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Vivarium, la recensione: mangia, prega, muori
Imogen Poots e Jesse Eisenberg in un horror pungente: Vivarium ci trasporta in un mondo distopico, tuttavia non lontano dal nostro…
Un quartiere di case impeccabili, identiche e illuminate da una luce artificiosa in un cielo cosparso da nuvole ideali. L’ideale è uno dei temi portanti di Vivarium (2019) di Lorcan Finnegan, ossia il conformismo moderno a cui tutti siamo soggetti. Il film è un horror psicologico che mantiene sempre alta la tensione, nonostante non ci siano avanzamenti di trama, se non deterioramenti. Vivarium ci immerge, attraverso una lunga metafora e vari simbolismi, in una riflessione sul nostro futuro: siamo esseri senzienti, ma sempre più inginocchiati alle aspettative e ai voleri sociali.
Vivarium, la trama
Gemma (Imogen Poots) e Tom (Jesse Eisenberg) sono una coppia in cerca di casa. Lei è maestra e lui giardiniere, entrambi appaiono come persone umili e perfettamente normali. Un giorno vengono “adescati” da un agente immobiliare ambiguo e strambo, che li conduce nell’immediato a Yoder, un quartiere caratterizzato da una distesa infinita di case a schiera e un cielo adornato da nuvole che sembrano disegnate. Tutto così perfetto, troppo. Improvvisamente, l’agente immobiliare svanisce nel nulla e i due malcapitati si ritrovano prigionieri nel loop inquietante di Yoder, con un bambino alieno “spedito” da dover crescere.

Architettura del conformismo capitalistico
Yoder, le sue case a schiera verdi, il design minimale, i colori pastello e il cielo artificiale offrono (e impongono) perfettamente il way of life ideale secondo cui, per la società moderna, si è socialmente accettabili e realizzati. La realtà di cui rimangono vittime Gemma e Tom è terreno fertile del conformismo, del “mangia, prega e muori”. Lì dove, finita la nostra missione, veniamo dimenticati da tutti, svanendo sotto terra. Una società consumistica che consuma e prosciuga, in cui ogni individuo è servo e involucro vuoto, nettare di un Dio del dovere. La vita scorre lenta, prospettandosi come un loop crudele e senza fine, in cui ci riduciamo a macchine che devono formare una famiglia e procreare, senza possibilità di essere altro.
Vivarium e l’incantevole estetica magrittiana
Vivarium fa da eco a tutto quel filone distopico, Black Mirror, Severance, The Truman Show, nonché alla poetica buñueliana. Tuttavia, ciò che emerge in maniera peculiare è l’estetica e la formalità magrittiana. Quello di Magritte non è un surrealismo relegato a mondi remoti e inesistenti, piuttosto è un inquieto nascosto nella realtà stessa. È come se ci fosse una frattura nell’aria, dalla quale è possibile vedere il parallelo. Così l’ordinario diventa incerto, sconosciuto, inquietante. Il quotidiano appare normale e invece è fasullo, ci inganna, diventando la nostra stessa trappola.

In conclusione
Nella sua essenza, Vivarium ha uno scheletro interessante, pungente e funzionale. Finnegan non lascia a catarsi o redenzioni, tutt’altro, Gemma e Tom non hanno possibilità di scelta o fuga sin dal primo istante. Dunque, è un’escalation spietata. Un vivaio in cui veniamo coltivati per abbellire il sadico desiderio di perfezione. Per gli amanti del genere alcune scelte (soprattutto il loop finale al neon) potrebbero essere prevedibili, ridondanti o scontate. Tuttavia l’interpretazione di Poots e Eisenberg fa la differenza, rendendo Vivarium un racconto moderno alla Piccoli Brividi che vale la pena di vedere.

