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Intervista col vampiro, il gotico arriva su Netflix

Intervista col vampiro, il gotico arriva su Netflix

È arrivata su Netflix Intervista col vampiro, serie tratta dai romanzi di Anne Rice: una rivisitazione in chiave gotica, camp e queer.

Adattare Intervista col vampiro significa confrontarsi non solo con un romanzo amatissimo, ma con un immaginario che ha plasmato decenni di cultura pop, dal gotico letterario al cinema queer.

La serie AMC, ideata da Rolin Jones e ora disponibile su Netflix (entrambe le stagioni), affronta questa eredità senza timore reverenziale. Ne nasce così una rilettura consapevole, che prende il testo di Anne Rice come punto di partenza per interrogare il presente.

Il risultato è un’opera che usa il vampiro non come icona romantica, bensì come strumento per esplorare desiderio, colpa, potere e identità.

La trama

Nel presente, a Dubai, il vampiro Louis de Pointe du Lac concede una nuova intervista al giornalista Daniel Molloy, molti anni dopo il loro primo incontro. Da questo dialogo prende forma un lungo racconto che ci riporta nella New Orleans dei primi del Novecento, dove Louis, uomo nero e proprietario di un bordello, incontra il vampiro Lestat de Lioncourt. Sedotto dalla promessa di libertà e immortalità, Louis entra in un’esistenza segnata da desiderio, violenza e colpa.

Alla coppia si unisce Claudia, trasformata in vampira e destinata a incarnare il lato più tragico dell’eternità. Mentre la famiglia vampirica si forma e si disgrega, il racconto di Louis procede per frammenti, continuamente interrogato dal presente dell’intervista.

Intervista col vampiro, tra libro e serie TV

La serie AMC non è un adattamento letterale del romanzo del 1976 di Anne Rice, né intende esserlo. Rispetto al testo originale – e al celebre film del 1994 Intervista col vampiro, diretto da Neil Jordan e interpretato da Tom Cruise e Brad Pitt – la serie compie scelte radicali e dichiarate.

Il film, divenuto a sua volta un classico, conservava il sottotesto queer dell’opera affidandolo all’allusione, allo sguardo, alla tensione mai esplicitata; la serie, invece, decide di portarlo apertamente in superficie, rendendo manifeste dinamiche che nel romanzo erano già presenti, ma spesso lasciate implicite.

Anche l’ambientazione subisce uno spostamento significativo: dal Settecento si passa al Novecento, e Louis non è più un piantatore bianco, ma un uomo nero creolo che vive e prospera all’interno di una società rigidamente segregata. Il vampirismo diventa così non solo metafora esistenziale, ma anche storica e politica.

Un’ulteriore modifica rilevante riguarda Claudia, che nella serie viene resa più grande rispetto alla bambina del romanzo e del film. Una scelta che attenua parte del body horror originario, ma che permette al personaggio di acquisire maggiore complessità psicologica e un ruolo più attivo all’interno della narrazione.

Significativamente, Anne Rice stessa – coinvolta nel progetto come produttrice esecutiva prima della sua scomparsa – aveva approvato questa reinvenzione, confermando la volontà di privilegiare lo spirito dell’opera rispetto alla sua riproduzione letterale.

Intervista col vampiro, il gotico arriva su Netflix

L’odissea della reminiscenza

Alla base di Intervista col vampiro c’è una scelta chiara e programmatica, che orienta l’intero impianto narrativo e tematico della serie. Non si tratta di un racconto costruito sull’accumulo di eventi o sulla ricerca del colpo di scena, ma di un’opera che trova la propria forza nel modo in cui i personaggi si guardano, si raccontano e si feriscono a vicenda.

È una serie di relazioni, di memoria soggettiva, di dinamiche di potere emotivo. È in questo spazio intimo e instabile che la narrazione prende forma, affidandosi non tanto all’azione quanto alla rielaborazione del passato, alla distorsione del ricordo, alla tensione continua tra ciò che viene confessato e ciò che resta nascosto.

Più che un’intervista, quella di Louis assume i contorni di una confessione. Il passato emerge come un territorio fratturato, composto di silenzi, omissioni e verità parziali. L’intervista non è un contenitore neutro, ma uno spazio di tensione, in cui ricordare significa esporsi e, allo stesso tempo, difendersi.

È lo stesso Daniel Molloy – coscienza critica della serie, interpretato da Eric Bogosian – a definire questo processo l’odissea della reminiscenza. Il passato non è mai un punto fermo, ma un mare in continuo movimento. Louis emerge così come narratore inaffidabile non per malafede, ma per necessità emotiva: racconta per sopravvivere, per rendere sopportabile la colpa, in un gioco sottile di rivelazione e rimozione. La verità, nel suo caso, non redime: espone.

Intervista col vampiro: Louis

Louis è un uomo nero e creolo nella New Orleans segregazionista dei primi del Novecento; vive in una posizione marginale: partecipe del potere solo fino a un certo punto, tollerato ma mai realmente accettato. La sua trasformazione in vampiro non cancella questa frattura, ma la rende eterna. L’immortalità diventa così una lente crudele sulla storia, sulle sue ingiustizie e sulle sue ripetizioni.

La dimensione razziale di Louis si intreccia indissolubilmente alla sua omosessualità repressa e al suo rifiuto del vampirismo. Le due cose non sono separate, ma profondamente connesse: entrambe rappresentano una parte di sé che Louis non riesce ad accettare. Essere vampiro, come desiderare un altro uomo, significa uscire definitivamente dallo spazio del consentito, abbandonare l’illusione di poter restare rispettabile, umano. Per questo Louis vive la propria immortalità come una colpa, e il proprio desiderio come una vergogna.

“Sii tutto ciò che sei e sii ciò che sei senza chiedere scusa.”

Il vampirismo diventa così metafora radicale dell’omosessualità vissuta come segreto, come deviazione da contenere. Louis non rifiuta solo il sangue ma, sopratutto, rifiuta ciò che esso rappresenta: la perdita del controllo, l’abbandono all’istinto. Il suo rapporto con Lestat non è quindi soltanto una storia d’amore (tossica?), ma il luogo in cui questo conflitto esplode: Lestat incarna ciò che Louis teme di diventare, ciò che desidera e contemporaneamente respinge.

In questa doppia negazione — di sé come vampiro e di sé come uomo che ama un altro uomo — Louis incarna la tragedia della non accettazione. Né umano né mostro, né nascosto né pienamente rivelato, è condannato a vivere in una sospensione permanente, alla ricerca di un’assoluzione che non arriva mai. La sua immortalità non lo emancipa, ma cristallizza questa tensione, rendendola eterna.

Jacob Anderson restituisce un Louis trattenuto, colpevole, costantemente in lotta con la propria identità, figura tragica più che romantica: un personaggio che non soffre tanto per ciò che gli viene tolto, quanto per ciò che non riesce a concedersi.

Intervista col vampiro: Lestat

“Lestat. Lestat. Lestat. Lestat. Lestat.”

Tutto gira intorno a Lestat. Anche quando non è presente, la sua ombra domina la scena. Lestat è il principio attivo della serie: colui che innesca il movimento, che rompe gli equilibri, che costringe gli altri personaggi a ridefinirsi. LouisClaudia e Armand (interpretato da Assad Zaman) esistono in relazione a lui, ma sempre attraverso il filtro di una memoria ferita. La serie compie una scelta raffinata rendendolo onnipresente sotto forma di ricordo, ossessione, allucinazione. Lestat non è solo un personaggio, ma una presenza psichica: il segno di un legame che non ha mai smesso di agire.

È però fondamentale ricordare che Lestat, così come lo vediamo, è prima di tutto il Lestat raccontato da Louis. Un Lestat filtrato dal senso di colpa, dal dolore, dal rifiuto, dall’amore non risolto. La serie non ci offre una versione definitiva, ma una prospettiva parziale, emotiva, inevitabilmente distorta. In questo senso, Lestat diventa una figura instabile: carnefice e amante, liberatore e minaccia, promessa di libertà e origine del trauma. La sua apparente spietatezza non è una verità oggettiva, ma il riflesso di uno sguardo che non è mai neutro.

Lestat incarna ciò che Louis non riesce ad accettare di sé: un desiderio vissuto senza vergogna, un vampirismo abbracciato senza tentativi di redenzione. Ma questa libertà non è necessariamente mostruosa in sé; è semplicemente incompatibile con lo sguardo di chi vive l’identità come colpa. Il conflitto tra i due non è quindi solo affettivo o morale, ma narrativo: due modi inconciliabili di raccontare la stessa storia.

Sam Reid costruisce un Lestat magnetico, eccessivo, teatrale, capace di passare dalla leggerezza più seduttiva alla violenza più improvvisa. Reid abbraccia pienamente la dimensione camp del personaggio, restituendo una figura che domina la scena non come villain, ma come enigma.

Intervista col vampiro: Claudia

Claudia è condannata a crescere mentalmente senza mai poterlo fare fisicamente, incarna l’immortalità come stallo eterno, come negazione della possibilità stessa di diventare. In lei il tempo non scorre: si accumula, si stratifica, diventando frustrazione e rabbia.

Invecchiata rispetto al romanzo, Claudia perde, come già detto, parte del body horror infantile che aveva reso il personaggio così perturbante nelle incarnazioni precedenti, ma guadagna complessità psicologica e centralità narrativa. Non è più solo simbolo dell’orrore, ma soggetto pienamente consapevole del proprio limite. La serie rende esplicito il paradosso crudele dell’eternità: non una libertà assoluta, ma una prigione senza uscita.

A differenza di LouisClaudia non rifiuta ciò che è diventata. Il suo desiderio non è la redenzione, ma l’autodeterminazione. Proprio per questo il suo percorso è destinato allo scontro con un sistema vampirico che riproduce le stesse gerarchie, gli stessi meccanismi di controllo del mondo umano. In Claudia, l’immortalità rivela il suo volto più spietato: quello di un potere che promette eternità ma nega futuro.

Le interpretazioni di Bailey Bass (che vedremo nel prossimo Avatar, qui la nostra recensione) e Delainey Hayles restituiscono una creatura feroce e vulnerabile, attraversata da una fame che non è solo di sangue, ma di senso.

Intervista col vampiro, il gotico arriva su Netflix

Conclusioni

Intervista col vampiro è una serie tv che sceglie il rischio, l’eccesso, la ferita aperta. Gotica, queer, malinconica e crudele, utilizza il mito del vampiro per parlare di identità negate, amori impossibili e memorie che non smettono di perseguitarci.

Nel 2026 è attesa la terza stagione, Il vampiro Lestat, che promette di spostare il punto di vista e rimettere in discussione l’intera narrazione. Un passaggio cruciale, che potrebbe ridefinire il senso stesso di questa odissea della reminiscenza.

In conclusione, Intervista col vampiro è una serie che osa disturbare e che rimane impressa per minuti, ore, giorni e settimane, nella mente di chi l’ha vista. O forse, ancora meglio: è una serie che morde.

🎬 Valutazione

Regia
★★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★★
Emozioni
★★★★
🏆 Voto Totale
4
★★★★