’adolescenza, nel quale si perdono i punti di riferimento per iniziare a plasmare la propria essenza, le proprie convinzioni. La vediamo all’inizio del film mentre spaventata stringe la mano della mamma all’interno del tunnel, per poi osservare come pian piano la sua consapevolezza la renda sempre più coraggiosa, consapevole. Il rischio, qui, è quello di dimenticare il proprio passato, di mettere da parte la gioiosità e la purezza dell’infanzia.
Chihiro è costretta a fare i conti con un mondo che sembra volerla far crescere in fretta, ma la forza della protagonista è proprio quella di non arrendersi alle richieste esterne, per arrivare ad una padronanza di sé che fonde la bontà d’animo con la consapevolezza dei propri mezzi; una sintesi che tiene in considerazione le esperienze vissute, senza dimenticare di dover agire attivamente nel presente.
La critica al capitalismo
Un altro aspetto centrale all’interno de La città incantata è indubbiamente l’aspra critica che Miyazaki rivolge nei confronti del modello capitalistico. A partire dai genitori della protagonista, i quali non si fanno problemi a consumare tutto il cibo che trovano senza prestare attenzione a ciò che stanno mangiando, ma compiacendosi delle spropositate quantità di cibo a loro disposizione. Abbiamo poi il famigerato Senza Volto, ossessionato dall’unica persona che non è in grado di comprare con l’oro, ovvero la nostra protagonista. La creatura è l’emblema di chi cerca consensi attraverso il denaro, per poi fagocitare i poveri malcapitati.
C’è poi Kamaji, un uomo dalle numerose braccia che svolge un lavoro per il quale sarebbero necessarie almeno tre persone, accompagnato dai simpatici batuffoli di fuliggine, metafora di quello che una volta avremmo chiamato proletariato: nessun diritto, facilmente sostituibili, tutti identici agli occhi del loro superiore (con un simpatico riferimento allo sciopero suggerito suo malgrado dalla stessa Chihiro).
Il discorso legato alla perdita di identità è però espresso anche attraverso la figura di Yubaba, che priva i suoi lavoratori perfino del loro nome. Così Chihiro (che potremmo tradurre con “mille ricerche/esplorazioni”, a richiamare la necessità di crescita della ragazza) diventa Sen (mille), ovvero semplicemente un numero, una fra tanti. La perfida strega, prendendo possesso del suo nome, la priva della sua identità, rischiando di farle perdere perfino i suoi ricordi.
Dipinti in movimento
Miyazaki si conferma qui un vero e proprio maestro della messa in scena. L’impatto visivo che è in grado di regalare resta ancora oggi, da solo, uno dei motivi per cui guardare questo film. L’abbondanza di dettagli, i fondali che sembrano dei veri e propri dipinti, la ricercatezza e lo studio di ogni singola inquadratura valgono assolutamente il viaggio.
Le atmosfere oniriche, quasi surrealistiche, fanno da sfondo ad architetture e stili che sono radicati nella cultura giapponese; il risultato è una visione strabiliante di un mondo magico nel quale ogni anfratto è in grado di regalare scorci e visioni indimenticabili. Nota di merito, ovviamente, per il design dei personaggi, che sono in grado di rimanere indelebilmente impressi anche dopo una sola visione.
La città incantata, oggi
La città incantata riesce ancora oggi ad affascinare lo spettatore per tutta la sua durata. L’avventura di Chihiro è piena di personaggi indimenticabili ed atmosfere immersive che lasciano il segno. Il film è in grado di parlare a tutte le età trasmettendo messaggi diversi ed ugualmente incisivi, una capacità che ancora una volta mette in mostra la bravura di Miyazaki nel raccontare una storia apparentemente semplice in maniera così profonda.
🎬 Valutazione
Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
4.8
★★★★⯨


