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mother mary, la recensione su almanacco cinema

Mother Mary, la transustanziazione del sentimento

Mother Mary è una ghost story atipica, dove i fantasmi sono molto più che semplici spettri irrequieti e nella quale la fotografia fa da protagonista.

Prendere le emozioni e trasformarle in abito. Questo è quello che racconta Mother Mary, il nuovo film di A24 diretto da . Arrivato nelle sale italiane il 14 maggio grazie ad I Wonder Pictures, il progetto presenta un cast tutto al femminile, con Anne Hathaway Michaela Coel come protagoniste. Il regista americano ha cercato in quest’opera di fondere moda, star system e dramma sentimentale; il risultato è uno strano tipo di ghost story con numerose influenze e suggestioni, che strizza l’occhio ad altri film come The Neon Demon Il filo nascosto. Questa la nostra recensione.

Mother Mary, la trama

Mother Mary (Anne Hathaway), una popstar di fama mondiale, ha deciso di tornare in scena dopo un periodo in cui si era allontanata dalla vita frenetica dei tour e della celebrità. Per annunciare questo ritorno, viene organizzato un grande evento per il quale iniziano i preparativi. Resasi conto che l’abito scelto per questa esibizione non la soddisfa, la cantante prende un volo e raggiunge Sam (Michaela Coel), sua vecchia fiamma e stilista. In un turbine di memorie e drappi, le due cercheranno di dar forma ai loro sentimenti attraverso un percorso fatto di rimorsi e colpe, con l’obiettivo di plasmare l’abito perfetto per il ritorno di Mother Mary nella scena musicale mondiale.

Un lungo ed arduo confronto

L’intero film – eccezion fatta per i flashback in cui possiamo ammirare le straordinarie performance della Hathaway – si struttura essenzialmente come un lungo dialogo fra le due donne. La sofferenza del loro vissuto emerge fin dai primi minuti, e per tutta la durata siamo spettatori di un confronto fra due personalità estremamente diverse, ma accomunate dal profondo legame che intercorre anche a distanza di anni dal loro ultimo incontro. Da un lato abbiamo Sam, una donna che come conseguenza dell’essersi sentita tradita e abbandonata ha innalzato un muro apparentemente invalicabile. Dall’altra la popstar, inconsapevole delle sofferenze che ha causato ma che sente ancora una forma di dipendenza emotiva.

Tuttavia, questa impostazione risulta a tratti eccessivamente verbosa, soprattutto nella prima parte del film. Se infatti i dialoghi sono certamente impressi di una marcata componente drammatica – in grado di suscitare forti emozioni nello spettatore – ciò che viene sacrificato è il ritmo, che sembra mancare di picchi veri e propri, rendendo il tutto piuttosto piatto sul piano della tensione. Salvano, in parte, alcune scene di particolare impatto visivo, ma che appaiono come piccole lingue di fiamma di un fuoco tenuto saldamente sotto controllo.

mother mary coen e hathaway (1)

I fantasmi del passato

Il confronto fra le due donne, come detto, porta con sé molto del trascorso della loro relazione. Qui risiede forse l’idea più geniale di Lowery. Il regista identifica infatti i loro ricordi ed i loro sentimenti come un fantasma che le perseguita. Ma non è questa la parte interessante. Ciò che caratterizza questa metafora è la scelta di rappresentare il fantasma come un drappo di tessuto. Un po’ come quando da piccoli ci si copre con un lenzuolo per imitare uno spettro. Solo che in questo caso il colore del drappo non è il bianco, ma il rosso. Il rosso della passione, del desiderio, ma anche della rabbia.

Le due sembrano rimbalzarsi questo fantasma, in una potente metafora riguardo l’elaborazione di un dolore che semplicemente sembra impossibile da allontanare definitivamente, ma che può essere esorcizzato se affrontato insieme, attraverso un confronto che le due donne non hanno mai avuto prima.

Una popstar patinata

Un aspetto centrale è ovviamente quello che riguarda il mondo della musica. Il personaggio di Mother Mary è chiaramente ispirato a celebrità come Taylor SwiftMadonna Beyoncé e le performance di Anne Hathaway sono sicuramente convincenti (ma forse un po’ poche). La volontà del regista di analizzare questo mondo finisce però per essere più un pretesto per mettere in scena un film con una forte componente glamour.

L’estetica patinata, unita alla musica elettronica – con canzoni composte da Charli XCXJack Antonoff Fka Twigs – richiamano come detto il film di Refn The Neon Demon. Anche qui la fotografia mantiene ugualmente quell’impostazione glam quando ci troviamo lontano dal palco, dentro un fienile fatiscente all’interno del quale Sam lavora. Il risultato è visivamente appagante, ma forse un po’ fine a sé stesso.

Anne Hathaway in Mother Mary

Mother Mary, in sintesi

Un’ottima colonna sonora ed una estetica ricercata che gioca molto con l’utilizzo dei colori fanno da cornice ad una storia raccontata, più che vissuta. Il film è sicuramente in grado di smuovere le corde giuste – anche grazie alle ottime interpretazioni delle due protagoniste – con delle metafore che riescono a descrivere meglio di qualunque parola le sensazioni di dipendenza affettiva e di distacco. Nonostante un ritmo piuttosto piatto, se sentite di avere ancora qualcosa in sospeso con una persona del vostro passato, Mother Mary è forse il film che fa per voi.

🎬 Valutazione

Regia
★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★
Emozioni
★★★★
🏆 Voto Totale
3.5
★★★⯨